Su “Il Golfo”, quotidiano locale delle
isole di Ischia e Procida nel golfo partenopeo, il 22 giugno 2008 è
stato pubblicato un editoriale del suo direttore Domenico Di Meglio
dal titolo “Partecipazione dei lavoratori”, naturalmente
agli utili aziendali. Non è la prima volta che il Direttore,
sostenitore ed esaltatore delle gesta del regime fascista e di Benito
Mussolini e del fascismo sociale della repubblichetta di Salò,
affronta e si intrattiene su questo tema come, a suo dire, strumento
di elevazione sociale dei lavoratori. Naturalmente si tratta di un gigantesco
inganno dei lavoratori e di un furbesco tentativo, da parte padronale,
di sottoporli a maggiore e più pressante sfruttamento, di neutralizzarne
la contrapposizione di classe attraverso l’illusione di diventare
anch’essi padroni e di “godere dei profitti dello sfruttamento
del proprio lavoro”. Chiaramente Domenico Di Meglio parla in nome
e per conto di quei prestatori d’opera che sono privi della propria
coscienza di classe politica e sociale in quanto lavoratori sfruttati,
maltrattati e schiavizzati da millenni dalla razza padrona, che non
hanno coscienza del proprio stato sociale di derubati, seppur ciò
avviene in base alla “legalità” del regime di sfruttamento
capitalistico del lavoro altrui, e che nella loro ignoranza di classe
s’illudono di poter diventare anch’essi ricchi come i loro
padroni – è superfluo affermare che senza l’esistenza
degli sfruttati e dei poveri non possono esistere neppure i ricchi,
i quali sono la causa diretta, vergognosa e disumana della povertà
altrui - e che di fatto si tratta di sfruttati che per incapacità
o ignoranza della storia e del sapere umano ignorano ancora la loro
posizione di sfruttati e il loro compito storico di dover liberare l’umanità
dalla tragedia dello sfruttamento padronale, dalla miseria, dall’abbrutimento
e dalla schiavitù sociale.
Ad esempio, nel settore del turismo i lavoratori declassati, cioè
senza coscienza, principi e obiettivi di classe, sono tutti quegli sfruttati
e maltrattati che prima si lamentano delle angherie subite sul posto
di lavoro da parte di certi albergatori e poi, per ignoranza di classe,
servilismo e schiavitù morale, oltre che materiale, li votano
e persino li eleggono a loro amministratori pubblici, dimodoché
questi poveri sventurati vengono dagli stessi padroni sfruttati nelle
loro aziende e pure nella gestione della cosa pubblica. In ogni
modo i lavoratori che hanno una coscienza e che sono animati da principi
umani e civili si vergognerebbero e si indignerebbero al solo pensare
di poter essere un giorno essi stessi usurpatori del lavoro altrui.
L’irriducibile anticomunista e direttore Domenico Di Meglio esaltando
la repubblichetta di Salò, mettendo sullo stesso piano nazisti
– coi quali il suo Benito Mussolini fu alleato di ferro godendo
ampiamente del loro ignobile aiuto! – e comunisti e non perdendo
l’occasione per buttare fango sulla Resistenza e sull’Antifascismo,
sostiene che la partecipazione dei lavoratori agli utili aziendali e
al divenire della loro azienda sviluppa verso l’alto il rispetto
e la valorizzazione del lavoro, mentre il socialismo reale lo realizza
verso il basso. Da questo assunto di Di Meglio emergono sconcertanti
carenze nella conoscenza di certi avvenimenti ed anche errate affermazioni.
Nessuna opinione reale e razionale può sostenere né tanto
meno provare che lo “sviluppo verso l’alto” dei rapporti
sociali, legati alla partecipazione dei lavoratori agli utili aziendali,
conduce all’abolizione della povertà, delle differenze
sociali o alla conquista della posizione di ricco per l’intero
genero umano. Esistono i ricchi, una esigua minoranza, solo quando vi
è una moltitudine di poveri. “Lo sviluppo verso l’alto”
sostenuto da Di Meglio, nel senso di prevedere maggiori guadagni e privilegi
di vita per alcuni, nella società capitalistica e all’interno
della logica del mercato comporta sempre e solo differenze sociali,
discriminazioni e disuguaglianze generalizzate.
