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PROGRAMMA
DEL
PARTITO COMUNISTA ITALIANO
MARXISTA-LENINISTA
Presentazione
Il XX secolo ha segnato una svolta radicale nella
storia universale, in quanto ha posto in essere le premesse materiali
e sociali per la trasformazione rivoluzionaria della società.
Il marxismo - espressione teorica di quell'epoca cruciale - contrassegnò
la svolta rivoluzionaria nella storia del pensiero sociale, poiché
scoprì le possibilità e i mezzi pratici per emancipare
le classi lavoratrici dallo sfruttamento, liquidare il giogo nazionale
ed eliminare i sanguinosi conflitti armati.
Marx ed Engels gettarono le basi della trasformazione rivoluzionaria
del mondo, dimostrarono scientificamente la necessità e la possibilità
effettiva di ricostruire sin dalle fondamenta le condizioni di sviluppo
della civiltà umana e di tutta la vita sociale venutesi a creare
nel corso dei millenni e che avevano fatto il loro tempo, di trasformarle
secondo i capisaldi comunisti profondamente umani. Essi fornirono la
chiave per risolvere le questioni pressanti di sviluppo sociale che,
per dirla con Lenin, "erano già poste dal pensiero d'avanguardia
de1l'umanità".
La forza vitale del marxismo, ovvero la sua immortalità, risiede
nel fatto che il suo creatore basava saldamente le sue analisi e considerazioni
sulla scienza, legando in modo indissolubile la teoria alla prassi rivoluzionaria,
generalizzando le esperienze della lotta di classe del proletariato.
Per Marx, la scienza era un'attiva forza motrice capace di rivoluzionare
la produzione e la politica. In forza delle sue ricerche scientifiche
e del suo metodo, "la politica da caos e inganno si trasformò
in scienza" (Lenin).
Per il suo contenuto di classe, il marxismo è la teoria e la
tattica del proletariato in lotta per la trasformazione rivoluzionaria,
comunista, della società. In quanto scienza, la dottrina - filosofica,
economica, sociale e politica - di Marx ed Engels argomenta sotto ogni
aspetto la legittimità delle vie e delle forme del passaggio
dal capitalismo al socialismo e al comunismo.
Le ragioni, le argomentazioni filosofiche di tale passaggio sono divenute
possibili grazie al fatto che Marx ed Engels avevano arricchito il materialismo
con la dialettica, vale a dire con la concezione materialistica della
storia. I suoi capisaldi possono essere così sintetizzati:
- La necessità di una trasformazione sociale della società
scaturisce ed è imposta dalla legge universale di sviluppo. Poiché
nel mondo è in corso un ininterrotto processo di cambiamento,
di trasformazione e sviluppo, anche le forme della vita sociale non
possono, per conseguenza, rimanere stabili, 'fisse' e immutabili. Sicché
non può continuare all'infinito, in eterno, il dominio delle
classi sfruttatrici, l'arricchimento di un'infima minoranza a spese
dell'immensa maggioranza della popolazione del pianeta. Come nella natura
si verificano mutamenti delle specie animali e vegetali, delle strutture
materiali, del pari nella storia si osservano il corso evolutivo, lo
sviluppo e l'avvicendamento delle formazioni socio-economiche.
- L'applicazione della concezione materialistica della
legge di sviluppo alla società non significa altro che, come
alla base di tutti i fenomeni naturali vi sono cause materiali, così
pure lo sviluppo delle formazioni socio-economiche è determinato
da fattori materiali, in primo luogo dal grado di sviluppo delle forze
produttive. Lo sviluppo delle forze produttive determina le forme dei
rapporti sociali, e questi ultimi a loro volta determinano la natura
dell'ordinamento politico, delle concezioni e delle idee umane. Nella
società capitalista la crescita delle forze produttive comporta
la concentrazione della proprietà nelle mani di un pugno di capitalisti,
la concentrazione e la socializzazione della produzione. La natura sociale
della produzione entra in collisione con la proprietà privata
dei mezzi di produzione e, per naturale conseguenza, nella coscienza
degli uomini sorge e s'impone la necessità di far passare i mezzi
di produzione e la facoltà di disporne nelle mani di tutta la
società.
Chiaramente il socialismo - o comunismo - scientifico non si fonda solo
sulla concezione di avvicendamento naturale delle formazioni socio-economiche.
Il cuore del problema, infatti, era quello di stabilire se era arrivato
o meno il momento, se sussistevano o meno le condizioni materiali necessarie
per la trasformazione del sistema sociale esistente. La risposta scientificamente
fondata a questo quesito basilare della teoria e della pratica fu data
dall'analisi marxiana dell'assetto economico del capitalismo.
Il materialismo storico e dialettico, la concezione materialistica della
storia costituiscono i fondamenti teorico-scientifici del Programma
del PCIM-L. In tale documento vengono ribaditi i capisaldi della concezione
materialistica della storia, e cioè 1'inevitabilità storica
della fine del sistema socio-economico del capitalismo, nonché
la necessità oggettiva del passaggio a una nuova e diversa società,
quella comunista, il ruolo storico-mondiale del proletariato come la
classe che, secondo Lenin, costituisce "i1 motore intellettuale
e morale, l'artefice fisico" dell'opera di trasformazione della
società capitalistica in quella comunista.
Il Programma del PCM-L ribadisce, in particolare, che la soluzione dei
compiti storico-mondiali della classe operaia pone il problema del ruolo
dirigente della sua avanguardia: il partito rivoluzionario. La lotta
rivoluzionaria della classe operaia diventa organizzata e cosciente
soltanto ad opera del partito, che ne è il suo reparto d'avanguardia
forte della teoria rivoluzionaria.
Il Programma del PCIM-L, in forza dell'analisi oggettiva marxista-leninista
delle leggi di funzionamento e di sviluppo del capitalismo, ribadisce
"la necessità dello sfruttamento in questo regime"
(Lenin), ovvero denuncia e combatte qualunque tesi riformista circa
la possibilità di superare i rapporti sociali antagonistici nell'ambito
del capitalismo.
Le premesse economiche del socialismo vengono generate nell'ambito del
sistema capitalistico. La concentrazione e la centralizzazione del capitale
non è un "accidente", una "casualità"
del sistema, ma una legge oggettiva di sviluppo del capitalismo che
porta all'accentuazione del carattere sociale della produzione. In vero,
la socializzazione capitalistica dei mezzi di produzione avviene sulla
base della proprietà privata, attraverso la sua centralizzazione.
Di qui il conflitto, inevitabile, tra il carattere sociale della produzione
e la forma privata di appropriazione. Questa fondamentale contraddizione
antagonistica è possibile risolverla soltanto in un modo: liquidando
la proprietà privata dei mezzi di produzione, ovvero con la rivoluzione
socialista.
Il Programma del PCIM-L si propone come suo compito primario quello
di fornire al proletariato quella parola d'ordine autentica di lotta
che, riflettendo la reale necessità storica, indica la via e
i mezzi per realizzarla.
L'artefice del PCIM-L è la classe operaia, la sola classe storicamente
e autenticamente progressista della nostra epoca. Ponendo in essere
il suo vitale strumento, essa chiama nelle sue file i lavoratori combattivi,
i contadini, i giovani proletari pensosi del loro futuro, gli intellettuali
coscienti e tutti coloro che condividono pienamente le sue posizioni
sociali e politiche e sono pronti a lottare per esse e a difenderle
con tutti i mezzi.
In forza dei criteri marxisti-leninisti seguiti nella stesura dei documenti
programmatici, il Programma del PCIM-L traccia un quadro oggettivo della
realtà odierna, delle tendenze e delle leggi fondamentali del
suo sviluppo, un'esposizione argomentata e inequivocabile degli obiettivi
che il PCIM-L si pone ed al conseguimento dei quali chiama le masse.
Il Programma - fondamentale documento teorico e politico del PCIM-L
- si fonda sulla teoria marxista-leninista, su un'analisi obiettiva
dei processi in atto all'interno del paese e in campo mondiale, caratterizza
in modo preciso gli indirizzi strategici del lavoro del PCIM-L. E' un
programma che si caratterizza leninisticamente per la più elevata
concretezza: la concretezza del pensiero politico. E' un programma di
lotta le cui direttrici sono:
1) abbattere rivoluzionariamente il dominio del1a borghesia,
privarla del potere politico, strapparle gli strumenti del dominio e
far così piazza pulita in vista della dittatura del proletariato;
2) spezzare il suo "comitato d'affari", la
macchina statale borghese, l'apparato burocratico, poliziesco e militare
dello Stato degli sfruttatori borghesi e preparare il terreno per mandare
ad effetto il nuovo e diverso apparato, quello dello Stato proletario;
3) Con la presa del potere nelle proprie mani, il proletariato
porrà le fondamenta del proprio Stato: la dittatura rivoluzionaria
del proletariato, se ne servirà per tradurre in realtà
gli obiettivi e i compiti della rivoluzione proletaria, della costruzione
del socialismo e poi del comunismo.
L'Ufficio politico del CC del PCIM-L
1. L’aggravarsi della crisi generale del capitalismo
Il capitalismo è una società priva di
futuro, è un sistema storicamente condannato, e ciò emerge
sempre più chiaramente. Nella storia dell'umanità il capitalismo
è l'ultimo sistema fondato sullo sfruttamento. Dopo aver dato
un vigoroso impulso allo sviluppo delle forze produttive, esso si è
successivamente trasformato in un ostacolo sulla via del progresso sociale.
La traiettoria storica del capitalismo, il suo corso, è la traiettoria
dell'aggravamento della sua contraddizione fondamentale, la contraddizione
fra il carattere sociale della produzione e la forma privata capitalistica
di appropriazione, dell'intensificazione dello sfruttamento della classe
operaia e di tutti i lavoratori, del rincrudimento della lotta fra il
lavoro e il capitale, fra sfruttati e sfruttatori, è il corso
delle crisi economiche, dei sovvertimenti politico-sociali, delle guerre
di conquista e dei conflitti, tutte cause di gravi sciagure per i lavoratori,
per le masse lavoratrici e popolari.
Il capitalismo odierno è sostanzialmente diverso da quello dell'inizio
del XX secolo. In un contesto di capitalismo monopolistico di Stato
- fase contemporanea dell'imperialismo -, che unisce strettamente la
forza del monopolio e dello Stato, la contraddizione tra le forze produttive
aumentate in modo colossale e i rapporti di produzione capitalistici
diventa sempre più acuta e stridente. Si aggrava l'instabilità
interna dell'economia, che si manifesta nella decrescenza, nel rallentamento
dei ritmi generali di crescita e nell'approfondirsi delle crisi cicliche
e strutturali sempre più intrecciate. I deficit di bilancio e
i debiti statali raggiungono cifre incalcolabili, la disoccupazione
di massa e l'inflazione sono divenute una piaga cronica.
L'incessante rinvigorimento e rafforzamento dei grandi gruppi monopolistici,
delle multinazionali, che ottengono profitti immensi sfruttando i lavoratori
a livello mondiale, è un effetto diretto della concentrazione
capitalistica e dell'internazionalizzazione della produzione. Le voraci
e mai sazie multinazionali non solo attentano alla sovranità
dei giovani Stati indipendenti, ma minano altresì gli interessi
nazionali dei paesi capitalisti cosiddetti avanzati.
La borghesia monopolistica, l'oligarchia finanziaria compie continue
manovre per non lasciarsi scalzare e per adattarsi alle mutate circostanze.
Il suo "comitato d'affari", lo Stato capitalista, ridistribuisce
- specialmente per mezzo del bilancio - una parte sostanziosa del reddito
nazionale a favore del grosso capitale, cerca di asservire ai propri
interessi le più recenti conquiste tecnico-scientifiche. Il vieto
meccanismo dello sfruttamento si è 'rinnovato': è divenuto
più complesso e sofisticato. Lauti profitti vengono ricavati
dalle forze psico-fisiche e dalla professionalità dei lavoratori.
Sempre più serrati e diretti si fanno gli attacchi dei monopoli
e dello Stato borghese alle conquiste dei lavoratori e al loro livello
di vita.
Nella società capitalista, diventano sempre più gravi
le conseguenze sociali della rivoluzione tecnico-scientifica. "Rimessi
in libertà" dai padroni, scacciati dalle fabbriche, milioni
di lavoratori sono condannati alla dequalificazione professionale e
a privazioni materiali. Milioni di giovani si dibattono in una situazione
perennemente priva di sbocchi, non possono trovare un'adeguata - ma
nemmeno 'inadeguata' - applicazione per le loro forze e le loro conoscenze.
La disoccupazione di massa - con la prospettiva reale di un suo ulteriore
aumento - permane con qualsiasi congiuntura economica.
Anche nel settore agrario dell'economia, i monopoli hanno conquistato
ormai solide posizioni di dominio. La vita di milioni di contadini dipende
interamente dalle oscillazioni del mercato e dall'arbitrio dei monopoli.
Particolarmente grave la sorte dei contadini nelle ex-colonie e semicolonie.
I piccoli e medi imprenditori cittadini, sfruttati dal grosso capitale,
dipendono ormai non soltanto dalla rete finanziaria 'ufficiale', ma
sempre più dalla parallela rete finanziaria degli usurai.
Milioni di esseri umani, non soltanto nei "paesi sottosviluppati",
ma anche in quelli cosiddetti "sviluppati", vivono nell'estrema
miseria, sono analfabeti, non hanno tetto e sono privi di assistenza
medica. Si accentua ogni forma di razzismo e discriminazione nei confronti
degli "extracomunitari" in genere; i diritti delle donne sono
sempre più conculcati di fatto.
In ambito politico è propria dell'imperialismo la tendenza a
rafforzare la reazione in ogni settore. Là dove i lavoratori,
con una dura lotta di classe, sono riusciti a strappare determinati
diritti democratici, il capitale monopolistico-statale conduce un attacco
pervicace e, sempre più spesso, abilmente camuffato a tali diritti.
Nei casi più ‘difficili’ o ‘pericolosi’,
esso ricorre risolutamente al ricatto politico, alle repressioni, al
terrore, alle azioni punitive. In campo politico il neofascismo - in
"doppio petto" e apertamente squadristico -, ormai "sdoganato"
dalla borghesia "democratica" e dai suoi ideologi in nome
della presunta "democrazia compiuta", si insedia sempre più
impunemente in ogni ganglio delle istituzioni "democratiche"
borghesi. Laddove i soliti e ben collaudati metodi per reprimere i lavoratori
non sortiscono l'effetto voluto, l'imperialismo insedia, appoggia e
tutela regimi reazionari e tirannici per un'aperta repressione militare
delle forze progressiste. Allo scopo di indebolire la solidarietà
internazionale dei lavoratori, l'imperialismo fomenta e provoca apertamente,
impunemente, lo sciovinismo, l'egoismo nazionale e il razzismo, il disprezzo
per i diritti e gli interessi degli altri popoli e per il loro retaggio
storico-culturale nazionale.
L'ideologia antiumanitaria del capitalismo, con il suo sfrenato culto
dell'egoismo e dell'individualismo, della violenza e dell'arbitrio,
l'anticomunismo come 'norma di vita', lo sfruttamento della cultura
come fonte di lucro determinano una desolazione spirituale della società,
portano ad una vera e propria degradazione morale di essa. Una società
sempre più in balia della criminalità "organizzata"
e del "terrorismo", generati e alimentati dall'imperialismo.
Sempre più esiziale diventa il ruolo dei cosiddetti "mass-media"
borghesi e della Chiesa, che manipolano la coscienza degli uomini nell'interesse
della classe dominante.
All’interno del sistema capitalistico si sono formati tre centri
principali di competizione interimperialistica: USA, Europa occidentale
e Giappone. Fra essi si intensifica la lotta concorrenziale per i mercati
di sbocco, le sfere d'impiego del capitale, le fonti di materie prime,
per l'egemonia dei settori-chiave del progresso tecnico-scientifico.
Oltre che nel bacino dell'Oceano Pacifico e in America Latina, si stanno
creando nuovi centri economici e politici di competizione, soprattutto
nella ex-URSS e nella ex-area socialista dell'Europa. Si aggravano le
contraddizioni fra gli Stati borghesi. Le ambizioni egemoniche e la
politica insaziabile dei monopoli nordamericani, pronti, per il loro
tornaconto, a sacrificare gli interessi e la sicurezza di altri Stati,
finanche di quelli alleati, suscitano sempre più allarme nel
mondo.
L’imperialismo è responsabile non soltanto dell'incommensurabile
e sempre crescente divario nel livello di sviluppo economico tra i paesi
industriali del capitale e la maggioranza degli Stati di recente liberazione:
è anche colpevole di genocidio e responsabile del permanere sulla
terra di vastissime zone di fame, miseria, di molteplici malattie epidemiche.
Esso oppone una feroce resistenza al progresso sociale, tenta di arrestare
il corso della storia, di mettere in ginocchio i popoli anelanti al
socialismo, di prendersi una rivincita sociale a livello planetario.
Le potenze imperialistiche, d'amore e d'accordo con la comproprietaria
Chiesa di Roma, cercano di coordinare i loro piani strategici economici,
politici e ideologici, tentano di creare un fronte comune di lotta e
di "ingerenza umanitaria" apocalittica perpetua contro tutto
ciò che "non è democratico" secondo lo standard
imperialistico, contro tutti i movimenti rivoluzionari e di liberazione.
In disprezzo della volontà dei popoli sovrani, l'imperialismo
cerca di privarli del diritto di scegliere autonomamente la propria
via di sviluppo, minaccia la loro sicurezza. Esso non vuole fare i conti
con le realtà politiche del mondo moderno. E' questa la causa
primaria del sorgere di conflitti e di imperialistiche "guerre
tribali" in varie regioni del mondo.
Il centro della reazione mondiale è l'imperialismo USA. Proprio
da questa cittadella della reazione mondiale proviene soprattutto la
minaccia di guerra. Aspirando al dominio dell'intero pianeta, esso si
arroga il diritto di fare e disfare in casa d'altri, di intervenire
militarmente in ogni angolo della terra, dichiarando arbitrariamente
interi continenti zona di "interessi vitali USA". L'ignobile
politica di "ultimatum", di ricatti, di imposizione di rapporti
ineguali agli altri Stati, di sostegno pieno e incondizionato ai regimi
repressivi antipopolari, di discriminazione nei confronti dei paesi
che non vanno a genio agli USA, disorganizza le relazioni politico-economiche
interstatali, impedisce il loro normale sviluppo.
L'ennesima conferma della natura criminale dell'imperialismo è
data dalla serrata proliferazione degli armamenti nucleari, di "scudo
stellare", e di altro tipo. Tale produzione di morte garantisce
ai monopoli profitti incalcolabili. Le sempre crescenti spese militari
sono un vero e proprio peso morto sulle spalle dei lavoratori. Scomparsi
i presunti "nemici di un tempo", il Complesso Militare-Industriale
(i monopoli che producono armi, la casta dei generali, la burocrazia
statale, l'apparato ideologico, la scienza militarizzata) e il potere
imperialistico statale si sono prontamente fabbricati nuovi "nemici
nel terzo e quarto mondo" - senza contare l'ultima creazione dell'imperialismo
yankee ad opera di Bush il giovane: gli "avversari imprevedibili"
- per continuare a ritmo serrato e per tutti i secoli dei secoli i loro
strumenti di sterminio "difensivi". L'intensificazione della
politica di avventurismo e di aggressione, il crescente pericolo di
guerra, sono una chiara testimonianza della vacuità politica
ed etico-sociale del sistema capitalistico.
L'imperialismo è il capitalismo putrefatto, è la vigilia
della rivoluzione socialista. Nessuna falsa "fine del comunismo",
nessuna "riforma" e nessuna manovra del capitalismo odierno
può mistificare e annullare le sue leggi di sviluppo, men che
meno può eliminare il forte, inconciliabile antagonismo fra lavoro
e capitale, facendo uscire il sistema capitalistico storicamente condannato
dalla situazione di crisi e di decomposizione generale. La dinamica
dello sviluppo capitalistico è a tal punto immodificabile che
ogni trovata del capitalismo per rafforzare le proprie posizioni portano
inevitabilmente e irreparabilmente ad un aggravamento di tutte le sue
contraddizioni.
La classe operaia è stata e resta la principale classe rivoluzionaria
dell'epoca moderna. Nella società capitalistica essa è
la forza opponente fondamentale che lotta strenuamente per la liquidazione
del sistema di sfruttamento e l'edificazione di una nuova e diversa
società.
Il corso stesso della vita conferma e riafferma il caposaldo marxista-leninista
del rafforzamento del ruolo della classe operaia nella società.
La sempre crescente applicazione della scienza nella produzione ne infoltisce
e ne completa le file con lavoratori sommamente qualificati.
Nei paesi dell'Asia, dell'Africa, dell'America Latina e, purtroppo,
dell'ex mondo socialista la classe operaia ha di fronte a sé
compiti non facili. Ad essa si oppongono pervicacemente sia il capitale
straniero che gli sfruttatori locali. Nella lotta la sua maturità
politica e la sua capacità organizzativa si rinvigoriscono e
si rafforzano.
I fieri partiti rivoluzionari marxisti-leninisti lottano incessantemente
sia per gli obiettivi immediati della classe operaia che per quelli
a lungo termine, per gli interessi di tutti i lavoratori e gli oppressi,
per una vita profondamente umana, per il progresso sociale, per la liberazione
nazionale dei popoli, per il disarmo e la pace. Essi sostengono e difendono
con fermezza i diritti e le aspirazioni del popolo lavoratore; indicano
con chiarezza le vie per uscire dal vicolo cieco della crisi generale
della società borghese; offrono un'alternativa reale, concreta,
al sistema basato sullo sfruttamento; danno risposte scientificamente
fondate alle domande fondamentali del mondo odierno.
In vero, proprio i rivoluzionari comunisti, i partiti marxisti-leninisti
sono gli interpreti più fedeli e i difensori più tenaci
e risoluti degli interessi dei loro paesi.
La coerente politica di classe dei marxisti-leninisti, dei partiti rivoluzionari
comunisti, non a caso è fatta oggetto di continui attacchi -
oggi più di ieri - da parte dell'apparato politico-ideologico
dell'imperialismo: un cumulo di menzogne e di calunnie si riversa quotidianamente
su di essi; la discriminazione e la persecuzione dei comunisti rientrano
ormai nella "dialettica delle cose" della "democrazia"
del monarca Capitale, al pari della militarizzazione della società,
della politica di aggressione e di guerra, della discriminazione razziale
e nazionale, della sistematica violazione dei diritti "dell'uomo"
e in particolare delle donne, del peggioramento della situazione dei
lavoratori e delle giovani generazioni, della corruzione, dell'atteggiamento
predatorio dei monopoli nei confronti dello sfruttamento delle risorse
naturali e dell'ambiente... In pari tempo la borghesia monopolistica
e le altre forze reazionarie non lesinano 'sostegni' a quelle forze
e a quegli elementi all'interno del movimento operaio che si schierano
contro la politica di classe, per la "riconciliazione sociale",
la "pace sociale", la "politica responsabile", insomma
per l'alleanza con la borghesia.
La politica neocolonialista dell'imperialismo e la lotta antimperialistica
dei popoli e dei paesi per la loro indipendenza totale. La liquidazione
del sistema coloniale dell'imperialismo, il sorgere di numerosi Stati
autonomi dalle sue macerie è una incontestabile conquista storica
delle rivoluzioni e dei movimenti di liberazione nazionale.
Ma l'imperialismo non si è mai rassegnato alla perdita delle
'sue' colonie. Attuando una politica di neocolonialismo, esso aspira
a privare di contenuto la sovranità conquistata a caro prezzo
dai giovani Stati. Esso aspira non soltanto a mantenere il controllo
su di essi, ma addirittura a rafforzarlo. Esso cerca di attrarli non
soltanto nell'orbita capitalistica, ma anche in quella militaristica,
cerca di utilizzarli come una sorta di testa di ponte per la propria
strategia aggressiva globale. Nel perseguire tali obiettivi, gli imperialisti
ricorrono ai soliti e ben collaudati metodi: pressione militare, imposizione
economica, appoggio alla reazione interna.
Oltre ad essere responsabile del passato coloniale e dell'arretratezza
degli Stati di recente liberazione, l'imperialismo porta oggi anche
la responsabilità delle difficoltà che questi paesi incontrano
sul cammino del loro sviluppo economico, in quanto ne frena deliberatamente
il processo di decolonizzazione economica.
In pari tempo, però, cresce anche la resistenza dei popoli di
questi paesi ad una politica di rapina e banditismo. Essi continuano
con sempre maggiore forza a lottare contro il neocolonialismo e la borghesia
locale sua complice, contro l'ingerenza nei loro affari interni, contro
il razzismo e l’apartheid.
Nel campo del1'informazione e della comunicazione siamo ormai al “sistema
globale”. Il sistema, integrato a livello planetario, è
costituito da una rete mondiale di cui i singoli apparati nazionali
rappresentano i momenti semiautonomi di decentramento funzionale. La
rete globale dell'informazione è controllata dagli oligopoli
internazionali, soprattutto americani: ATT, ITT, IBM, General Electric,
Westinghouse, ecc., oltre alle quattro corporations radiotelevisive
- ABC, CBS, NBC, CNN - e alle agenzie di stampa UPI e AP (con l'inglese
Reuters e la francese France-Press), costituiscono il nucleo centrale
della rete multinazionale di controllo dell'informazione e delle relative
tecnologie. Le stesse multinazionali europee e giapponesi sono spesso
subordinate o integrate alla "rete americana".
Gli sfruttatori capitalisti applicano su vasta scala il modello del
network e della "simbiosi informativa" (la dialettica centro-periferia
e pluralismo-monopolio è la base fondamentale della strategia
del networking, strategia già pienamente approntata alla fine
degli anni ‘20 negli USA e via via estesa ai diversi settori della
comunicazione e in altri paesi). La dialettica fra poteri formalmente
decentrati e poteri centralizzati è uno dei princìpi basilari
della 'scienza' del controllo capitalistico. Proprio qui risiede la
base materiale dell'ideologia del cosiddetto "pluralismo"
e della "libertà d'espressione". Il "pluralismo"
riflette il grado di autonomia relativa delle diverse frazioni oligarchico-finanziarie,
il loro gioco di alleanze e di scontri, mentre concede spazi subordinati
al movimento operaio, assicurandone l'armonizzazione nell'ambito del
sistema. In tal modo la cosiddetta "libertà d'espressione"
ne esce ideologicamente rafforzata, mentre il "sistema globale",
ovvero la rete globale garantisce che i flussi informativi basilari
vengano canalizzati nella direzione voluta dalle frazioni oligarchico-finanziarie.
Nell'industria mondiale dell'informazione si sono verificati due mutamenti
fondamentali: l) la formazione di concentrazioni 'verticali' che raggruppano
tutte le fasi e i settori del ciclo informativo (editoria, audiovisivi,
distribuzione commerciale, telecomunicazioni, ecc.); 2) la formazione
di un mercato internazionale dell'informazione, in cui agiscono oligopoli
multinazionali che vedono nelle radiotelevisioni di Stato un ostacolo
agli sbocchi commerciali e alla integrazione dei mercati nazionali.
D'altra parte, gli organismi radiotelevisivi pubblici costituiscono,
nell'odierna società capitalistica, il primo esempio di informazione
di Stato. La pretesa da molti coltivata - non ultimi i neorevisionisti
- che il servizio pubblico si ponga "super partes", cioè
al di là e al di sopra delle parti, ovvero delle classi sociali,
è una pretesa mistica, analoga a quella dello Stato hegeliano
di cui si faceva beffe Marx.
Con la cosiddetta "libertà d'antenna", cioè
la radiotelevisione commerciale, si è materializzata la prima
forma di comunicazione di massa dipendente quasi esclusivamente dalla
pubblicità. Forma originale di manipolazione e di controllo delle
relazioni fra "sistema mercato" e "sistema informazione",
la pubblicità crea una profonda interazione fra produzione di
merci e produzione di informazioni, ponendole in pari tempo sotto il
controllo dei gruppi oligopolistici dominanti.
1.1. A livello mondiale, si è ulteriormente
approfondito il divario tra i cosiddetti "paesi ricchi del Nord"
e quelli "sottosviluppati del Sud". L'accumulo di miseria
umana, l'impoverimento relativo (in molti casi assoluto) dei paesi più
"arretrati" ovvero depredati, in particolare quelli del Sud
del mondo dove vive la stragrande maggioranza della popolazione mondiale,
è in costante aumento grazie anche agli "aiuti" degli
imperialisti e dei loro strumenti ‘istituzionali’ di sfruttamento,
primi fra tutti il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale
e il World Trade Organization (WTO ex-GATT).
A causa della vecchia e nuova depredazione da parte dell'imperialismo
e dei suoi sostenitori locali, ancora oggi, secondo dati ufficiali dell'ONU,
più di un miliardo e mezzo di esseri umani vive in assoluta povertà,
circa un miliardo di adulti non sanno né leggere né scrivere,
due miliardi circa di esseri umani non possono usufruire dell' acqua
potabile, 160 milioni e più di persone sono senza alloggio, più
di un miliardo soffrono la fame, 170 milioni di bambini al di sotto
dei cinque anni sono sottoalimentati, e ogni anno, più di 15
milioni di bambini muoiono prima di aver raggiunto il quinto anno di
età. In molti paesi dell'Africa e dell'America Latina, gli ultimi
anni "alle soglie del terzo millennio" hanno segnato un regresso
generale.
Grazie all'imperialismo le spese militari nel "terzo mondo"
sono aumentate nel corso degli ultimi trenta anni con una rapidità
tre volte superiore rispetto a quella - ma più sofisticata -
dei cosiddetti "paesi sviluppati". Nel complesso, i "paesi
in via di sviluppo" stanziano più risorse per le spese militari
di quanto facciano per l'istruzione e la sanità. In molti "paesi
in via di sviluppo", le odierne spese militari - mercanzia bellica
made in Occidente - sono di 2/3 volte superiori alle spese per l'istruzione
e la sanità. Il "terzo mondo" conta un numero di soldati
otto volte superiore a quello dei medici.
Il debito dei PvS (paesi in via di sviluppo), ad onta della propaganda
degli imperialismi cosiddetta "dell'azzeramento in parte",
continua a crescere inesorabilmente, e con esso, i miliardi e miliardi
di dollari erogati ai vari imperialismi per il "servizio".
La contraddizione "Nord-Sud" si conferma dunque come la caratteristica
centrale della nostra epoca.
1.2. Nei paesi capitalistici cosiddetti sviluppati è in atto
una trasformazione involutiva degli assetti economici e sociali. Aumento
della disoccupazione (più di 40 milioni di disoccupati nei soli
paesi dell'OCSE), lavoro "flessibile", "interinale",
"part-time", ecc., insomma l'incertezza eretta a sistema,
incessanti attacchi alle conquiste e alla previdenza sociali, minacce
e intimidazioni nei confronti dei lavoratori affinché non facciano
resistenza al completo smantellamento dello stato sociale e alla riduzione
del salario per "far uscire il paese dalla crisi" e "per
entrare in Europa" e "per rimanerci", sicurezza sul lavoro
inesistente ma onnipresente sulla carta, crisi di sovrapproduzione e
strutturali, riorganizzazione in senso antipopolare, autoritario e decisamente
fascista del potere e dei vari sottopoteri, "misure" senza
mezze misure volte alla "riduzione del debito pubblico" perenne
scaricate sui lavoratori e le loro famiglie e le fasce più deboli
della popolazione, che vedono un peggioramento complessivo delle loro
condizioni di vita, stangate su stangate, prelievi su prelievi, drastica
riduzione dei diritti dei lavoratori, leggi antisciopero, "gabbie
salariali", smantellamento della sanità e della scuola pubbliche,
"privatizzazioni" (il record va all'Italia), e via elencando:
queste le 'delizie' della speciosa "società del benessere".
Diventa sempre più chiaro che, più i monopoli avanzano,
più le contraddizioni si inaspriscono. I monopoli, l'oligarchia
finanziaria e il sistema del capitalismo monopolistico di Stato che
tutela i loro interessi hanno iniziato su vasta scala un'offensiva senza
precedenti contro le conquiste sociali dei lavoratori dei paesi capitalistici.
Si tratta di un'offensiva aperta, a tutto campo, del grande capitale
contro i lavoratori. Criticando aspramente il capitale monopolistico
di Stato, i monopoli e il loro attuale "personale politico"
omogeneo cosiddetto "di destra", "di centro", "di
sinistra" e variamente combinato, cercano di "riformarlo",
da buoni reazionari, sul modello vecchio, argomentando la propria pratica
con le esplosioni reali delle contraddizioni economiche della società
borghese: il calo della produttività del lavoro, la diminuzione
della concorrenzialità delle merci, la necessità di frenare
le ondate inflazionistiche e lo strapotere della burocrazia statale,
ecc.
Di qui, in particolare, l'odio viscerale dei neoconservatori o arcireazionari
per tutto ciò che è "statale", le imposte sul
reddito, le spese per la previdenza sociale, gli stanziamenti per la
protezione dell'ambiente, la creazione di posti di lavoro, le indennità
di disoccupazione, la "pianificazione" indicativa e le varie
forme di controllo sociale/statale, ecc. E' nata cosi la non nuova idea
di "estromettere lo Stato", di ridurre il suo potere di regolamentazione
della vita economica e di scatenare le liberisticamente selvagge "forze
spontanee della concorrenza". In campo teorico quest'idea ha preso
corpo nella lotta contro il keynesianismo, nella contrapposizione ad
esso del monetarismo e del modello dell'economia ultratriviale “dell'offerta”;
in pratica essa si è materializzata in una politica economica
il cui obiettivo principale consiste nell'attuare il progetto reazionario
di re-industrializzazione a spese dei lavoratori.
l.3. Il capitalismo contemporaneo delinea nuovi tratti
caratteristici del suo sviluppo imperialistico.
Si tratta sostanzialmente dell'enorme crescita della potenza delle corporazioni
multinazionali, del notevole ampliamento delle sfere della loro attività.
Esse si trasformano in associazioni plurisettoriali che operano attivamente
nei vari settori dell'industria, dell'agricoltura, dei trasporti, del
commercio interno ed estero, nei servizi, ecc.
L'espansionismo sempre più rapido dei monopoli industriali ha
dato un forte impulso alla crescita dell'attività bancaria internazionale,
e lo conferma l'ampliamento stesso dell'attività internazionale
delle più importanti banche dei paesi capitalistici.
L'accresciuta forza dei monopoli industriali e bancari internazionali,
le modifiche qualitative nella loro organizzazione hanno contribuito
ad un più stretto intrecciarsi del capitale bancario e industriale
su base internazionale.
Il livello raggiunto dal tasso di concentrazione dei monopoli industriali
internazionali, l'internazionalizzazione dell'attività bancaria,
la crescente integrazione e l'intrecciarsi dei monopoli industriali
e bancari internazionali sono la chiara testimonianza di un salto di
qualità della monopolizzazione a livello mondiale.
Tratti fondamentali di questo capitale finanziario sono: a) una nuova
struttura organizzativa la cui base è costituita dai gruppi finanziari
composti di consorzi internazionali diversificati e gruppi bancari internazionali
strettamente legati tra loro; b) il crescente cosmopolitismo non soltanto
negli indirizzi di attività dei raggruppamenti finanziario-oligarchici
internazionali che stringono nella loro morsa tutto il mondo capitalistico,
ma altresì nella struttura della proprietà monopolistica;
c) un livello qualitativamente nuovo del dominio dell'oligarchia finanziaria
nella vita della società capitalistica.
Presentemente, nell'economia capitalistica mondiale le posizioni dominanti
appartengono a un gruppo estremamente ristretto - poche decine - di
gigantesche unioni finanziario-monopolistiche internazionali: un cosìddetto
"nucleo dirigente" in cui il ruolo principale è svolto
dai rappresentanti di un solo migliaio di famiglie.