E’ saputo che un fascista - in quanto sostenitore del regime dittatoriale
capitalistico, anche se Di Meglio personalmente e in contraddizione
con la politica fascista si dichiara contro il liberismo e la globalizzazione,
e della partecipazione di tutti o di una parte dei lavoratori agli utili
aziendali, partecipazione che non abolisce il sistema di sfruttamento
padronale del lavoro, perché tutto continua ad esistere all’interno
dello stesso sistema economico e sociale di sfruttamento e di sottomissione
padronale - non può pensarla diversamente, proprio per la sua
cultura politica fascista, e cerca di trasmettere la sua visione della
disuguaglianza reale anche agli altri favorendo, inoltre, la sopravvivenza
storica dell’infame sistema di potere capitalistico. I fascisti
sono tanto violentemente anticomunisti quanto più sono al servizio
del capitale: questo avvenne nel ventennio nero e durante la breve,
per fortuna, esperienza di Salò. Il fascismo, espressione e strumento
del grande capitale, assume per principio e strategia la politica della
disuguaglianza e della repressione dei più deboli, per tale ragione
sono anche razzisti e collaborarono coi nazisti nella soppressione dei
“diversi”. Chiariamo che il fascismo non è
un sistema economico, ma è, in determinati momenti, l’espressione
e lo strumento di potere del sistema economico capitalistico. Come non
esistono i comunismi, ma il comunismo, così non esistono i fascismi,
ma il fascismo che, purtroppo, storicamente conosciamo e Domenico Di
Meglio propaganda quel fascismo!
Totalmente al contrario della dittatura economica capitalistica, è
proprio il socialismo reale - che eliminando l’arricchimento
padronale e, dunque, lo sfruttamento del lavoro delle masse lavoratrici,
dichiarando i mezzi di produzione di proprietà di tutto il popolo,
insomma eliminando il padrone sanguisuga, affidando la guida organizzativa
e produttiva a tutti i lavoratori dell’azienda, piccola o grande
che sia, a partire dalla nomina collettiva dei responsabili, dando a
tutti la pari opportunità di guadagno e di miglioramento nella
vita lavorativa e sociale, affermando il principio dell’uguaglianza
materiale e della reciproca solidarietà – che
realizza concretamente l’elevazione di tutti gli uomini verso
una società superiore fondata, appunto, sull’uguaglianza
economica e sociale di tutti componenti la società eliminando
la disoccupazione, e conseguentemente la miseria, e soddisfacendo pienamente
i bisogni della vita. Nel socialismo vale il principio “da ciascuno
secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo lavoro”,
mentre nella società comunista si realizzerà il principio
superiore della civiltà umana “da ciascuno secondo le sue
capacità, a ciascuno secondo le sue necessità”.
Ma vediamo perché “i lavoratori azionisti”, “l’azionariato
operaio” – che, tra l’altro, viene spesso sostenuto
anche, ignobilmente e ingannevolmente, dai revisionisti e traditori
della coerente dottrina di classe e rivoluzionaria del marxismo-leninismo,
cioè dai falsi comunisti - e la partecipazione dei lavoratori
agli utili aziendali è tutto un inganno e un modo maldestro per
indurre coloro che sono costretti a svendere la propria forza-lavoro
sull’assassino mercato capitalistico a lavorare di più,
semmai con maggiori morti sul lavoro, e a produrre maggiori profitti
per il padrone che detiene la quasi totalità del capitale azionario.
Principalmente è opportuno chiarire anche qui che il
regime politico fascista mussoliniano - ovvero la dittatura padronale,
razzista, militare e guerrafondaia del ventennio nero, compreso la repubblichetta
di Salò - fu politicamente generato, foraggiato e sostenuto proprio
dalla razza padrona italiana con la “santa” benedizione
dello Stato capitalistico del Vaticano, fu aiutato a piene mani dai
potenti industriali, con la famiglia Agnelli in testa, agrari e banchieri
del tempo come risposta alle lotte operaie e all’occupazione delle
fabbriche del “biennio rosso” 1919-1921 e come riassunzione
del potere assoluto da parte del capitale sul lavoro e sulle masse lavoratrici,
che aspirano a liberarsi dalle catene del potere statale, politico e
sociale capitalistico.
Insomma, era stata, rimaneva e rimane ancora oggi la via della liberazione
delle masse lavoratrici dallo sfruttamento padronale la lotta di classe
tra capitale e lavoro, perché si tratta di interessi sociali
e di rapporti tra gli uomini contrapposti, inconciliabili e in conflitto
tra loro fin quando le classi sociali non scompariranno definitivamente
con l’edificazione della società comunista, o meglio con
la conquista del potere politico da parte della classe lavoratrice e
con la proclamazione della proprietà di tutto il popolo dei mezzi
di produzione. Fin quando sopravviveranno le classi sociali
i lavoratori saranno sempre schiavi dello sfruttamento e del potere
politico padronale! Il fascismo, che era l’espressione
e la difesa degli interessi più loschi del capitalismo e dell’imperialismo
italiano, tanto da mettere fuori legge e perseguitare l’opposizione
intellettuale, politica e sindacale al regime, doveva contraccambiare
al capitale l’appoggio ricevuto e uno degli strumenti fu appunto
– specialmente durante la breve e tragica, per il popolo italiano,
esistenza della repubblichetta di Salò, quando Mussolini, oramai
sconfitto su tutti i fronti, più di prima necessitava dell’appoggio
politico e monetario della spregiudicata razza dei capitalisti italiani
– l’approvazione della possibilità di partecipazione
dei lavoratori agli utili aziendali con la quale, come chiariremo meglio
più avanti, si legavano i lavoratori alla sorte dell’azienda
eliminando i conflitti sindacali, aumentando l’attaccamento dei
dipendenti al lavoro, moltiplicando la produzione e consentendo, così,
al padrone, detentore della quasi totalità del capitale azionario
dell’azienda, di realizzare ricchezze diversamente insperate.
Questa illusione e inganno furono seppelliti col fascismo, ma la Costituzione
repubblicana e antifascista, democratica e borghese - che non è
una Costituzione socialista, ma che garantisce solo certe libertà
democratiche e borghesi, che consente lo sfruttamento padronale del
lavoro e ammette l’accumulo e l’accentramento della ricchezza
prodotta socialmente dai lavoratori da parte dei proprietari
dei mezzi di produzione, che consente la barbara dittatura capitalistica,
fondata sulla “natura sociale della produzione e l’accaparramento
privato della ricchezza prodotta”, e che permette un abisso di
disuguaglianze sociali tra una minoranza di nababbi e una moltitudine
di cittadini poveri: ciò non lo diciamo e dimostriamo solo noi
comunisti, ma lo narrano quotidianamente persino le statistiche ufficiali
dello Stato capitalistico e pubblicate dai mezzi di comunicazione borghesi
e di regime dominante – all’art.46 ripropone e riconosce
“il diritto dei lavoratori a collaborare ….. alla gestione
delle aziende”. Noi sosteniamo che si tratta di collaborazionismo
– tra l’altro, questo termine è ricorso molto durante
la seconda guerra mondiale in Europa e si riferiva ai “lavoratori
e intellettuali” collaborazionisti con gli assassini regimi nazisti
e fascisti, costoro rientravano, per affari, egoismo e opportunismo,
nella categoria degli infami traditori e appartenevano, e ancora oggi
appartengono, alla vergogna sociale e civile della specie umana –
tra gli opposti, tra entità di interessi inconciliabili ed è
di straordinaria utilità per la produzione e l’accumulo
dei profitti a vantaggio del maggiore azionista dell’azienda.