L'espansione dei monopoli multinazionali si traduce sempre più
in un potenziamento della reazione - interna ed esterna - economica
e politica. A livello internazionale si traduce nella formazione di
organismi con funzioni "istituzionali" ed esecutive di natura
sovranazionale (regolazione economico-finanziaria, intervento militare
coordinato, sostegno alla competizione con altre aree, dominazione dei
paesi dipendenti).
Strumenti 'pacifici' dell'aggiogamento e del dominio sono anzitutto
il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e la BERS (“Banca
europea di ricostruzione e sviluppo”: quote di essa sono detenute
tra gli altri, da USA e Giappone), che vincolano i loro "prestiti"
all'accettazione di precisi "piani" politico-economici miranti
allo smantellamento del settore pubblico e a ridurre l’autonomia
nazionale dei Paesi contraenti; la NATO e la UEO sul piano militare,
da sempre predisposte ad ogni "pronto intervento" per ogni
luogo ove vengano minacciati gli "interessi vitali" della
dominazione imperialista; il loro periodico conciliabolo, definito "G-8"
(e via di seguito), Russia inclusa, come struttura intercapitalistica
di coordinamento e di mediazione di tutto il sistema.
I rapporti tra gli imperialismi riguardano in pari tempo sia la base
economica che la sovrastruttura statale. Una manifestazione immediatamente
visibile è costituita dall'unificazione dei mercati tra un certo
numero di Stati imperialisti (UE, APEC, ecc.). In questo modo i monopoli
creano le condizioni di mercato rispondenti alle esigenze della produzione
di massa. Tuttavia l'integrazione non si limita a questo fenomeno. Odiernamente
per i monopoli la concentrazione e la centralizzazione transnazionali
del capitale sono una condizione per la realizzazione di un plusvalore
differenziale, e nel lungo periodo sono una necessità assoluta
per la salvaguardia del profitto. Ne deriva una tendenza ad eliminare
gli ostacoli che frenano la concentrazione e la centralizzazione transnazionali
del capitale, e ad armonizzare le politiche degli Stati in materia fiscale,
monetaria, ecc. Nelle condizioni di capitalismo monopolistico di Stato,
però, questa tendenza risulta contraddittoria. Con l'acutizzazione
della concorrenza interimperialistica, i monopoli utilizzano contro
i loro rivali la specificità delle situazioni nazionali e gli
aiuti che ricevono dagli Stati. Il movimento contraddittorio dell'integrazione
imperialista si spiega anche con la politicizzazione della concorrenza.
Siffatta integrazione dà luogo, inevitabilmente, a tutta una
serie di crisi.
Il carattere transnazionale del capitale, l'internazionalizzazione della
produzione aggravano la tendenza classica allo sviluppo ineguale degli
imperialismi rilevata da Lenin.
L'esempio più tipico delle forme di integrazione imperialista
è rappresentato dalla "Unione Europea". L'UE già
CEE non ha perso in nulla i suoi tratti originari: alleanza contro il
socialismo all'estero e contro il movimento operaio all'interno. Uno
degli obiettivi fondamentali dell' autorità sovranazionale creata
con il "trattato di Roma" (marzo 1957) era appunto quello
di ostacolare lo sviluppo del movimento delle masse per la democrazia
e il socialismo, che poteva condurre in questo o in quel paese ad una
rivoluzione sociale.
I fautori borghesi e social-riformisti del "mercato comune"
già a suo tempo presentarono un quadro idilliaco dei vantaggi
"sociali" che sarebbero derivati dall'integrazione europea.
I fatti dimostrano però che il "mercato comune" è
stato sempre dominato dagli interessi dei monopoli. Prendendo a pretesto
la "sempre maggiore concorrenza", i monopoli hanno incessantemente
tentato di rimettere in discussione le conquiste sociali dei lavoratori,
di intensificare i ritmi di lavoro, di rifiutare gli aumenti salariali,
ecc.
La concentrazione economica, accelerata dal processo di integrazione,
si ripercuote in modo esiziale sugli strati non monopolistici dei paesi
della UE. A farne le spese sono soprattutto i ceti medi, gli artigiani,
i commercianti indipendenti e i piccoli e medi contadini. La politica
agricola europea tende ad abbassare i prezzi agricoli, a dimezzare il
numero degli agricoltori della UE e a mettere fuori produzione vaste
estensioni di terreno agricolo.
Queste "misure" smisurate puntano - per dirla con gli stessi
euroburocrati - a "rendere concorrenziale” l' agricoltura
"europea" nel quadro di un'integrazione destinata ad aprirsi
sempre più al mercato mondiale.
In forza delle numerose forme di finanziamento pubblico, il mercato
capitalistico mondiale dei prodotti agricoli è sottoposto, nei
fatti, ad un vero e proprio dumping (vendita di un prodotto a prezzi
più bassi sui mercati esteri che su quello interno o addirittura
al di sotto del prezzo di costo al fine di guadagnare quote di mercato
ed eliminare concorrenti) generale. Una politica come quella applicata
dalla UE non soltanto tende ad eliminare milioni di agricoltori, ma
provoca altresì massicce riduzioni di alcune produzioni agricole
divenute "non redditizie".
In pari tempo, la concentrazione regionale ineguale delle attività
industriali all'interno della UE, favorita anch'essa dal processo di
integrazione, tende ad aggravare la sottoindustrializzazione delle zone
periferiche, come ad esempio il Sud del nostro paese.
La ratifica da parte dell'Italia del Trattato sull'Unione Europea o
"Trattato di Maastricht", col voto favorevole dell'allora
"PDS" e il no di facciata dello statalborghese "Partito
della Rifondazione comunista", significa essersi impegnati a rispettare
- pena vere e proprie sanzioni - i ferrei "vincoli di Maastricht"
, i quali prevedono per le masse lavoratrici solo "lacrime e sangue"
all'infinito. Da Maastricht è venuta l'ennesima conferma di un'Europa
nemica dei popoli, di un'Europa dei monopoli e dell'oligarchia finanziaria,
di una Unione Europea sempre più autorizzata a dettare legge
nel nostro paese a spese delle masse popolari e lavoratrici. Proprio
queste ultime sono e saranno sempre più le vittime del "grande
mercato unico" e della sua logica liberticida, antipopolare e disumana,
della politica estera e militare foriera di nuove guerre commerciali
- e non solo tali - che mina il principio stesso della pace e della
sovranità nazionale di popoli e paesi.
Di fatto, tutta l'architettura, le istituzioni dell'UE sono a misura
dei monopoli, dell'oligarchia finanziaria, delle classi dominanti. La
stessa struttura istituzionale della UE, del resto, è assai vicina
a quella tipica dello Stato borghese con la sua triade di organi legislativi,
esecutivi e giudiziari. Tutta la sua politica economica, monetaria e
sociale, lo stesso "Trattato di Maastricht", con i suoi pesanti
vincoli sui tassi d'inflazione, il debito pubblico e i tassi d'interesse,
sono all'insegna del liberismo più sfrenato e vanno proprio all'opposto
della tanto sbandierata "promozione dei diritti sociali dei lavoratori",
della “tutela dell' occupazione”, della riduzione del divario
tra "paesi ricchi e paesi poveri". Tutto ciò in un
contesto dove si registrano più di 23 milioni di disoccupati
e oltre 50 milioni di persone (oltre 16 milioni di nuclei familiari,
più del 15% della popolazione UE) che vivono nell'estrema povertà.
Per l'Europa dei popoli e socialista. Il PCIM-L è favorevole
ad una Europa senza più barriere, siano esse fisiche o economiche,
ad una effettiva unione economica che avvicini i popoli europei, facendo
godere alla collettività e non ad un infimo numero di sfruttatori
capitalisti i frutti di tale unione. Da sempre ci battiamo per un'Europa
dei popoli, ma ciò è impossibile finché esisterà
l'unione di Stati capitalistici e imperialistici europei. Privi di mezzi
di produzione e di scambio, privi di capitali, privi delle leve del
potere politico i popoli europei non possono incidere in nessun modo
e maniera su quanto viene fatto in Europa sul piano politico, economico,
istituzionale e militare. La stessa vicenda dell'approvazione e della
ratifica del "Trattato di Maastricht" dimostra eloquentemente
come tutto avvenga a loro insaputa e danno, senza avere voce in capitolo
se non "dopo la festa", a giochi fatti, per avallarlo plebiscitariamente.
Affinché l'Europa sia effettivamente dei popoli è necessario
liquidare il sistema monopolistico-statale. Lottare, in definitiva,
per una nuova società, per il socialismo, perché solo
con esso il proletariato andrà al potere e il popolo lavoratore
potrà finalmente godere dei frutti del proprio lavoro e decidere
conformemente ai propri interessi.
1.4. I monopoli sfruttano oggi le risorse di manodopera
di molti paesi. Limitarsi alla "raccolta di pomodori" o ai
"collaboratori domestici" è, più che limitativo,
fuorviante. Per la sua ampiezza e le sue dimensioni caratteristiche,
l'immigrazione esercita un ruolo non secondario nelle attuali forme
dello sfruttamento capitalistico in tutte le grandi potenze imperialistiche.
In pochi anni, l'immigrazione "spontanea" (clandestina) ha
assunto dimensioni incalcolabili.
Gli immigrati, gli "extracomunitari" debbono sottostare a
condizioni particolari di impiego e non godono dei diritti politici
e sindacali di cui usufruiscono i lavoratori del "paese ospite".
Anche il diritto comune che viene applicato nei loro confronti include
norme diverse (divieto di certe professioni, espulsione immediata, ecc.).
Poiché per ottenere il diritto di soggiorno per le immigrazioni
clandestine occorre esibire un contratto di lavoro, il capitale può
imporre a piacimento le proprie condizioni ai lavoratori stranieri.
Nei settori industriali esiste una stretta correlazione tra il numero
degli immigrati, i bassi salari e la durata del lavoro.
Al di là della propaganda 'filantropica' cristiano-borghese o,
all'inverso, delle continue geremiadi piccolo-borghesi sul "problema
dell'immigrazione", l'immigrazione presenta in realtà non
pochi vantaggi per gli sfruttatori, monopolisti in testa, combinando
l'aumento numerico dei lavoratori sfruttati con l'elevamento del saggio
di plusvalore imposto all'intera classe operaia. In presenza di una
crisi congiunturale, ad esempio, gli immigrati servono da 'ammortizzatori'
della disoccupazione e vengono rispediti nel loro paese d'origine. Nessuna
indennità da versare, nessun "elevamento" del tasso
di disoccupazione: e il capitale fa "due affari in una volta".
Dulcis in fundo, il padronato cerca di trarre ulteriore vantaggio dalla
presenza di manodopera immigrata per fomentare la divisione dei lavoratori,
conducendo una infame campagna xenofoba e razzista. In pratica il capitale
monopolistico cerca di assicurarsi una forza-lavoro a buon mercato e,
in subordine, di inasprire la concorrenza sul "mercato del lavoro"
mettendo gli operai 'propri' contro gli "extracomunitari"
per spezzare l'unità della classe operaia. Il senso delle campagne
xenofobe accompagnate da minacce e intimidazioni contro i lavoratori
immigrati è chiarissimo: perpetuare il sistema di supersfruttamento
di questa manodopera cercando di dividere la classe operaia per assoggettarla
più agevolmente al potere del capitale monopolistico.
1.5. Il termine "globalizzazione" è
la versione volgarizzata del più preciso termine finanziario
"global market"; i primi riferimenti sono degli anni '80.
Il famigerato FMI così la definisce: "Crescente integrazione
delle economie mondiali attraverso il commercio e i flussi finanziari".
La lotta contro l'imperialismo, affermava Lenin, "se non è
indissolubilmente legata con la lotta contro l'opportunismo, è
una frase vuota e falsa". E tale è oggi la "lotta alla
globalizzazione": una tipica "frase vuota e falsa". Il
fenomeno apparentemente recente cosiddetto "globalizzazione",
in realtà, altro non è se non il processo di espansione
in lungo e in largo del mercato mondiale che ha contraddistinto i decenni
del dopoguerra. Un processo di continuo dispiegamento capitalistico
e di intensificata lotta interimperialistica che ad iniziare dalla seconda
metà degli anni '70 ha visto combattersi con strumenti tipicamente
liberisti i maggiori Stati imperialistici.
L'odierno movimento - "No global" - "antiglobalizzazione",
come i precedenti movimenti antimperialisti, è sorto e si è
dispiegato in seno ai paesi imperialisti - specialmente negli USA -
che predominano nel campo dell'economia e della finanza mondiale. Anche
nei paesi maggiormente saccheggiati dall'imperialismo - in Africa, Asia
e in America Latina - i vari movimenti antimperialisti sono da sempre
attivi, ma la loro battaglia non trova posto nei cosiddetti mass-media
imperialisti.
L'odierno movimento "antiglobalizzazione" occidentale nasce
come risposta diretta al.processo di "globalizzazione" in
atto nel mondo intero allo scopo di contrastarne gli effetti - sociali,
economici, ambientali - devastanti prodotti praticamente dall'abbattimento
delle barriere doganali e tariffarie, dalla liberalizzazione dei mercati,
dalla impetuosa circolazione dei capitali su scala mondiale, dalla formazione
di un "unico mercato" imperialista. Siffatto processo di "globalizzazione",
il cui sviluppo proprio perché incontrastato dopo la proditoria
dissoluzione dell'URSS è stato subitaneo con urto violento e
di rapido effetto, ha infatti originato nel mondo ancor più fame
e miseria, ultrasfruttamento di risorse altrui e di forza-lavoro, maggiore
disoccupazione, oppressione, guerre, prostituzione, emigrazione di massa,
nuove e sempre più profonde disuguaglianze socio-economiche tra
Stati ricchi e quelli poveri, tra classi dominanti sfruttatrici e quelle
oppresse e sfruttate...
Lo spontaneismo che caratterizza il movimento "antiglobalizzazione"
riflette allo stesso tempo la sua composizione eterogenea ed eclettica
e la sua origine borghese e piccolo-borghese: movimenti per i diritti
civili, cenacoli "filantropici", ambientalisti, animalisti,
ecopacifisti, "nonviolenti", femministe, associazioni di volontariato,
culturali e ricreative, una miriade di associazioni cattolico-missionarie,
neorevisionisti-neoriformisti, anarchici, trotskisti, e simili, che
unitamente ai vari "teorici" professori universitari di economia,
filosofia, antropologia e di altre "scienze sociali" borghesi,
formano le univoche "varie anime" del movimento. In questo
coacervo è difficile individuare un'unica direzione, in quanto
ogni "anima" risponde e si muove in base alle direttive dei
propri rappresentanti. In generale si può tuttavia dire con certezza
che la direzione ovvero l'orientamento del movimento - dal punto di
vista di classe, sociale, politico e culturale - è in mano alla
media e piccola borghesia.
Per tale ragione, pur rappresentando una indubbia - dal punto di vista
oggettivo - forza opponente antimperialista, il movimento “antiglobalizzazione”
è essenzialmente - dal punto di vista soggettivo - inconseguente,
incoerente, discordante e decisamente contraddittorio: anziché
lottare contro le cause sociali profonde della "globalizzazione",
esso si limita a scalfire gli effetti, per esempio, in azioni concrete,
prendendo di mira solo talune multinazionali, determinati simboli o
marchi, attuando il boicottaggio di certe merci e il sabotaggio di specifiche
produzioni (come gli Ogm, organismi geneticamente modificati), prendendo
d'assalto i “Mc Donalds” e qualche agenzia di caporalato
"interinale", ricorrendo ai tribunali e alla disobbedienza
civile, e altre simili forme di "protesta" ben assorbite dal
sistema. D'ordinario, infatti, la legalità borghese è
fuori discussione.
Non meno contraddittorio, poi, il fatto che la "globalizzazione"
viene fatta coincidere con il solo imperialismo USA, ignorando la lotta
tra le varie potenze imperialiste e non facendo menzione del processo
di formazione di una potenza europea.
Privo, a causa della sua connotazione di classe, di una visione "globale"
dell'imperialismo e della conseguente consapevolezza, il movimento "antiglobalizzazione"
è quindi in balia dello spontaneismo proprio in quanto incapace
di approntare una strategia, una politica e una pratica conseguentemente
e compiutamente antimperialista: un compito che solo una linea e una
direzione proletaria rivoluzionaria possono assolvere. Il problema non
solo antidialettico ma politico del movimento "No global"
è difatti quello solito di proudhoniana memoria: conservare il
“lato buono” dell'imperialismo eliminando quello "cattivo".
Ma è noto che è proprio il "lato cattivo", cioè
"l'inconveniente" dell'imperialismo, della società,
a produrre il movimento che fa la storia, determinando la lotta: è
esso che, alla fine, ottiene il sopravvento.
Risulta chiaro quindi che i marxisti-leninisti non possono convenire
con l'analisi-strategia dell'odierna direzione del movimento "antiglobalizzazione".
Ma ciò non costituisce affatto un impedimento alla nostra partecipazione
allo scopo di portare in tale movimento la nostra linea tattica e strategica,
la linea proletaria marxista-leninista. Di più: se si considera
che il rapporto di forze all'interno di tale movimento è palesemente
sfavorevole al proletariato, la nostra partecipazione ad esso è
duplicemente imposta.
C'è appena bisogno di aggiungere che l'obiettivo concreto che
ci prefiggiamo - far maturare soggettivamente le forze "antiglobalizzazione"
attraverso contraddizioni e confronti e imprimere al movimento una direzione
conseguentemente e compiutamente antimperialista - ribadisce l'esigenza
di un forte e autorevole partito rivoluzionario marxista-leninista.
Superfluo aggiungere, infine, che nel periodo di riflusso solo il partito
rivoluzionario - politicamente omogeneo e organizzativamente temprato
in senso bolscevico - è in grado, tra l'altro, di resistere alla
demoralizzazione e allo sbandamento, di continuare la lotta con più
vigore e ad un livello di consapevolezza ulteriore, di eludere le insidie
del neorevisionismo o dell'avventurismo estremistico piccolo-borghese,
di riarmare ideologicamente le masse.