Tale norma collaborazionista tra capitale e lavoro e tra padrone e dipendente
è rimasta accantonata fin quando in Italia sono esistiti un forte
partito comunista - il PCI, quando era ancora comunista e possiamo dire
sino alla fine degli anni ’50 con progressiva perdita della propria
identità ideale e politica - e un potente sindacato - la Cgil,
che prima del 1976, anno della svolta del compromesso, della concertazione
e del collaborazionismo con i potenti affari della classe capitalistica,
difendeva ancora i diritti della classe lavoratrice – e quando
nella sinistra istituzionale, revisionista e opportunista sopravviveva
ancora, seppure con un costante affievolimento, l’idea della prospettiva
socialista. Poi sono venuti i tradimenti, i rinnegamenti, la negazione,
la svendita e la demolizione completa di un glorioso passato fatto di
lotte e di conquiste di classe e, ancora, sono sopraggiunti i nuovi
e storicamente reiterati inganni del proletariato italiano da parte
dei nuovi partiti della falsa sinistra cosiddetta comunista. Così
abbiamo vissuto l’epoca tragica dei governi capitalistici di centrosinistra
e oggi riviviamo il dramma di un governo di centrodestra – il
dramma della precarietà del lavoro, dello sfruttamento del lavoro
spinto ai massimi livelli consentiti dalla natura umana, dell’olocausto
quotidiano delle morti sul lavoro, delle tasse soffocanti, della miseria
sociale dilagante e della mancanza di qualsiasi prospettiva per le nuove
generazioni – ed ecco che ritorna la proposta e la norma di natura
fascista del collaborazionismo tra lavoro e capitale, tra sfruttatore
e sfruttato.
D’altronde di natura economica capitalistica era il regime politico
e istituzionale fascista e dello stesso ordine è stato quello
di centrosinistra ed è l’attuale di centrodestra e della
medesima cultura fascista sono quelli che ripropongono oggi il collaborazionismo
tra capitale e lavoro. Possiamo affermare che il capitalismo
è il fascismo e che il fascismo è il capitalismo!
Il sistema economico capitalistico per sopravvivere e governare la società
si avvale, sul piano del governo, dell’organizzazione dello Stato
e dell’attività istituzionale, di vari regimi politici
e partitici borghesi e fidati a cui, secondo le circostanze e i momenti
storici affida il governo politico dei propri affari: quando ha l’esigenza
di essere violento, spietato e annientatore contro la pressione rivendicativa
della classe lavoratrice si affida a un governo fascista, come fu durante
il ventennio mussoliniano, mentre quando lo scontro tra le due classi
è meno duro allora usa governi cosiddetti democratici, che non
ricorrono alla soppressione fisica ma che sono ugualmente feroci e inflessibili
nel sostenere, legislativamente e militarmente, gli interessi del capitale
sul lavoro. I governi mussoliniani, i successivi democristiani
e quelli di centrosinistra e centrodestra di oggi hanno avuto e hanno
la stessa funzione politica e istituzionale: garantire e sostenere il
sistema economico capitalistico nella sua attività di sfruttamento
delle masse lavoratrici. La preoccupazione dei padroni è sempre
la stessa: come sfruttare al massimo la forza produttiva dei lavoratori
e se vanno bene l’inganno e l’illusione della loro partecipazione,
ridicola e inconsistente, agli utili e alla gestione dell’azienda
perché non utilizzarli? L’importante è che il vero
padrone, ovvero il maggiore azionista, continui a gonfiare a dismisura
il proprio portafoglio!