1.6. Ciò che è fallito con la proditoria dissoluzione
dell'URSS non è il “comunismo”, ma il bieco opportunismo.
Le ragioni che hanno portato alla restaurazione del capitalismo nella
ex Unione Sovietica e nell'Est europeo (e a suo tempo, con effetti meno
dirompenti ma sempre tragici, in Cina) sono tutte riconducibili ad un
unico 'principio', e cioè al ruolo e alla funzione controrivoluzionaria
dei revisionisti: “per gli opportunisti socialismo significa coltivare
ed arricchire la borghesia” (Stalin).
La Rivoluzione Socialista d'Ottobre non fu determinata dalle sole contraddizioni
caratteristiche della Russia, ma del mondo intero nell'epoca dell'imperialismo
e della crisi generale del capitalismo. Essa anticipò una serie
di processi comuni a tutti i paesi che realizzano il passaggio dal capitalismo
al socialismo, confermando pienamente con ciò la validità
piena della teoria marxista della rivoluzione proletaria.
La Grande Rivoluzione non ha soltanto dimostrato chiaramente il grande
ruolo del partito della classe operaia, ma ha inferto in pari tempo
un colpo mortale alle varie teorie anarchiche, revisioniste, opportuniste
che negavano la teoria marxista-leninista dei problemi fondamentali
della rivoluzione socialista e della dittatura del proletariato.
Incomparabile è stata la forza d'influenza che la Rivoluzione
Socialista d'Ottobre ha avuto sul processo storico mondiale. Essa ha
destato le masse lavoratrici di tutti i paesi, di tutti i continenti
al movimento rivoluzionario, alla costruzione nel mondo di un nuovo,
diverso e profondamente umano tipo di civiltà.
Il socialismo indicò la via della liberazione dell'umanità
dall'inevitabilità del ripetersi delle sanguinose guerre imperialistiche.
Il potere dei lavoratori non ha bisogno né delle conquiste violente
del potere, né dei mercati privilegiati di rapina, né
dell'aggressione comunque mascherata. Il sistema dei lavoratori - il
socialismo - e la pace sono inscindibili. Non per caso la prima legge
del Potere sovietico fu il "Decreto sulla pace" che espose
i capisaldi della politica estera dei Soviet.
Per secoli e secoli i contadini avevano sognato la terra. Partiti borghesi
e piccolo-borghesi promettevano ai contadini la loro liberazione dal
giogo dei grandi proprietari fondiari. Solo il socialismo mantenne le
sue promesse: consegnò la terra ai contadini. Il socialismo liquida
la miseria nelle campagne, il pauperismo, l'attaccamento feudale alla
piccola parcella, alla piccola proprietà della terra che condanna
i contadini alla fame, ad un lavoro superiore alle forze. Il socialismo
dà vita ad un lavoro libero sulla libera terra, fa dei contadini
una classe co-protagonista, amica del proletariato.
Il socialismo risvegliò "tutto il mondo degli affamati e
degli schiavi" dell'Oriente. I popoli del mondo asserviti ed oppressi
da secoli, forti dell'esperienza dei popoli liberati dalla Russia compresero
che l'imperialismo non era invincibile. I decreti del Potere sovietico
sulla liquidazione del giogo nazionale, il riconoscimento del diritto
all'autodecisione fino alla separazione e alla creazione delle repubbliche
nazionali indipendenti, mostravano ai popoli sfruttati e oppressi la
via della liberazione.
La classe operaia - per la prima volta nella storia del movimento operaio
- ottenne la giornata delle 8 ore. Per anni e anni aveva avanzato questa
rivendicazione, ma in nessun paese capitalistico era stata introdotta
la legge sulla giornata lavorativa di 8 ore. Il socialismo stabilì
il controllo operaio sulla produzione. Dopo nemmeno sei mesi dalla rivoluzione,
gran parte degli stabilimenti e delle fabbriche, i trasporti passarono
nelle mani dello Stato proletario.
Il socialismo ha liquidato tutti gli impedimenti sulla via dell'istruzione
e l'ha messa a disposizione delle masse lavoratrici.
E' incontestabile: la Rivoluzione Socialista d'Ottobre costituisce l'evento
sommamente umano, vitale, incomparabilmente più importante della
nostra epoca. Essa ha radicalmente cambiato il corso della storia e
tutto il volto del mondo. Il socialismo scaturito dalla rivoluzione
del 1917 trasferì per la prima volta tutti i mezzi di produzione,
tutte le molteplici ricchezze e risorse del paese al popolo lavoratore;
pose fine allo sfruttamento secolare dell'uomo sull'uomo. Esso ha portato
all'apparizione del primo Stato della classe operaia, che ha unito attorno
a sé i lavoratori delle città e delle campagne. Ha posto
fine all'oppressione nazionale, concedendo uguali diritti a tutte le
nazioni e gruppi etnici senza eccezione, creando condizioni favorevoli
per la ricostruzione dell'economia così come per il fiorire della
vita sociale e culturale nella pace. La nazionalizzazione della terra,
dell'industria e delle banche ha rappresentato le fondamenta per il
consolidamento della proprietà socialista e per la creazione
di un sistema di economia pianificata. L'industrializzazione ha cambiato
il volto dell'ex Russia zarista-capitalista, trasformandola in una grande
potenza economica. La collettivizzazione dell'agricoltura ha cambiato
radicalmente i rapporti economici nelle campagne e le condizioni di
vita dei contadini. Infine, il socialismo ha posto fine all'analfabetismo
e ha favorito lo sviluppo delle culture nazionali.
La liquidazione dell'effettivo socialismo in URSS - e nei paesi dell'Est
europeo - ha inizio con la morte di Stalin, quando il PCUS, tradendo
le precedenti posizioni proletarie di classe, prese a deviare verso
l'opportunismo di destra e la socialdemocrazia. Ricominciarono così
ad attecchire i dettami ideologico-politici trotskisti e buchariniani
mai completamente estirpati dai leninisti che sino allora ne erano stati
alla guida. Le redini del partito cominciarono sempre più a passare
dalle mani dei bolscevichi a quelle dei menscevichi, trotskisti, buchariniani,
nazionalisti, anarchici.
I processi di restaurazione cominciarono apertamente con la campagna
antistaliniana innescata dal XX congresso del PCUS. Tale campagna portò
ad un indebolimento dell'autorità del socialismo e a gravi difficoltà
nel movimento comunista mondiale. I revisionisti cominciarono a contaminare
e ad erodere i capisaldi del marxismo-leninismo. Si ebbe una sostituzione
in massa dei quadri sovietici di partito, accusati di "dogmatismo"
e di "stalinismo".
Si iniziò così ad orientare l'economia non più
verso una riduzione dei costi o verso un accrescimento della produzione
di merci ad elevata qualità per un sempre maggiore appagamento
dei bisogni dei lavoratori, ma all'ottenimento di un profitto ad ogni
costo. Questa "nuova politica economica" portò ad un
rallentamento dello sviluppo economico, alla caduta delle erogazioni
di fondi e al graduale deprezzamento del rublo. Via via venne meno anche
ogni riduzione dei prezzi, mentre si iniziarono, all'opposto, il rincaro
dei beni di largo consumo e la progressiva eliminazione degli articoli
a poco prezzo. In questa situazione il progresso tecnico-scientifico
fu frenato, e anche il tasso di produttività del lavoro diminuì.
Parimenti nell' agricoltura. Lo smantellamento delle SMT (Stazioni di
macchine e trattori) distrusse il legame che univa la proprietà
cooperativo-colcosiana a quella statale. I colcos si andarono via via
trasformandosi in aziende svincolate dal sistema e gravanti su se stesse,
non interessate quindi al finanziamento dello Stato e men che meno alla
sua assistenza tecnica. Le aziende collettive, non più in grado
di garantirsi una rinnovata tecnica agricola e di aumentare la produttività
del lavoro, divennero stabilmente passive e debitrici dello Stato. La
fusione dei colcos, adottata successivamente quale possibile rimedio,
non sortì alcun apprezzabile risultato economico. I1 taglio degli
appezzamenti personali e la riduzione dei capi di bestiame delle famiglie
colcosiane incise negativamente sull'approvvigionamento di carni e latte
alle città. La deviazione del flusso degli investimenti in direzione
delle terre vergini portò al tracollo di decine di migliaia di
colcos delle regioni situate al di fuori delle "Terre nere".
A causa della mancanza di adeguate condizioni e strutture per la raccolta
e lo stoccaggio del prodotto, i raccolti di granoturco delle terre vergini
andavano, inevitabilmente, in malora. Di qui l’acquisto - regolare
- di grano all' estero.
La tendenza socialista ad eliminare le differenze di classe cominciò
ad essere frenata da nuove differenziazioni professionali e socio-culturali.
Aumentò il divario tra alte e basse retribuzioni. Cominciò
a manifestarsi conseguentemente una formazione “di ritorno”
delle classi e prese altresì vigore un’economia cosiddetta
”sommersa” che generò elementi di imprenditoria privata
i quali aumentarono l'accumulazione primitiva di capitale. A costoro
si unì poi la burocrazia venduta, la quale, d’amore e d’accordo
con la parte imborghesita dell'intellighenzia e con parassiti di vario
genere, costituì infine un blocco antisocialista.
Anche la sovrastruttura politica della società cominciò
cosi a subire un lento e graduale, ma inesorabile, scadimento. La classe
operaia cominciò sempre più ad estraniarsi dalla politica
dello Stato, la quale venne così a privarsi della necessaria
stabilità sociale, limitandosi soltanto a seguire supinamente
la “tendenza generale”. L' apparato statale, via via sempre
più dilatato, venne a perdere la caratteristica di organizzatore
dell'edificazione socialista, fino ad estraniarsi definitivamente dai
lavoratori. Agli occhi della popolazione gli stimoli morali al lavoro
persero di qualsiasi significato e valore; si ebbe così l'indifferenza
- e a mano a mano anche l'avversione - per tutto ciò che era
statale e sociale. Le violazioni della disciplina lavorativa ed esecutiva
non si contavano più, al pari dei fenomeni di corruzione.
In questo quadro, lo Stato proletario si trasformò in "Stato
di tutto il popolo", in modo non dissimile dal PCUS, che venne
definito dai revisionisti "partito di tutto il popolo", sempre
più ricettacolo di carrieristi, filistei, voltafaccia, boriosi,
potenziali rinnegati e schiuma consimile. La massa di partito cessò
dunque di essere propriamente partito e venne trasformata nella base
di una piramide partitica, i cui vertici, sempre più attratti
dal potere cartaceo della burocrazia e dalla continua invenzione di
privilegi per sé, si staccarono ancor più dalla massa
dei comunisti. I quadri dirigenti cominciarono a formarsi dei propri
"clan" imperniati sulla devozione personale. Tutto ciò
portò al discredito della teoria leninista del partito e, alla
fine, ad un completo tracollo dell'autorità del PCUS.
Verso la metà degli anni '80 maturarono nella società
sovietica taluni fenomeni di crisi (perdurante stagnazione della produzione,
stasi del progresso tecnico-scientifico, arresto della crescita del
benessere dei lavoratori). Quantunque, nel sistema economico dell'URSS,
i "margini di sicurezza" potessero ancora reggere sino alla
fine del secolo, cominciò tuttavia ad imporsi l'idea della "completa
eliminazione" di tutti quei processi di stagnazione che ancora
si frapponevano al "ritorno ad una via di sviluppo leninista del
socialismo". Tuttavia, nel CC del PCUS le forze capaci di guidare
simili trasformazioni allora non si trovarono. Dimodoché il Plenum
di aprile (l985) del CC potè tranquillamente incanalare il corso
dello sviluppo nel pantano di una pseudorivoluzionaria "perestrojka",
ipocritamente presentata come "continuazione dell'Ottobre",
"accelerazione dello sviluppo eoonomico-sociale del socialismo",
ovvero "verso la società comunista".
Come poi sia andata a finire, grazie alla "perestrojka rivoluzionaria"
- da noi condannata e combattuta già nei suoi primordi -, è
sotto gli occhi di tutti.
Il pervertimento in senso revisionistico ed opportunistico del PCUS,
il lungo periodo di stagnazione, nel senso più generale del termine,
calato sull'URSS già con Chruscev e poi con Breznev, hanno sostanzialmente
bloccato ogni attività creativa e prodotto fenomeni di degenerazione
molto gravi in ogni settore della vita sovietica. A catena, questo stato
di cose si estese agli altri paesi dell'Est europeo, provocando una
degenerazione non solo nei partiti che si autodefinivano comunisti,
ma anche una generale involuzione della vita politica, economica e culturale
di quei popoli.
Il revisionismo-opportunismo, che si era fatto il nido nel PCUS subito
dopo la morte di Stalin, assestandosi e consolidandosi intorno agli
anni '60, ha prodotto il suo 'capolavoro' ultimo: la "perestrojka"
gorbacioviana.
Dopo il tentativo-farsa di "colpo di stato", il PCUS venne
dichiarato “fuorilegge” nella Russia di Eltsin e nelle altre
Repubbliche, dopo che lo stesso Gorbaciov ne aveva sospeso le attività.
Dopo i tentativi di Gorbaciov nei ripetuti incontri tra i presidenti
delle varie Repubbliche a Novo-Ogarevo, di ricostruire l'URSS su cosiddette
"basi nuove e democratiche", sono prevalse ragioni nazionalistiche
accompagnate da interessi di oligarchie locali che hanno richiamato
alla memoria i boiardi in rivolta contro il potere del Cremlino zarista.
Il corso degli avvenimenti è ormai totalmente sfuggito di mano
ai revisionisti-opportunisti della "perestrojka": per l'insorgere
di spinte nazionalistiche mai sopite, ma anche per il rafforzamento
dell'immagine dei gruppi dirigenti autonomisti e anticomunisti nelle
Repubbliche. L'impreveduta perdita di prestigio del liquidatore sedicente
rinnovatore Gorbaciov e del potere centrale, la mancanza di un centro
di potere politico e di direzione unitaria dopo lo scioglimento del
PCUS, il disgregante esempio autonomista dei paesi baltici e caucasici,
nonché la rovinosa via della "democrazia politica ed economica"
capitalistica imboccata dai paesi dell'Europa centrale con la caduta
"del muro" di Berlino il 9 novembre 1989, voluta anch'essa
dallo stesso figuro Gorbaciov, hanno spinto i nuovi capibanda locali,
provenienti in maggioranza dalle file opportuniste del partito, a giocare
la carta del nazionalismo e della cosiddetta "indipendenza".
L'operazione ha trovato terreno fertile perché l'altro arnese
dell'imperialismo, Eltsin, con i suoi metodi politici spregiudicati
tipicamente borghesi, rozzi e l'esasperato populismo e nazionalismo
slavofilo, aveva già scelto la strada "dell'indipendenza
totale" della Russia, proponendo alle altre Repubbliche un trattato
di "Comunità di stati indipendenti" che non prefigurava
la ricostituzione di una "nuova nazione", come propugnava
Gorbaciov, ma soltanto la nascita di una Comunità consultiva
e di coordinamento, senza Parlamento elettivo e quindi senza potere
legislativo.
Con "l'impegno della non ingerenza negli affari interni degli altri
paesi", Gorbaciov e gli altri opportunisti-liquidatori hanno portato
il 3 ottobre 1990 all'unificazione delle due Germanie ad egemonia federale-capitalistica
ed alla nascita di governi liberali nella maggior parte dei paesi dell'Est.
E' questo intreccio di cause e concause che hanno portato alla temporanea
proditoria sconfitta del socialismo. Ciò nondimeno, quello che
è accaduto nell'ex Unione Sovietica costituisce una indubbia
esperienza per tutte le forze marxiste-leniniste, per lo studio e la
pratica rivoluzionaria. Quanto è accaduto ci rammenta che la
rivoluzione non si sviluppa mai in linea retta: essa procede in avanti
tra vittorie e sconfitte, tra avanzate e ritirate. E il compito delle
avanguardie rivoluzionarie marxiste-leniniste è precisamente
quello di trarre anche dalle momentanee sconfitte tutti gli insegnamenti
e le necessarie conclusioni, affinché la rivoluzione socialista
possa elevarsi ad un grado ulteriore e svilupparsi sempre più
agguerrita.
Quanto alla conclusione politica sostanziale, bisogna riconoscere che
tutto quanto è accaduto nell'Europa Centrale ed in Unione Sovietica,
è, incontrovertibilmente, conseguenza diretta del pensiero politico
e della prassi politica del revisionismo-opportunismo. Il compagno Stalin
definì con precisione il ruolo politico-sociale dell'opportunismo
nel partito della classe operaia, rimarcando che per gli opportunisti
"il socialismo vuol dire allevamento e arricchimento della borghesia".
D'altra parte, è noto che la controrivoluzione interna non ha
fatto tutto da sola, ma con il sostegno attivo dei maggiori Stati imperialisti
e della cosiddetta "Santa Sede". Un sostegno - molteplice
e a profusione mai venuto meno dal giorno dopo la vittoria della Grande
Rivoluzione d'Ottobre, quando i governi borghesi si proposero di rovesciare
il potere sovietico non soltanto per "solidarietà"
con gli ex padroni dell'economia e della politica della Russia, per
timore che l'esempio dei russi potesse contagiare i lavoratori degli
altri paesi, ma anche perché spinti da interessi egoistici, sperando
che con l'abbattimento del potere dei Soviet la Russia si sarebbe indebolita
e smembrata, il che avrebbe offerto l'occasione per una vasta penetrazione
economica e politica nel suo territorio. Ed è quanto avvenuto.
Al momento della Rivoluzione d'Ottobre il mondo era diviso e dilaniato
dai fronti della prima guerra mondiale in due campi ostili. Da più
di tre anni fra Inghilterra, Francia, USA, Italia, Giappone, da una
parte, e l'alleanza austro-germanica, dall'altra, si combatteva una
guerra sanguinosa. Ma nella loro ostilità verso il paese del
socialismo vittorioso le potenze dell'Intesa e la Germania del Kaiser
erano però concordi.
O ancora, con il famigerato piano "Barbarossa", un piano -
firmato da Hitler il 18 dicembre 1940 - passato alla storia come una
sintesi di tutti i "provvedimenti" economici, politici, militari
e ideologici adottati dalla Germania nazista per sconfiggere l'Unione
Sovietica, per eliminare l'ordinamento sociale e statale di quest'ultima
e sterminare un incalcolabile numero di cittadini sovietici. Esprimendo
gli interessi di classe dei monopoli tedeschi, Hitler, ancora negli
anni '20, aveva formulato tra l'altro nel suo abietto libercolo "Mein
Kampf" un programma di lotta contro l'URSS, programma nel quale
egli si prefiggeva di annientare il paese del socialismo per via militare.
A partire da11933, cioè dopo l'avvento dei nazisti al potere,
siffatto piano assunse il carattere di politica statale della Germania
hitleriana e si tradusse in concreti "provvedimenti" nei campi
di politica interna ed estera. Hitler riteneva però necessario
- e non senza ragione - il doversi assicurare la retrovia europea prima
di attaccare l'URSS. La Germania fu trasformata a tal fine in un colossale
campo militare, essa occupò l'Austria, la Cecoslovacchia, la
Polonia ed altri paesi ancora. Tuttavia neppure nel settembre del 1939,
dopo la conquista della Polonia, Hitler non osò attaccare l'URSS
prima della prevista disfatta del blocco anglo-francese.
Nell'odierna propagandistica letteratura "storico-militare"
borghese è largamente diffusa una menzognera interpretazione
delle cause della guerra. Gli "storici" ideologi del moderno
anticomunismo cercano di formare nelle nuove generazioni un'idea falsa
non soltanto delle conquiste della gloriosa Rivoluzione d'Ottobre, del
socialismo, ma finanche del fulgido passato di lotta del primo paese
socialista del mondo, costringendo a dubitare della insita giustezza
della politica di pace del socialismo, tentando di sradicare dalla coscienza
dei popoli il sentimento di indelebile riconoscenza verso il paese del
socialismo vittorioso che dette il contributo determinante e risolutore
alla disfatta degli aggressori nazi-fascisti, di travisare impunemente
i risultati della guerra e le sue lezioni. E ciò al precipuo
scopo di screditare gli obiettivi del comunismo e, nel contempo, 'nobilitare'
l'essenza antiumana, aggressivo-militarista dell'imperialismo "umanitario",
la linea di politica estera odierna e di sempre degli USA e dei loro
soci della NATO.
La falsificazione borghese-imperialista della storia dell'ultima guerra
mondiale tocca vari punti: dall'apertura del secondo fronte all'operazione
delle Ardenne, ma in special modo si insiste nel presentare come causa
principale della seconda guerra mondiale il patto di non aggressione
sovietico-tedesco del 23 agosto 1939. E' quanto sostengono, per esempio,
"storici" ideologi borghesi inglesi e americani come F. Maclean,
W. Morris, M. McCauly, secondo i quali detto patto avrebbe "reso
la guerra inevitabile". Con siffatte menzogne essi cercano di alleggerire
dalla responsabilità della guerra l’imperialismo e lo stesso
nazismo tedesco sua mostruosa creatura. Ma i fatti storici attestano
tutt'altro, e cioè che proprio l’Unione Sovietica fece
tutto il possibile per sbarrare la via alla guerra.
Se la lotta condotta dall'URSS per un sistema di sicurezza collettiva
in Europa e per una resistenza comune agli aggressori nazi-fascisti
riuscì vana, lo si deve precisamente all'Inghilterra, alla Francia
e agli Stati Uniti. L'obiettivo primario dei circoli dirigenti di queste
tre potenze imperialiste era quello di indirizzare l'aggressione di
Hitler contro l'URSS. Essi contavano di annientare con l'aiuto dei nazisti
il "malefico" Stato socialista e liquidare l'odiato bolscevismo.
Nello stesso tempo si era posta anche un'altra alternativa: poiché
in questa lotta, e a prescindere dai suoi effetti, entrambe le parti
ne sarebbero rimaste indebolite, Inghilterra e Francia in particolare
si cullavano nella speranza di intervenire nella fase conclusiva del
conflitto in qualità di "pacificatori" per imporre
condizioni di pace favorevoli all'imperialismo anglo-francese.
La posizione delle potenze imperialiste a Monaco, che cercarono di isolare
l’URSS, le loro mene “diplomatiche” antisovietiche
in attesa della “marcia” nazista sull’Ucraina, il
diniego di concludere un accordo di mutua assistenza con il governo
sovietico nell’estate del 1939…: tutto ciò sta a
testimoniare che per l’URSS non era possibile risolvere il problema
della propria sicurezza sulla base del principio della sicurezza collettiva.
Di fatto, l'Inghilterra considerava di secondaria importanza le trattative
sull'alleanza con l'URSS, ritenendole come strumento per il rafforzamento
dell'imperialismo inglese nei confronti della Germania. In pari tempo
il governo di Chamberlain condusse da maggio fino alla fine d'agosto
del 1939 trattative segrete con inviati nazisti su una larga intesa
anglo-tedesca, la quale prevedeva la delimitazione delle sfere di influenza
fra i due paesi su scala mondiale. Uno degli obiettivi del l'Inghilterra
era quello di giungere ad una intesa con il nazismo a spese della Polonia
(va ricordata la vergogna di Monaco, 29 settembre 1938, quando il primo
ministro britannico Chamberlain e quello francese Daladier concordarono
con Hitler e Mussolini lo smembramento della Cecoslovacchia e ne consegnarono
parte del territorio alla Germania nazista, sciogliendo così
le mani all'aggressore e creando una situazione pericolosa ai confini
occidentali dell'URSS, alla quale andava aggiunta anche la posizione
antisovietica dei governi borghesi-latifondisti di Polonia e Romania,
i maggiori Stati a occidente dell'URSS), di rinunciare alle garanzie
ad essa fornite e di far avvicinare le armate tedesche ai confini dell'URSS.
Il governo sovietico si adoperò sino all'ultimo momento per una
solida alleanza con le potenze occidentali, rifiutando la proposta della
Germania di concludere un patto di non aggressione. La situazione in
cui venne a trovarsi l'URSS era estremamente critica: ad Oriente l'Esercito
Sovietico doveva fronteggiare le truppe giapponesi, che avevano attaccato
la Mongolia, nei pressi del fiume Khalkhin-Gol. Mentre la preparazione
della Germania all'aggressione contro la Polonia costituiva una diretta
minaccia anche per l'URSS. I piani degli imperialisti di indirizzare
l'aggressione nazista contro l'URSS, di attaccarla da Ovest e da Est,
sembravano prendere corpo. L'imperialismo internazionale si accingeva
a creare contro l'odiato Stato socialista uno schieramento comune e
a stringere l'URSS nella morsa di due fronti.
In questa situazione, all'Unione Sovietica non rimaneva altro che accettare
la reiterata proposta tedesca e concludere con la Germania un patto
di non aggressione. Questo passo forzato venne fatto soltanto dopo che
si erano pienamente rivelati gli obiettivi provocatori dei governi dell'Inghilterra
e della Francia, e dopo l'impossibilità di stipulare con loro
un accordo su basi di parità, in seguito alla rinuncia dei capi
della Polonia borghese all'aiuto militare dell'URSS. Il 23 agosto 1939
fu firmato a Mosca il patto di non aggressione fra l’URSS e la
Germania.
Quali risultati raggiunse l'Unione Sovietica dando il proprio consenso
alla conclusione di questo patto oggi come allora falsato e calunniato
dagli ideologi dell'imperialismo?
Pur non facendo affidamento sulla lealtà degli hitleriani nell'adempiere
i propri obblighi, tale patto mostrava tuttavia a tutto il mondo la
prova della coerente politica di pace perseguita dallo Stato socialista,
e nel contempo la temporanea proroga della pace significava un tempo
supplementare per preparare la resistenza all'aggressore. Nel 1939 la
situazione era estremamente sfavorevole, e per l'URSS la guerra sarebbe
iniziata nelle condizioni meno vantaggiose, dati i nemici su due fronti:
la Germania e il Giappone. Se la campagna di Hitler contro l'URSS non
fosse stata scatenata nel 194l ma quasi due anni prima, il paese sarebbe
stato privo di non poche armi importanti e moderne prodotte solo nel
1940-41, come i cannoni controcarro, il carro T-34, aerei per il bombardamento
in picchiata, ecc. Inoltre, non fu meno importante l'esperienza acquisita
nella guerra invernale con la Finlandia.
Spiegando il significato del patto nel discorso radiofonico del 3 luglio
del 1941, Stalin disse tra l'altro: “Cosa guadagnammo concludendo
con la Germania il patto di non aggressione? Noi assicurammo al nostro
paese la pace per un anno e mezzo e la possibilità di prepararci
alla resistenza qualora la Germania avesse corso il rischio di attaccare
il nostro paese nonostante il patto. Ciò rappresentò un
guadagno per noi ed una perdita per la Germania fascista”.
Evitando una guerra in un contesto tanto pericoloso il governo sovietico
diede prova del suo alto senso del dovere: nei confronti del popolo
sovietico ma altresì nei confronti del proletariato internazionale;
esso ricorse, infatti, all'unico mezzo praticabile per salvaguardare
la sicurezza dell'URSS.
Anche la responsabilità storica della mancata creazione del sistema
di sicurezza collettivo proposto dallo Stato socialista è, dunque,
da addebitare in pieno alle potenze imperialiste. Gli avvenimenti comunque
non si svolsero secondo i calcoli degli imperialisti, gli stessi dell'infamia
di Monaco, cioè di una guerra dei paesi imperialisti contro il
paese del socialismo. La feccia hitleriana dell'imperialismo giunse
alla conclusione che sarebbe stato più facile per essa combattere
contro l'Inghilterra, la Francia e la Polonia piuttosto che contro l'URSS
e quindi decise di scatenare la guerra proprio contro quei paesi: il
l° settembre 1939 le orde hitleriane misero a ferro e fuoco la Polonia.
L'Inghilterra e la Francia furono costrette a dichiarare guerra alla
Germania. La seconda guerra mondiale iniziò non con una aggressione
all'URSS, come caldamente volevano i politicanti borghesi-imperialisti,
bensì con uno scontro fra potenze del mondo capitalistico.
L'esercito polacco fu sbaragliato, il governo borghese-latifondista
abbandonò Varsavia e fuggì. Le truppe tedesche continuarono
la loro inesorabile marcia verso est. Il governo sovietico non poteva
consentire la conquista dell'Ucraina e della Bielorussia occidentali,
i cui abitanti erano stati separati dai fratelli consanguinei residenti
nell'URSS contro la loro volontà, non poteva lasciare che la
Germania hitleriana si avvicinasse pericolosamente ai centri vitali
dei paese. Il l7 settembre 1939 l'Esercito Rosso entrò nelle
regioni dell'Ucraina e della Bielorussia occidentali, sbarrando la strada
all'aggressore.
Sia la popolazione dell'Ucraina che della Bielorussia occidentali, sia
quelle della Bessarabia e della Bukovina settentrionale proclamarono
la loro adesione volontaria all'URSS. Su impulso dei parlamenti popolari
nell'URSS furono ammessi, con lo status di repubbliche federate, gli
Stati del Baltico: Estonia, Lettonia e Lituania, dove con le rivoluzioni
del 1940 era stato ripristinato il potere dei Soviet. In Oriente veniva
così eretta, dalle rive del Baltico al Mar Nero, una poderosa
barriera contro la Germania nazista; mentre in Occidente era in corso
la guerra tra due gruppi antagonisti di potenze imperialiste.
Con il differimento dell'entrata in guerra, l'URSS ebbe il tempo per
un ulteriore rafforzamento delle capacità di difesa del paese,
per lo spiegamento delle sue forze armate, per il perfezionamento della
sua preparazione bellica, per l'ammodernamento degli armamenti, sebbene
quel differimento di tempo, com'è noto, non venne impiegato interamente
per la sola preparazione bellica. Pieno era invece il vantaggio in campo
di politica estera dello Stato socialista. Di fatto, la situazione politica
del periodo iniziale della seconda guerra mondiale si complicò
a tal punto che allorquando nel 1941 l'URSS fu costretta ad entrare
in guerra essa non era più minacciata di isolamento politico,
come nell'estate del 1939. Ora contro la Germania combatteva l'Inghilterra,
e le contraddizioni imperialistiche tra gli USA da una parte, la Germania
e il Giappone dall'altra erano a tal grado di incandescenza da risultare
impossibile un'intesa tra gli USA e gli aggressori fascisti. Si crearono
così le premesse obiettive per l'unione in una coalizione antifascista
delle potenze più grandi del mondo: l'URSS, gli USA e l'Inghilterra.
L’URSS si assunse il peso principale della lotta contro il nazi-fascismo,
si pose all’avanguardia della lotta antifascista mondiale.
Gli ideologi dell'imperialismo non potranno mai falsificare quest'altra
verità: il paese del socialismo ebbe un numero di vittime - 20
milioni 300mila persone - oltre venti volte maggiore di quello degli
USA e dell'Inghilterra presi insieme. Al contrario degli USA, fu distrutto
un terzo del patrimonio nazionale dell'URSS: 1.7l0 città, 70mila
villaggi, 95mila colcos, 32mila industrie, 40mila ospedali e poliambulatori,
65 mila chilometri di linee ferroviarie. Il danno economico da essa
subito raggiunse i 2 trilioni 600 miliardi di rubli, cioè una
somma 75 volte maggiore del bilancio statale del l940.
Nel dopoguerra, l'economia sovietica veniva ricostruita in una complicata
situazione internazionale: nei paesi della coalizione antihitleriana
gli ambienti reazionari mutarono bruscamente la loro politica nei confronti
dell'URSS. Nel marzo 1946 W. Churchill pronunciò a Fulton un
discorso, nel quale si esortavano gli anglo-sassoni ad unirsi contro
il "comunismo orientale". A quel discorso di Churchill, preceduto
da una persistente campagna giornalistica, era presente e concorde il
presidente degli USA Truman.
Di lì a poco il segretario di Stato americano Byrnas pronunciò
a Stoccarda un discorso non meno bellicoso, nel quale emergeva chiaramente
che gli USA rompevano con la politica concordata sulla questione tedesca
e puntavano a trasformare il militarismo tedesco-occidentale in forza
d'urto dell' imperialismo nel continente europeo. Un anno dopo Truman
annunciava la "prerogativa" degli USA ad intervenire negli
affari degli altri paesi ("dottrina Truman"), e non solo negli
affari interni. Seguirono quindi il cosiddetto "piano Marshall"
e i passi preliminari per la costituzione del blocco aggressivo e guerrafondaio
nord-atlantico (NATO). Approfittando delle difficoltà in cui
si dibattevano gli Stati europei, con la loro disastrata economia, gli
USA offrivano "aiuti", condizionandoli al controllo americano
sul commercio con l'estero e in parte sulle finanze e sull'industria.
Si imbastiva la strategia della "guerra fredda" con la teoria
del "roll back", della "intimidazione" del comunismo,
ecc. I promotori di questa linea facevano leva sul monopolio atomico
americano. Il presidente degli USA Truman non perdeva occasione per
ricordare che la bomba atomica avrebbe costituito un "buon bastone"
contro i "comunisti orientali", dando per scontato che il
monopolio atomico americano sarebbe durato a lungo.
Col ricatto atomico nei confronti dell'URSS e di altri paesi, i caporioni
degli USA puntarono sulla corsa agli armamenti atomici. Nel frattempo
aumentava la produzione delle armi convenzionali. L'esercito statunitense
ammodernava a ritmo serrato il suo equipaggiamento. In tutto il mondo,
possibilmente a ridosso dei confini dell'URSS, venivano installate basi
militari americane. La corsa agli armamenti accelerava i suoi ritmi.
Nei primi sei anni di permanenza al potere (1945-l950) l'amministrazione
Truman ebbe un bilancio militare superiore a quello di tutti i governi
americani presi insieme nei l50 anni precedenti il secondo conflitto
mondiale.
Incessanti preparativi bellici erano sostenuti anche dai governi dei
paesi capitalistici dell'Europa Occidentale. Anche qui si ingrossavano
le file degli eserciti, si immagazzinavano armi su armi , ci si preparava
ad una nuova guerra, si stringevano alleanze e blocchi militari, diretti
contro l'URSS ed i paesi che avevano intrapreso la via di sviluppo socialista.
Nel l948 fu costituita la cosiddetta Alleanza occidentale, della quale
entrarono a far parte Inghilterra, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo.
Nel 1949 su iniziativa degli USA venne fondato il blocco aggressivo
nord-atlantico (NATO) diretto contro l'URSS e i paesi a democrazia popolare.
Furono elaborati i programmi per la rinascita militare della Germania
Occidentale e, in special modo, del militarismo tedesco. In Europa riappariva
un pericoloso focolaio di tensione. L'imperialismo accresceva la tensione
in Asia. Nell'estate del l950 l'imperialismo americano passò
dai preparativi di una guerra ad atti di aperta aggressione. Spalleggiato
e foraggiato dagli USA il governante fantoccio della Corea del Sud Syngman
Rhee scatenò la guerra contro la Repubblica Democratica Popolare
della Corea.
Era inevitabile che la politica degli USA e dei paesi capitalistici
dell'Europa Occidentale, che li seguivano, sfociasse in un inasprimento
della situazione internazionale. Gli imperialisti non cessavano di costituire
nuovi blocchi militari. Essi misero il mondo di fronte al pericolo di
una terza guerra mondiale con l'uso dei mezzi di sterminio di massa.