Il coinvolgimento dei lavoratori nella divisione degli utili
aziendali e nella gestione dell’azienda nella società capitalistica
serve unicamente, ripetiamo con l’inganno e l’illusione:
a indurre i lavoratori ad aumentare il ritmo della produzione, a produrre
di più sino al massimo sforzo fisico, ad accettare volentieri
di aumentare l’orario di lavoro e di non sottrarsi alla richiesta
di lavoro straordinario, a diminuire sino a rinunciare alle pause di
lavoro, a ridurre il tempo dedicato alla mensa, ad allontanare i sindacati
dalla fabbrica, ad eliminare il pericolo di scioperi, a spoliticizzare
i lavoratori e neutralizzarli da ogni tentazione di lotta di classe,
ad allontanare il pericolo, per il padrone, della società socialista
e a ridurre l’uomo a una semplice macchina produttrice di profitti,
dove scompare la gioia del tempo libero, l’armonia familiare e
dove “non si lavora più per vivere, ma si vive per lavorare”.
Tutto questo sacrificio di vita, personale e familiare, in cambio dell’elemosina
di poche centinaia di euro all’anno, perché la quasi totalità
dei profitti se li succhia il padrone, o i padroni detentori quasi per
intero del pacchetto azionario, e se l’azienda è quotata
in borsa e le operazioni affaristiche vanno male i lavoratori azionisti
rischiano di rimetterci pure l’indennità di liquidazione,
mentre il padrone s’è già messa al sicuro la propria
ricchezza sfruttata! Elemosina che gli sfruttati possono rivendicare
e moltiplicare con la lotta di classe nell’azienda e nella società.
Quelli che propongono il collaborazionismo dei lavoratori coi padroni
in effetti sono culturalmente e socialmente asserviti ai potenti interessi
della classe capitalistica.
Un’ultima chiosa. L’art.1 della Costituzione borghese italiana
proclama testualmente: “L’Italia è una Repubblica
democratica, fondata sul lavoro”. Anche questo è un inganno
per la classe lavoratrice italiana, perché lascia intendere che
tutti hanno a disposizione un lavoro sicuro e per l’intera vita
lavorativa, mentre tutti sanno che ciò non è vero, come
realisticamente non può essere assolutamente vero nella società
capitalistica, dove il lavoro non dipende dalla volontà e dai
bisogni sociali delle masse lavoratrici e popolari, bensì dalla
decisione arbitraria di una minoranza di sfruttatori che decide della
sopravvivenza, o meglio della vita, dei lavoratori disoccupati o sottoccupati
solo in base alla possibilità, o meno, di realizzare e accumulare
nuova ricchezza. Tale è una delle barbarie della società
fondata sullo sfruttamento del lavoro altrui, dove impera la legge disumana
del profitto e del mercato. Nella società capitalistica, e la
storia lo insegna anche ai più duri di senno, la garanzia del
lavoro per tutti non può esistere, viceversa ciò può
avvenire esclusivamente nella società socialista, dove il lavoro,
e non il profitto, è la locomotiva dell’economia e del
suo sviluppo. Quando questa verità si impossesserà della
coscienza della maggioranza della classe lavoratrice - oggigiorno, purtroppo,
ancora incantata e stordita dalla propaganda borghese e religiosa interessata,
propaganda che i mezzi di comunicazione e di formazione capitalistica
della coscienza collettiva diffondono in abbondanza e senza tregua -
allora trema padrone sfruttatore e assassino, perché la tua fine
di classe sociale sarà arrivata e il tuo barbaro sfruttamento,
ancora unto del sangue succhiato dalle vene dei lavoratori, troverà
degna sepoltura nella fogna delle nefandezze della storia umana.
LAVORATORI D’ITALIA, DRIZZATE FINALMENTE
LA SCHIENA, PERCHE’ UNA NUOVA E SUPERIORE ESISTENZA E’ POSSIBILE,
BASTA CHE VOI LA VOGLIATE E PER ESSA V’INCAMMINIATE LUNGO LA VIA
MAESTRA CHE CONDUCE PRIMA ALLA RIVOLUZIONE E ALLA SOCIETA’ SOCIALISTA
E POI AL COMUNISMO!
Forio (Napoli), 22 luglio 2008.