Un susseguirsi, nel corso degli anni, di nefandezze inenarrabili il
cui corollario è rappresentato dalla presente “nuova strategia
nucleare”, cioè la mostruosa dottrina, propria dell'imperialismo,
della guerra nucleare "limitata", "locale" o "prolungata".
Tutto questo al solo scopo di distruggere "l'impero del male"
e ciò che esso rappresentava per i popoli del mondo anelanti
alla libertà e ad una vita sommamente umana, ovvero per raggiungere
una supremazia militare a livello planetario per continuare a sfruttare,
soggiogare e depredare per tutti i secoli dei secoli risorse e territori
altrui, interi popoli, milioni e milioni di uomini in ogni angolo della
Terra.
Oggi, il compito che s'impone a tutti i marxisti-leninisti dell'ex Unione
Sovietica - e degli altri paesi dell'Est europeo - è quello di
scalzare e liquidare la controrivoluzione borghese, ripristinare il
potere della classe operaia e far rinascere un rinnovato socialismo
sulla via del comunismo.
Al carattere naturalmente criminale dell’imperialismo fa riscontro
il ruolo odierno dell’ONU, un organismo – ormai scaduto
e squalificato sotto tutti i punti di vista – capace soltanto
di produrre carte in regola dal punto di vista “diplomatico”
per ogni invasione decisa dagli USA.
L'Organizzazione delle Nazioni Unite fu istituita al termine della Conferenza
di San Francisco (1945) dagli Stati vincitori della seconda guerra mondiale;
in quella sede fu redatto il testo che, entrato in vigore il 24 ottobre
dello stesso anno, rappresenta la Carta delle Nazioni Unite.
Lo Statuto richiede a tutti i membri dell'ONU l'osservanza dei princìpi
quali l'uguaglianza dei diritti e l'autodeterminazione dei popoli, la
rinuncia all'uso della forza, la soluzione pacifica delle divergenze
internazionali, la non ingerenza negli affari interni reciproci.
Presente l'URSS, l'ONU si è espressa più volte e con determinazione
per la soluzione di problemi vitali quali lo scongiuramento della corsa
agli armamenti nello spazio, il congelamento degli arsenali nucleari,
il divieto di tutti gli esperimenti concernenti le armi nucleari, la
riduzione delle riserve di armi nucleari fino alla loro totale e generale
eliminazione. Sono note anche le risoluzioni dell'ONU contro una temibile
arma di sterminio di massa: l' arma chimica.
Queste prese di posizione dell'ONU non sono però mai andate a
genio a quelle forze che tramavano - ieri come oggi - per ottenere una
supremazia mondiale, che seguono un indirizzo volto non alla cooperazione
internazionale, bensì ad una aperta conflittualità, ad
un'escalation del ricatto nucleare, alle minacce, agli "ultimatum".
Il riferimento è in primo luogo agli USA.
Più la forza dell'ONU quale strumento di pace e di cooperazione
internazionale cresceva, più l'imperialismo nordamericano entrava
in aperto conflitto con questa organizzazione. L'amministrazione dell'ex
generico cinematografico Reagan in particolare non ha mai approvato
la cosiddetta "politicizzazione" del sistema dell'ONU, cioè
il fatto che la posizione della maggioranza dei membri di questa organizzazione
non coincidesse con la posizione degli USA sulle questioni fondamentali
della politica mondiale. L'ostruzionismo alle raccomandazioni dell'ONU
era divenuta pratica corrente nella nera Casa Bianca. Non solo. Gli
USA uscirono dall'UNESCO e minacciarono addirittura di uscire dall'ONU
se le cose all'ONU non fossero "cambiate radicalmente". Gli
imperialisti erano pronti ad arrivare perfino allo sfascio della comunità
internazionale piuttosto che seguirne lo Statuto. In pratica, una vera
e propria sfida all'aspirazione dei popoli alla pace.
Ma oggi, con la proditoria dissoluzione dell'URSS, con i membri dell'ONU
"partners", "amici", "simpatizzanti",
soci, satelliti, ostaggi del Grande Brigante yankee, ormai braccio armato
"del mondo", chi garantisce la "sicurezza internazionale"?
Dopo il famigerato '89, quello del "crollo dei muri", la muta
ideologica sguinzagliata dall'imperialismo annunciò trionfante
la "fine della storia", ovvero il capitalismo come sistema
definitivo, per tutti i secoli dei secoli. Un presunto "nuovo ordine
mondiale" sarebbe sorto .dalle rovine degli assetti di Yalta; una
cosiddetta “nuova éra di pace” sarebbe iniziata con
la fine del benefico "impero del male" e del “bipolarismo”.
Ma il crollo dell'ordine scaturito dall'ultimo conflitto mondiale -
preparato da molti fattori economici, non ultimo il riemergere da protagonisti
di Germania e Giappone -, unitamente alle aspirazioni egemoniche dell'imperialismo
derivanti dalla sua natura, ha portato al riesplodere di conflitti e
di contraddizioni ancor più gravi che nel passato. Non solo.
Ha posto dialetticamente le basi di nuove aggregazioni imperialistiche
destinate a sfociare, in tempi non remoti, in un nuovo conflitto militare
globale.
Un pericolo, questo, reale ed attuale a motivo della natura imperialistica
di ciascun Stato borghese. Le alleanze, i "blocchi" che si
stabiliscono fra gli imperialismi vengono infatti corrosi e messi in
discussione dai rivolgimenti economico-sociali, dai mutati rapporti
di forza e dallo scompiglio che, in campo internazionale, si moltiplica
per le mene di ciascuna borghesia "nazionale" per salvaguardare
e rafforzare, a spese dei "nemici" e dei "partners-rivali",
la propria sfera d'influenza e il proprio peso sul mercato mondiale.
L'emergere di nuove contraddizioni fra i tre maggiori centri del capitalismo
– USA, Europa, Giappone – confermano questa tendenza. Tali
contraddizioni - sempre presenti ma subordinate, presente l'URSS, alla
solidarietà di "blocco" - mettono in rilievo: a) una
tripartizione del mondo in aree d'influenza dell'imperialismo uno e
trino; b) l'accentuata intenzione degli USA di mantenere una leadership
politico-militare, finalizzata alla riconquista del predominio perduto
in campo economico; c) la crescente determinazione della Germania e
del Giappone ad un proprio protagonismo militare, finalizzato alla difesa
dei propri "interessi vitali", in diretta concorrenza con
quello nordamericano.
I mutamenti costanti - oggi sempre più rapidi - che si verificano
nei rapporti di forza acuiscono la rivalità delle potenze imperialistiche
per i mercati di sbocco, le materie prime e le possibilità di
"investimento".
Sul mercato mondiale degli ultimi decenni - ma in particolare dopo 1'89
- ai monopoli nordamericani si sono contrapposti soprattutto quelli
europei e quelli giapponesi in special modo, che sono assurti a loro
principali rivali. I monopoli giapponesi e quelli europei sono ormai
diventati concorrenti estremamente vigorosi e validi del capitale nordamericano,
anche sullo stesso mercato interno statunitense.
Per giunta, alla lotta per i mercati di sbocco si sovrappone oggi, in
una forma sempre più acuta, quella per l'esportazione del capitale.
Nonostante la quantità sempre maggiore di capitali di provenienza
tedesca, francese, inglese, italiana o giapponese, il primato in questo
campo è sempre detenuto dagli USA.
Negli ultimi anni si è avuto un calo della quota americana nel
totale delle esportazioni mondiali; in pari tempo, però, cresceva
considerevolmente la produzione delle affiliate americane all'estero.
Le filiali estere delle industrie di trasformazione statunitensi producono
una quantità di beni industriali superiore di circa tre volte
al volume di produzione esportata dagli USA. La fuoruscita di capitali
dagli Stati Uniti continua ad aumentare a tempi rapidi, non soltanto
sotto forma di investimenti diretti, ma anche in quella di investimenti
finanziari, questi ultimi effettuati massimamente dallo Stato con fini
politici e militari oltre che prettamente economici.
Gli esempi, anche recenti, della competizione interimperialistica non
mancano. La rivalità politica ed economica tra le maggiori forze
capitalistiche è ineliminabile. La natura dell'imperialismo è
rimasta immutata, e la sua tendenza all'espansione territoriale non
soltanto si è preservata, ma si è ulteriormente e impunemente
accentuata.
1.7. Per l’unità d’azione dei partiti
marxisti-leninisti dei vari paesi
Il mandato imperativo della nostra epoca è
il passaggio dal capitalismo monopolistico di Stato al socialismo inaugurato
dalla gloriosa Rivoluzione Socialista d'Ottobre.
Oggi sussistono indubitabilmente le condizioni oggettive e soggettive
per la necessaria rinascita di una nuova Internazionale Comunista fondata
sull'imperituro retaggio della III Internazionale.
L'ascesa storica della classe operaia, la sua incessante lotta contro
il capitalismo per l'instaurazione del potere proletario e la costruzione
del socialismo hanno per la loro stessa sostanza un carattere internazionale.
L'internazionalismo del movimento operaio deriva e trae la sua forza
dall'essenza stessa della missione storico-mondiale del proletariato,
dalle condizioni in cui tale missione si attua, dalle peculiarità
che caratterizzano la sostituzione della vieta formazione capitalistica
con quella socialista. Sconfinando, superando i confini nazionali, il
capitale ha unito le economie dei singoli paesi in un unico sistema,
quello dell'economia mondiale capitalistica che si presenta come un
sistema di sfruttamento "globale" da parte della grande borghesia
internazionale di tutti i lavoratori del mondo. Il capitale non è
una forza "nazionale" ma internazionale: per abbatterla, per
realizzare il passaggio al socialismo in qualunque paese, sono necessari
la fratellanza internazionale dei lavoratori, l'aiuto vicendevole e
la indefettibile fedeltà al dovere internazionalista da parte
del proletariato di tutti i paesi.
La motivazione teorica e politica della necessità di costituire
la nuova Internazionale Comunista è data dalle stesse odierne
circostanze storiche generate dall'imperialismo, dalle sue accresciute
e intensificate contraddizioni, dall'inizio di un periodo di assalto
diretto - seppur contraddittorio - al capitalismo monopolistico di Stato,
dall'aumento del ruolo della fratellanza internazionale degli operai
nella loro lotta per il conseguimento degli obiettivi rivoluzionari
sia nazionali che internazionali, dall'esigenza - di vitale importanza
- di contrapporre alla teoria e alla prassi del riformismo-opportunismo-revisionismo
una teoria e una prassi autenticamente rivoluzionaria.
Urgente, pressante e incalzante è ormai la necessità di
dar vita ad un unico strumento valido di collegamento internazionale
per i marxisti-leninisti su scala mondiale: in una serie di paesi in
varie parti del mondo ci sono forze seriamente inserite nei movimenti
di massa in grado di svolgere una funzione non marginale in una compiuta
strategia di lotta antimperialista e anticapitalista.
Come la gloriosa III Internazionale, la nuova Internazionale Comunista,
fedele alla dottrina marxista-leninista, presterà la principale
attenzione all'elevamento del ruolo storico-mondiale della classe operaia,
alla sua educazione politica e alla sua coesione sul piano organizzativo.
Tutta la sua attività sarà volta ad un unico obiettivo:
aiutare la classe operaia ad assolvere entro il più breve tempo
possibile la sua missione storica.
Come, a suo tempo, la formazione di partiti e gruppi comunisti in una
serie di paesi significò che la III Internazionale era di fatto
già sorta e operante, così oggi il compito è identico:
unire sul piano organizzativo i reparti esistenti del movimento comunista
e moltiplicarne così la forza, l'energia e l'influenza tra le
masse.
Lenin, il grande maestro e capo del proletariato mondiale arricchì
la dottrina marxista sul partito ed elaborò i capisaldi organizzativi
dell'Internazionale Comunista. Momenti di somma importanza di tali capisaldi
- gli stessi a fondamento della nuova III Internazionale - sono: il
centralismo democratico, che assicura l'unità di intenti e l'unità
d'azione dei partiti comunisti, il massimo sviluppo della loro iniziativa
e della loro autonomia; una rigorosissima disciplina di partito, fondata
sull'adesione consapevole dei comunisti, sulla capacità dell'avanguardia
di esprimere al meglio gli interessi delle masse, di avvicinarsi, di
fondersi, come soleva dire Lenin, con le più larghe masse dei
lavoratori, in primo luogo con le masse lavoratrici proletarie, ma altresì
con quelle non proletarie; l'internazionalismo, che include la disciplina
proletaria internazionale e l'autodisciplina nell'attuazione dei compiti
della lotta rivoluzionaria, la comprensione da parte di ogni partito
della responsabilità storica per il successo della propria attività
nell'ambito nazionale, per i destini di tutto il movimento comunista;
la realizzazione, in concreto, della vicendevole assistenza rivoluzionaria
nelle forme le più efficienti e le più opportune in queste
o quelle condizioni.
L'esigenza della nuova III Internazionale muove dalla necessità
di ristabilire e consolidare i legami fra i lavoratori di tutti i paesi,
di denunciare l'opportunismo in seno al movimento operaio internazionale,
di rafforzare i giovani partiti marxisti-leninisti, di elaborare la
strategia e la tattica del movimento comunista internazionale, di lottare
efficacemente contro il deviazionismo, contro l'avventurismo estremistico
piccolo-borghese, contro il settarismo.
La necessità dell'elaborazione collettiva dei fondamenti della
strategia e della tattica è determinata altresì dal fatto
che la teoria rivoluzionaria “nasce dall'insieme dell'esperienza
rivoluzionaria e del pensiero rivoluzionario di tutti i paesi del mondo”(Lenin).
La nuova III Internazionale "deve elaborare su scala internazionale
la propria tattica"(Lenin).
La necessità di ciò è data non soltanto dalla oggettiva
unità di interessi della classe operaia internazionale nella
lotta contro il capitale, ma anche dal fatto che solo tenendo conto
di tutta l'esperienza mondiale del movimento di liberazione ci si può
garantire dallo scivolamento verso la via rovinosa della grettezza nazionale,
verso una visione astratta - unilaterale - delle cose e rapportarsi
invece all'unità dialettica dei momenti nazionali e internazionali.
E' la storia stessa, sono gli interessi stessi dei lavoratori di tutto
il mondo, gli interessi di tutta l'umanità sofferente ad esigere
oggi l'unità dei comunisti marxisti-leninisti, delle avanguardie
rivoluzionarie in una nuova III Internazionale.
2. L’aggravarsi della crisi della società italiana
2.1. La società italiana, la sua politica,
attraversano una crisi estremamente profonda. Tale crisi generale -
che non si può comprendere al di fuori del suo contesto internazionale
- presenta tratti specifici e più pericolosi che altrove. La
crisi della cosiddetta "Azienda Italia" si caratterizza per
la sua onnilateralità: economica, sociale, politica, istituzionale,
etico-morale.
Sul piano economico e sociale è in atto una tendenza al restringimento
della base produttiva; lo spreco di enormi risorse materiali va sempre
più moltiplicandosi; gli squilibri toccano punte ulteriori. La
contraddizione peculiare del capitalismo italiano - la "questione
meridionale" - si è ulteriormente aggravata.
Ha pesato il prolungato malgoverno dovuto ai particolari collegamenti
della DC e del PSI - in special modo - con determinati strati sociali,
al parassitismo e al clientelismo che li hanno distinti, al modo con
cui si è realizzato l'intervento pubblico nella vita economica.
Il fenomeno "Tangentopoli" - fenomeno connaturato al sistema
capitalista ma particolarmente accentuato nell' "Azienda Italia"
- ha quali unici responsabili i principali gruppi industriali e finanziari
in combutta con il loro "personale politico" - i partiti al
governo - divenuto via via sempre più 'esigente'. A tal punto
da distruggere la gallina dalle uova d'oro, da pregiudicare lo stesso
sistema capitalista. Lo scoperchiamento del vermicaio - favorito non
solo dagli avvenimenti internazionali ma anche dalla persistenza della
"crisi ciclica" - ha fatto esplodere il vecchio sistema politico
basato su alcuni grandi partiti, quale si era storicamente configurato
e assestato dal dopoguerra agli anni '90. Di qui una crisi della rappresentanza
politica, dei vecchi partiti borghesi come pure di quelli "consociati".
Di qui il trasformismo e il riciclaggio: non soltanto di singoli squallidi
elementi, ma addirittura, in blocco, di forze sociali e politiche, di
gruppi di potere e di pressione, di gruppi dirigenti dei vecchi partiti.
La degenerazione dei vecchi partiti borghesi, che per decenni hanno
governato e dissanguato il Paese, ha provocato una profonda lacerazione
nel rapporto tra i partiti e la cosiddetta "società civile",
alterando profondamente le "regole del gioco" del sistema
democratico borghese. Risultato di tutto ciò, la frantumazione
del vecchio asse politico e sociale, del sistema di alleanze che ha
dominato la scena politica italiana degli ultimi venti anni.
La nuova scena e il palcoscenico politici sono dominati da forze reazionarie
con il loro codazzo di guitti che mirano al "rinnovamento della
vita del paese" andando a ritroso. E' in atto una svolta reazionaria
- che avanza a tutti i livelli - senza precedenti attraverso la quale
settori dominanti della borghesia puntano a spostare definitivamente
a destra - come 'naturale collocazione' - le basi dello Stato "democratico",
sostituendo alla proclamata "repubblica democratica fondata sul
lavoro" una repubblica autoritaria e presidenzialista fondata sul
potere assoluto del capitale.
Le cause profonde di questa regressione bestiale, di questa involuzione
reazionaria che investe con furia tutti i settori fondamentali della
vita sociale e politica della rinomata "Azienda Italia" sono
dovute alla crisi di sovrapproduzione, alla caduta del saggio di profitto
e ai processi di internazionalizzazione e di accresciuta concentrazione
dei capitali nelle grandi imprese e sodalizi monopolistico-finanziari.
Fra i monopoli si è ormai scatenata una spietata concorrenza
per il "miglior piazzamento" sul mercato europeo, per la penetrazione
nei mercati asiatici ed americani e per la conquista dei nuovi mercati
aperti dal ritorno del capitalismo o "ritorno della democrazia"
nell'ex Unione Sovietica e negli altri paesi dell'Est.
Elementi particolarmente indicativi della svolta reazionaria in atto
sono il carattere imperialistico sempre più aggressivo in politica
estera e militare, con l'esercito italiano ormai "professionale",
sottratto al controllo del Parlamento e inserito sempre più strettamente
nella struttura aggressiva NATO/UEO per ogni "pronto intervento"
negli angoli più remoti del pianeta; la dotazione di portaerei;
la disponibilità a far installare nel paese basi ONU per ogni
apocalittico "pronto intervento umanitario"; l'uso demagogico
e strumentale dei referendum; l'introduzione del sistema maggioritario
(un sistema del diciannovesimo secolo); l'unità del Paese in
via di liquidazione (per meglio dividere il popolo lavoratore); "riforma
elettorale" e "revisione" della Costituzione borghese
in senso reazionario, e così via.
L'involuzione autoritaria delle democrazie borghesi ha trovato pieno
riscontro anche nel nostro Paese.
Lo spostamento involutivo sempre più accentuato verso il centro-destra
della politica della cosiddetta "sinistra" borghese o socialdemocratica,
e l'abbandono di queste forze di qualsiasi forma di opposizione di classe
e antagonista alla destra neofascista sempre più proterva e minacciosa,
manifesta senza ombra di dubbio il loro ruolo politico rigidamente imperniato
sui cardini borghese-istituzionali, parlamentaristico e di consociativismo
col potere e gli interessi padronali dominanti, sì da precludere
- nei fatti - ogni prospettiva di fuoruscita dal sistema capitalistico,
conformemente alla loro natura di partiti borghesi "di sinistra".
Allorquando siffatti partiti promuovono delle manifestazioni di piazza,
non lo fanno per dare significato e seguito di classe alle mobilitazioni
della classe lavoratrice, ma unicamente per incanalare lo sdegno e la
rabbia delle masse lavoratrici e popolari, per darvi uno sbocco istituzionale
e parlamentare e per usarla strumentalmente assieme ai vertici di CGIL-CISL-UIL
sul tavolo dei cedimenti e dei compromessi con la classe sfruttatrice.
Con ragione i lavoratori e, più in generale, le masse popolari
non notano alcuna differenza sostanziale ideologica, politica, economica,
sociale e di prospettiva tra la “sinistra” socialriformista,
il "centro" e la "destra": sono forze tutte omologate
e appiattite sulla cosiddetta "economia di mercato" con tutto
lo sfacelo che ciò comporta in termini sociali, nessuna forza
elettorale propone uno sbocco diverso in grado di superare le tare micidiali
del capitalismo e tutto ciò si traduce quindi nelle masse prive
di coscienza di classe in bestiale egoismo, nel corporativismo più
ottuso, nell'assoluto disimpegno, nella esiziale diseducazione di classe,
nel qualunquismo più bieco e, per conseguenza, nell'acritico
consenso alla destra arcireazionaria, squallida promettitrice del paradiso
in terra o del ben noto "Arricchitevi!".
Lo “sdoganamento” dei vecchi e nuovi fascisti da parte di
forze altrettanto reazionarie sedicenti "moderate" ha avuto
la viva approvazione - in nome della speciosa “democrazia compiuta”
- anche della borghesia che si autodefinisce “liberal” e
“di sinistra”. E non poteva essere diversamente, dato che
il neofascismo dichiarato e mimetizzato, al pari di quello sconfitto,
non è che uno strumento del capitale monopolistico.
La serietà della minaccia fascista è dimostrata oggettivamente
dalla realtà. Nel momento in cui la crisi del capitalismo monopolistico
di Stato si aggrava, per difendere i propri gretti interessi la borghesia
è disposta a soffocare gli istituti politici tradizionali della
democrazia borghese da essa stessa creati e, in mancanza di una dura
opposizione di classe, lascia campo aperto al fascismo. Non è
certo un caso il fatto che, prima della dittatura apertamente fascista,
i governi borghesi applichino tutta una serie di misure reazionarie.
Poiché il movimento fascista si sviluppa all'interno della democrazia
borghese, i neofascisti di ogni risma vi si adattano e utilizzano al
massimo le possibilità che lo Stato imperialistico apre dinanzi
alle forze reazionarie. I tentativi di presentarsi come fautori della
democrazia sono una componente della demagogia sociale del neofascismo
cosiddetto "democratico" tendente ad occultarne la natura
e gli obiettivi reali. Speculando sui fatti reali della corruzione tra
i maggiori rappresentanti dei partiti borghesi al governo, sfruttando
il decadimento dei partiti borghesi tradizionali avvertito dalle masse
popolari e lavoratrici, i neofascisti e la sua garante “destra
moderata” reazionaria si presentano contro il libero gioco delle
forze politiche all'interno della società “pluralistica”.
"La partitocrazia occupa lo Stato", dichiarano i reazionari.
In questo campo l'ideologia reazionaria si nutre, per dirla con Lenin,
“dei fiori posticci della democrazia borghese”. Il gioco
alla democrazia dei partiti borghesi viene però criticato da
destra e mira ad una forma di potere autoritario e totalitario.
Ovviamente l'anticomunismo interessatamente patologico è parte
integrante della demagogia e dell'ideologia del vecchio e nuovo fascismo.
Ma esso non è tipico soltanto dell'ideologia della destra reazionaria
e neofascista. Di queste idee è permeata tutta la moderna ideologia
imperialistica. Nell'ideologia del neofascismo e delle forze affini
però l'anticomunismo trova la sua espressione estrema e più
concentrata. In pratica, l'anticomunismo serve da 'argomento' per la
teoria e la pratica del fascismo - aperto o camuffato - odierno sedicente
“democratico”.
Il fascismo, forma cinica e crudele di dittatura del grande capitale,
è sempre penetrato nell'arena della storia sotto mentite spoglie,
sotto la copertura della demagogia più spudorata. Nel suo periodo
iniziale il fascismo tenta sempre di camuffare la propria turpe faccia.
Il terreno per le idee fasciste viene accuratamente preparato in anticipo.
La coscienza delle masse viene manipolata gradualmente, raffinatamente,
sistematicamente. Ed è quanto sta avvenendo oggi nel nostro Paese.
In Italia come nella “Grande Germania”, nell'ex Unione Sovietica
come nei paesi dell'Est europeo, in Austria come in Belgio, in Francia
come in Spagna, negli USA come in Inghilterra...: dappertutto neofascisti,
neonazisti, estremisti “rispettabili” di destra, xenofobi,
sciovinisti e razzisti rialzano la testa, sfilano impunemente con tanto
di autorizzazione della “forza pubblica” per le vie della
città, entrano perfino nei parlamenti “democratici”
borghesi. Attentati a sedi, uffici e librerie di organizzazioni comuniste,
antifasciste e democratiche, incendi di ostelli, lesioni personali gravissime
nei confronti di immigrati, assassini, stupri, profanazioni di luoghi
di sepoltura di ebrei e di monumenti antifascisti, furti di armi, assalti
a banche ed altri atti criminali: queste le loro vili 'prodezze' sanguinarie.
Ma tutto ciò non impensierisce minimamente le classi dominanti.
La magistratura e la polizia si mostrano alquanto disinteressate a punire
gli atti feroci commessi dalla feccia neofascista/neonazista, trattandoli
spesso come "azioni individuali di alcuni giovani politicamente
immaturi". In pratica viene minimizzato il significato politico
del neofascismo/neonazismo, che vengono presentati come “fenomeno
marginale”. Questo spiega perché sia i magistrati che la
"forza pubblica" fanno finta di non vedere quando si tratta
di procedere contro le forze di estrema destra, mentre non vanno tanto
per il sottile nei confronti dei comunisti, degli antifascisti e dei
membri delle associazioni pacifiste. E questa è la tendenza anche
in avvenire, se non ci sarà un radicale cambiamento non solo
di rotta.
Le cosiddette “azioni individuali di alcuni giovani politicamente
immaturi” sono originate dal sempre più smantellamento
sociale (crisi, disoccupazione di massa con intervalli "interinali",
carenza di alloggi, crisi della scuola e dell'università, “riforma”
sanitaria, ecc.), il quale ha prodotto una considerevole fetta di “elettori
di protesta” che hanno dato adito agli slogans demagogici dei
neri/bruni cacciatori di voti. In Italia come negli altri paesi capitalistici
"sviluppati" si mobilitano le organizzazioni dell'estrema
destra, fasciste e militariste, viene propagata apertamente e impunemente
- anche via “Internet” - l'ideologia disumana del neofascismo/neonazismo.
L'ideologia del neofascismo si adatta alle condizioni della tappa attuale
della crisi generale del capitalismo, alla nuova distribuzione delle
forze all'interno del mondo capitalista e in campo internazionale.
Oggi più di ieri s'impone la necessità di una presa di
coscienza antifascista da parte dei movimenti giovanili per impedire
ai neofascisti di trasformare i giovani in loro base sociale. Determinati
gruppi di giovani vengono a trovarsi sotto l'influenza dei neofascisti/neonazisti,
i quali subdolamente si servono nella loro propaganda proprio dei vizi
organici del sistema capitalistico. Molti giovani, provenienti in gran
parte da ambienti piccolo-borghesi, tendono al neofascismo/neonazismo
non per convinzione, ma proprio perché si oppongono a questo
sistema, ma non riescono a vedere alcuna alternativa positiva, frastornati
e disorientati come sono dalla tossica e incessante calunniosa propaganda
anticomunista. Il PCIM-L ritiene indispensabile impedire che i giovani
diventino una riserva del neofascismo/neonazismo e punta pertanto ad
intensificare la sua azione tra i giovani al fine di dare un indirizzo
socialista al loro movimento, collegarlo al proletariato, dargli un
carattere organizzato, liberarlo dall'avventurismo, dall'estremismo
piccolo-borghese e disfattismo.
Le forze arcireazionarie imperialistiche sono riuscite finora a portare
nell'orbita fascista la piccola borghesia per il carattere bifronte
e per la situazione instabile di questo ceto sociale. Il nuovo fascismo,
al pari di quello vecchio, ha sfruttato e continua a sfruttare questa
instabilità per mezzo di frasi demagogiche, dell'anticomunismo
patologico, con la promessa illusoria di “mettere ordine”,
di eliminare le difficoltà economiche, di “dare lavoro
a chi vuol lavorare”, di "lavoro agli italiani”, di
“ordine pubblico", di “sicurezza”, con parole
d'ordine scioviniste e nazionaliste. Odiernamente i neofascisti "in
doppio petto" sfruttano l'instabilità della piccola borghesia
e degli altri ceti "medi" accentuata dallo sviluppo del capitalismo
monopolistico di Stato e dalla rivoluzione tecnico-scientifica.
L’aggravarsi della situazione della piccola borghesia urbana,
indebolita dall'impari concorrenza e dall'attacco a tutto campo dei
grandi monopoli, il dissesto e il tracollo di gran parte dei coltivatori
diretti e degli altri ceti lavoratori suscitano indubbiamente delle
tendenze antimonopolistiche. Questo stato di cose, però, per
un verso accresce gli alleati della classe operaia, ma dall'altro crea
il terreno propizio per la demagogia neofascista aperta e mimetizzata.
Presentandosi sotto mentite spoglie, i neofascisti riescono a trarre
dalla loro una certa parte della piccola e della media borghesia, dei
commercianti, dei piccoli bottegai, dei contadini. Nella politica seguita
per conquistare le masse il neofascismo ‘rispettabile’ punta
risolutamente sui ceti medi. Di qui la necessità, per il PCIM-L,
di svolgere un costante lavoro capillare all'interno della piccola borghesia,
dei contadini e degli altri ceti “medi” per spiegare quali
sono i loro reali interessi e portarli all'alleanza con la forza sociale
più avanzata: la classe operaia.
Riuscire ad influire politicamente sulla piccola borghesia colpita dal
capitalismo monopolistico di Stato rimane dunque uno dei problemi di
maggiore attualità nella lotta contro la minaccia neofascista
aperta e camuffata. Solo col socialismo si potranno estirpare il neofascismo,
il neonazismo, il razzismo, il nazionalismo, l'egemonismo, l'ignobile
‘cultura’ dei “popoli superiori”.
Il PCIM-L difende strenuamente tutti i diritti sociali e di libertà
costituzionali conquistati dal proletariato italiano col 25 aprile 1945,
ma non difende e combatte la natura borghese e capitalistica della Costituzione
del 1948, perché si batte per la conquista di una Repubblica
e di una Costituzione socialiste.
2.2. Sono in atto sempre più nuove forme di schiavitù
del lavoro, conseguenza diretta di una draconiana politica economico-sociale
neoliberista funzionale al grande capitale. I vari infami governi multicolori,
con il puntuale sostegno dei sindacati collaborazionisti, hanno protervamente
demolito le garanzie legislative del diritto al lavoro "sancito
dalla Costituzione", deregolamentato e destrutturato il cosiddetto
"mercato del lavoro" e le norme del collocamento pubblico,
accelerata al massimo la multiforme "flessibilità"
nei rapporti di lavoro e, per questo tramite, creato un precariato di
massa - che sta sempre più dilagando - poco garantito e tutelato,
senza diritti, ultrasfruttato.
"Adeguamento" ai cosiddetti - loro - "parametri di Maastricht"
e alla - loro - "competizione internazionale" , capitalismo
sempre più "selvaggio" o ultraliberismo: non è
difficile capire perché ogni anno diminuiscono in media più
di l00mila posti di lavoro stabili e, per converso, aumentano selvaggiamente
i lavori cosiddetti "flessibili", a part-time, a tempo determinato,
con contratto in affitto, oppure con un contratto parasubordinato.
"Nuovi lavori" o "lavoratori atipici": è
chiaro che senza regole i milioni di giovani che entrano in questa marcia
"new economy" del solito imperialismo si ritrovano del tutto
privi di diritti, e le possibilità di regolare contrattualmente
queste situazioni sono, evidentemente, inesistenti. Quanti siano, al
momento, gli effettivi di questo esercito di "lavoratori atipici"
non standardizzati e parasubordinati, come pure in quali tipologie di
lavoro sono impiegati, ecc., è difficile dirlo per la frammentarietà
delle notizie. Si parla di 6-7 milioni - ma in continuo aumento - di
"atipici", con una sola certezza: sono senza diritti contrattuali,
sindacali e previdenziali. Le definizioni con cui vengono chiamati questi
lavoratori riflettono l'ambiguità della loro situazione: “collaboratori
coordinati e continuativi”, “non contrattualizzati”,
"para-subordinati", "socio lavoratore", "non
standardizzati", “popolo del 10-12%” (cioè coloro
ai quali viene operata la ritenuta previdenziale), "1avoratori
autonomi di terzo tipo", "lavoro mobile", "lavoro
autonomo di seconda generazione", e altre varie definizioni non
di rado fantasiose come le forme di applicazione della “flessibilità”.
Le assunzioni avvengono ormai in gran parte mediante i contratti a termine
e “atipici”. Le aziende adoperano questi contratti pure
per fare la "selezione" delle assunzioni a tempo pieno. In
pratica, chi si dimostra remissivo e accetta il ricatto aziendale ottiene
il lavoro, gli altri, i "turbolenti", vanno a spasso.
Ma la tendenza dominante va in senso opposto: dal “posto fisso”
al “posto mobile” o precario. Secondo i ripetuti dati INPS,
infatti, emerge che le aziende costringono sempre più una quantità
di lavoratori a contratto a tempo indeterminato a mutare il loro rapporto
di lavoro come "collaboratore coordinato continuativo": in
pratica continuano a fare il medesimo lavoro di prima ma sotto forma
dì "lavoratore atipico", con tutte le conseguenze connesse.
I lavoratori "atipici" sono impiegati nei modi più
disparati: nel campo dell'assistenza, dei servizi, del commercio, dell'editoria,
dell'animazione, dell'informatica, della formazione, della comunicazione;
ma altresì nel pubblico impiego e nell'industria. Lavoro "atipico"
e massacrante a cui ricorrono non solo le piccole aziende, ma sempre
più frequentemente e in quantità considerevoli le grandi,
e non solo private, ma anche pubbliche.
Le aziende impongono a questi lavoratori - non inquadrabili né
nel lavoro dipendente né in quello autonomo - condizioni di lavoro
di illimitato sfruttamento e senza tutele: salari al di sotto del dovuto,
orari “flessibilissimi” nella giornata e nella settimana,
diritti inesistenti, libertà di licenziamento in qualsiasi momento,
nessun versamento contributivo previdenziale, nessuna tutela della maternità.
Una situazione, insomma, che per molti versi ricorda l’epoca della
prima nascente brutale “rivoluzione industriale”.
E va da sé che, al contrario di quella, che era in un certo senso
“progressiva”, l’odierna arcireazionaria “rivoluzione
industriale” imperialista riguarda in primo luogo la cosiddetta
“nuova organizzazione del lavoro” e della produzione, ovvero
la trasformazione della fabbrica fordista nella fabbrica integrata di
“terza generazione”, automatizzata, informatizzata e flessibile,
la quale si sta affermando sempre più come modello produttivo
del capitalismo industriale. La transizione dal modello della “produzione
di massa” alla cosiddetta “produzione snella” - più
o meno mutuata dalle esperienze giapponesi - si sta, in effetti, sempre
più consolidando, non solo nei settori della meccanica leggera,
ma nel complesso della struttura industriale. Si tratta, in pratica,
della necessità del superamento reale del modello fordista-taylorista
- che ha segnato la storia industriale per buona parte del ‘900
- a partire non più dalle “turbolenze interne”, dalle
tensioni con il sistema della forza-lavoro, ma dalle “turbolenze
esterne”, dalle tensioni con il mercato e con una concorrenza
a livello mondiale sempre più spietata.
Questa transizione alla “terza fase” è caratterizzata:
a) Nella sfera della produzione da un vero e proprio salto qualitativo
tecnologico di vasta portata che segna il trapasso dal prevalere della
tecnologia meccanica - rigida - a quello della tecnologia elettronica
e informatica - flessibile -.
b) Nella sfera della circolazione dalla tendenziale prevalenza del “consumatore”
sul “produttore” per quanto concerne volumi produttivi e
caratteristiche del prodotto: in linea di principio, non sono più
le condizioni del ciclo lavorativo a “decidere” dei volumi
produttivi e delle caratteristiche del prodotto, ma sarebbero le “preferenze”
del consumatore/cliente a “comandare” sulle modalità
della produzione.
c) Dal superamento - nell’ambito delle caratteristiche merceologiche
del prodotto - della standardizzazione fordista e dal continuo prevalere
di criteri di spiccata differenziazione e personalizzazione accentuata.
d) Nella sfera organizzativa, infine, dalla crisi del decrepito modello
burocratico centralizzato, basato sulla rigida scissura tra ideazione
ed esecuzione, sulla formalizzazione e predeterminazione assoluta e
complessiva delle operazioni lavorative, e sull’integrazione spinta
dei vari e diversi segmenti del ciclo, con il passaggio a forme di sempre
ulteriore flessibilità e relativa autonomia dei differenti livelli
funzionali.
Tutto questo, ovviamente, congiunto a un nuovo rapporto con la forza-lavoro,
a una “moderna” ricollocazione del lavoro vivo nel circuito
di un rapporto di comando qualitativamente mutato: non nei suoi fini,
ma nelle sue forme.
Il tentativo implicito nel sistema della "qualità totale"
è quello di sostituire, nella coscienza dei lavoratori, a ciò
che si produce il modo come si produce. Siffatto sistema ha come obiettivo,
si dice, la qualità ed economicità del prodotto eseguito.
Chi lavora, chi produce, partecipa a realizzare questo obiettivo padronale.
In altri termini, si tende a far identificare il lavoratore non con
il prodotto, ma con il modo di produrre. In questo tipo di sistema organizzativo
l'escogitazione della "qualità totale" pretende di
configurarsi come il contrario dell’alienazione. In realtà
essa è un sistema totalizzante, poiché per funzionare
necessita del coinvolgimento totale dei lavoratori e delle loro coscienze.
Di fatto, un vero e proprio innalzamento di livello dell’alienazione,
giacché crea o tende a creare nei lavoratori una falsa coscienza,
una identificazione non con la classe ma con l'azienda. Affinché
questo sistema funzioni, affinché la "qualità totale"
funzioni compiutamente, è però - necessario "purificare"
le coscienze dei lavoratori cancellando in esse l'idea stessa di una
cultura antagonistica all'impresa, cancellando l'idea stessa di lotta
di classe in concreto.
Alla "qualità totale" corrisponde in realtà
un aumento dello sfruttamento dei lavoratori, un peggioramento delle
condizioni di lavoro, un aumento nella gerarchia e dell'autorità
sul lavoro. La "partecipazione" dei lavoratori - invocata
e teorizzata ideologicamente - è finalizzata ai soli interessi
del profitto e della competitività, e queste esigenze necessitano
di una completa disponibilità nell’adattamento quantitativo
e qualitativo della prestazione lavorativa. La massima flessibilità
nelle mansioni e nell'orario, l'immediato e completo allontanamento
dalla produzione dei "lavoratori eccedenti" sono apertamente
citati nelle varie bibbie padronali sulla “qualità totale”.
Nei fatti, il "modello giapponese" - "qualità
totale", "just in time" - è estremamente esposto
al conflitto sociale.
Ma ancor più grave, in questo contesto, risulta essere la mancanza
di un sindacato con una propria linea politica autonoma, non seppellita
dentro le compatibilità del sistema, e sopratutto con inequivocabili
valori di classe e di riferimento.
Il problema dell'avanguardia marxista-leninista, allora, è far
crescere una coscienza di classe che nel frangente attuale - soprattutto
per l'opera nefasta del vecchio e nuovo revisionismo - è a livelli
molto bassi, far emergere una consapevolezza delle nuove forme e dei
nuovi soggetti dello sfruttamento, fornire attraverso una programmatica
formazione critica e rivoluzionaria gli strumenti per leggere le contraddizioni
della fase odierna del capitalismo monopolistico di Stato nonché
per costruire, su questa base e in sintonia con la lotta di classe,
le rivendicazioni operaie in accordo con l'obiettivo strategico storico.
2.3. Non diversamente dagli altri paesi capitalistici "sviluppati",
anche in Italia il capitalismo monopolistico di Stato sta sempre più
rivelando la propria invalidità e la peculiare incapacità
di risolvere i grandi problemi nazionali e internazionali e di dare
uno sbocco alle esigenze sociali proprio in quanto indirizza il progresso
tecnico-scientifico contro i lavoratori e frena questo stesso progresso.
Tra la socializzazione e lo sviluppo, obiettivi delle forze produttive,
che impongono una radicale trasformazione dei rapporti sociali, e l'incessante
rafforzamento dell'egemonia monopolistica/oligarchico-finanziaria sulla
società, che si oppone con tutti i mezzi a questa trasformazione,
va sempre più scavandosi una contraddizione antagonistica.
Di qui la maturazione dei processi rivoluzionari che impongono la necessità
del passaggio ad un nuovo, diverso, superiore ordine economico e sociale,
il quale implica a sua volta l'eliminazione rivoluzionaria delle strutture
economiche e politiche dell'oligarchia finanziaria, dei monopoli, la
liquidazione dello Stato che li protegge e li sostiene molteplicemente,
la collettivizzazione dei principali mezzi di produzione, l'accesso
al potere della classe operaia e dei suoi alleati.
In effetti, per quanto reale sia la forza premente e pressante delle
forze produttive materiali sui rapporti di produzione e per quanto necessario
si riveli il loro rapporto reciproco, a decidere del passaggio rivoluzionario
al socialismo sarà l'intervento consapevole delle forze operaie.
Ad esigere indifferibilmente questo intervento nel nostro Paese è
lo stesso capitalismo monopolistico di Stato, i rapporti di produzione
e le forme da esso generate, la loro relazione con le forze produttive
e le sovrastrutture politiche ed ideali; e cioè il capitalismo
con il permanere dei rapporti fondamentali di sfruttamento, il suo stadio
odierno, un insieme organico che abbraccia tutti gli aspetti dell'attività
sociale, con lo sviluppo dell'intervento statale e la sempre crescente
interdipendenza tra monopoli/oligarchia finanziaria e Stato.
Un intervento che non ammette più dilazione imposto dalla rapidità
dell'evoluzione del movimento sociale, dall'ampiezza delle trasformazioni
in atto, dagli antagonismi sempre più acuti e dalle loro ripercussioni
sull'esistenza umana; un intervento che non si può rimettere
ad altro tempo medesimamente dettato dai grandi conflitti sociali che
preannunciano la trasformazione rivoluzionaria della nostra società
e il suo improcrastinabile passaggio al socialismo.
L'accelerazione del progresso tecnico-scientifico, l'internazionalizzazione
della produzione, l'inflazione, la crisi monetaria nazionale e internazionale,
le nuove forme ultrasfruttatrici della schiavitù salariale, il
processo di formazione dei salari, la polarizzazione delle classi e
degli strati sociali, la "nuova povertà" addizionata
a quella ‘vecchia’, l'estensione delle lotte di classe...:
questi fenomeni, la loro portata, la loro generale diffusione, il loro
carattere permanente, la loro simultaneità conferiscono alle
contraddizioni che ne derivano dimensioni tali che - al di là
delle affermazioni trionfalistiche della classe sfruttatrice, dei suoi
ideologi e del suo omogeneo "personale politico" - denotano
senza ombra di dubbio una crisi profonda della cosiddetta “Azienda
Italia”, una crisi globale del sistema: per l'intreccio, l'interdipendenza
e l'interazione dei vari livelli, economico, politico, culturale.
Nei principali settori dell'attività economica è in atto
un movimento di accelerata se non furiosa concentrazione del capitale
e della produzione. I principali settori della produzione industriale
si trovano ormai assoggettati al potere di pochi gruppi che, direttamente
o indirettamente, controllano una parte rilevante e decisiva della produzione.
In pochi anni il processo di cartellizzazione ha assunto dimensioni
sempre più considerevoli.
A fondersi non sono più soltanto medie società, ma società
di peso massimo già a capo di veri e propri imperi industriali.
Siffatte società tendono a formare dei colossali complessi dalle
molteplici ramificazioni e con una potenza economica e politica altrettanto
colossale.
Questo fenomeno di concentrazione monopolistica rende vieppiù
incandescente e approfondito l'antagonismo già irriducibile tra
coloro che, direttamente o indirettamente, posseggono i mezzi di produzione
e ricevono il profitto del capitale nelle forme più diverse:
utili d'azienda, interessi, ecc., e accumulano capitali (la fonte della
valorizzazione dei capitali - vale a dire delle diverse forme di profitto
capitalistico - è il plusvalore) e coloro che, per sopravvivere,
dispongono solo della propria forza lavoro da scambiare contro un salario.
Ciò che caratterizza la nostra epoca, e la situazione italiana
in particolare, è una più elevata funzione della classe
operaia, produttrice dei valori materiali; intorno ad essa cresce obiettivamente
in misura sempre maggiore e in tempi sempre più rapidi la massa
dei lavoratori salariati che, con la classe operaia, rappresentano nel
nostro paese i tre quarti della popolazione attiva. Strati sociali sempre
più numerosi, un tempo costituiti da professioni indipendenti
- artigiani, agricoltori, piccoli commercianti, ecc. - vanno ad ingrossare,
per forza di cose, le file dei salariati. All'altro polo della società,
il numero dei possessori dei mezzi di produzione tende a ridursi per
il rapido concentrarsi del capitale e il rafforzamento dei monopoli
capitalistici. In Italia come in tutti gli altri paesi capitalistici
sviluppati i rapporti sociali, pur senza mutare in nulla i loro tratti
caratteristici, la loro natura, sono quindi soggetti a profonde modifiche.
Sia sul piano politico che su quello economico e sociale, dunque, va
intensificandosi la polarizzazione dei rapporti sociali.
Se da una parte - nel “sociale” - lo Stato è sempre
più assente, dall'altra è puntualmente onnipresente: il
rafforzamento della sua funzione è caratterizzato in primo luogo
dal finanziamento con mezzi pubblici della grande produzione monopolistica,
orientato ad assicurare i profitti di monopolio.
Ciò che ne deriva è pertanto 1) una intensificazione dello
sfruttamento della classe operaia e un'estensione dell'area di questo
sfruttamento; 2) un rafforzamento della dominazione del capitale monopolistico
sull'insieme degli strati sociali intermedi.
Di fatto, lo Stato contribuisce oggi sempre di più, in maniera
decisiva, allo sviluppo dell'accumulazione capitalistica, alla concentrazione
del capitale e della produzione fin su scala internazionale; esso è
il decisivo apparato di sopravvivenza dei rapporti di produzione capitalistico-monopolistici.
Le 'esigenze' del capitale monopolistico si sono sfrenatamente accentuate
negli ultimi anni non soltanto per effetto delle proprie leggi di sviluppo,
ma anche a causa della più intensa e sempre più spietata
concorrenza interimperialistica. La grande borghesia nostrana deve far
fronte al continuo e sempre più incontenibile malcontento di
masse sempre maggiori di popolazione. Ciò comporta, per la borghesia
monopolistica/oligarchico-finanziaria, la necessità di accentuare
tutti gli elementi costitutivi della sua politica.
A livello economico, ai fini della concentrazione monopolistica su scala
internazionale, il settore non monopolistico è e dovrà
essere sempre più completamente subordinato e sottomesso ai gruppi
monopolistici dominanti (in particolare nell’agricoltura, in taluni
settori del commercio, ecc.). In pari tempo si formano a ritmo serrato,
con il sostegno attivo dello Stato, gruppi monopolistici cosmopoliti
e aumentano considerevolmente gli innesti di capitali stranieri che
minano le basi economiche essenziali dell'indipendenza nazionale.
Sempre più massiccio si fa l'aiuto diretto degli istituti finanziari
pubblici o semipubblici alla produzione monopolistica. Il suo carattere
selettivo si afferma ormai palesemente. I settori pubblici redditizi
vengono aperti e sempre più ceduti al capitale privato (telefoni,
autostrade, ecc. ecc.). Una parte rilevante del patrimonio pubblico
viene sempre più trasferita al capitale privato o messa direttamente
a sua disposizione. Di pari passo, si afferma la smaniosa voglia dei
gruppi monopolistici di accumulare profitti mediante le attività
estere e le esportazioni comprimendo il mercato interno.
Per un altro verso, il consumo popolare viene sempre più sistematicamente
compresso. Le pressioni statali sui salari, l'aumento delle tasse per
i salariati, il risparmio forzoso, il controllo della formazione professionale
da parte dei monopoli, le molteplici forme dell'organizzazione della
disoccupazione, ecc. sono fatti oggetto a continui interventi del "comitato
della borghesia" o Stato.
Obiettivo prioritario, sempre più perfezionato e definito, è
ormai il blocco di tutte le spese pubbliche che non servano immediatamente
a fini di accumulazione del capitale monopolistico. Pensioni, prestazioni
della previdenza sociale, spese di bilancio per la sanità, dei
crediti pubblici per gli alloggi e i servizi civili collettivi, per
l'istruzione, la ricerca scientifica, e così via, subiscono riduzioni
su riduzioni e veri e propri azzeramenti.
Mentre gli ambienti dirigenti dei gruppi monopolistici e dello Stato
s’interpenetrano più direttamente, le forze politiche massimamente
reazionarie tendono a far blocco. L’aperta offensiva contro le
"libertà democratiche" va sempre più generalizzandosi.
Per un altro verso, la malvivente borghesia oligarchico-finanziaria,
la cui politica antisociale non può che generare malcontento
popolare in continuo crescendo, intensifica i tentativi di integrazione
ideologica dei lavoratori su tutti i piani, nazionale, locale, aziendale.
A ciò si accompagna un'azione multiforme volta ad instaurare
- grazie anche ai quietanzati sindacati collaborazionisti “co-gestionari”
- una prassi di collaborazione di classe: il non nuovo e non ultimo
truffaldino “azionariato operaio” dall'incidenza peraltro
ridicola fa parte di questa strategia monopolistica.
Questa politica della grande borghesia, portata avanti e attuata dai
suoi multicolori politicanti carrieristi, dai suoi multiformi governi
e dal suo Stato, mascherando le vere cause delle difficoltà del
sistema, e preoccupandosi unicamente di alcune loro conseguenze, non
solo non attenua le contraddizioni, ma all'opposto: le accentua, ne
crea di nuove, pone in essere le premesse per farle esplodere irrefrenabilmente.
La lotta di classe s'intensifica su ogni terreno. Prendendo coscienza
delle possibilità di progresso offerte dall'odierno sviluppo
tecnico-scientifico, organizzati nelle aziende e messi più direttamente
a confronto con la potenza simbiotica dei monopoli e dello Stato nella
lotta di tutti i giorni per le loro condizioni di lavoro e di vita,
i lavoratori reagiscono con rinnovata tenacia e ferma determinazione
contro il coacervo di "misure" e "provvedimenti"
che tendono ad aggravare il loro sfruttamento. Scendono in lotta nuovi
strati di salariati (insegnanti, ricercatori, ecc.). Larghi strati sociali
non monopolistici, incluso il ceto medio urbano, sono in fermento e
in movimento.
La stessa presunta "politica industriale" dei vari omogenei
governi borghesi è, di fatto, una continua, crudele menzogna.
L'accresciuta selettività, il passaggio più intenso al
mercato internazionale, gruppi finanziari giganti, la pressante ricerca
senza fine della redditività immediata, l'incessante eliminazione
dei "settori sterili" e "morti": cos'è questa
cosiddetta "politica industriale" se non la politica dell'oligarchia
finanziaria, la politica dei monopoli sempre più 'fusi' e giganteschi?
Cos'è questa "politica industriale" - fatta propria
e furiosamente attuata anche dalla solerte cosiddetta "sinistra"
- se non un vero e proprio nodo scorsoio che strangola sempre più
l'economia italiana nella morsa di un pugno di grandi gruppi finanziari
di dimensioni transnazionali?
Questo stato di cose e lo stesso progresso delle forze produttive, esigono
quindi, sempre più imperiosamente nelle condizioni odierne dell'Italia,
la fine del dominio della borghesia oligarchico-finanziaria, dei monopoli
privati e del loro Stato.
Di fatto, il capitalismo monopolistico di Stato ha irreparabilmente
imboccato la via della centralizzazione e della concentrazione intensa
del capitale e della produzione, la via del rafforzamento della funzione
economica e dei 'piani' e pianificazione monopolistica, la via del finanziamento
pubblico della produzione monopolistica. La via, in altri termini, del
riconoscimento di fatto del carattere sempre più globalmente
sociale della messa in opera delle forze produttive nella nostra epoca
e della necessaria, urgente e vitale trasformazione dei rapporti di
produzione.
Ma su questa via ci sono 'confini', limiti che il capitalismo monopolistico
di Stato non può oltrepassare senza mettere a repentaglio il
profitto monopolistico e lo stesso monopolio capitalistico, senza mettere
a repentaglio la base stessa del potere dell'oligarchia finanziaria,
del dominio della grande borghesia monopolistica.
Precisamente perché non è in grado di varcare questi limiti
il capitalismo monopolistico di Stato non può trasformarsi di
'moto proprio', di 'propria volontà', in modo graduale - secondo
la non nuova idea e prassi degli odierni rampolli statalborghesi di
quel tristo revisionismo secondinternazionalista che rispondono al nome
di “Partito della Rifondazione comunista” e “Partito
dei Comunisti Italiani” -, in socialismo ed è necessario
l'intervento fermo e risoluto della classe operaia e dei suoi alleati
per passare dall'antisociale, antiumano e disumano capitalismo monopolistico
di Stato al sistema dei lavoratori, al sistema sociale umano in sommo
grado: al socialismo.
Odiernamente nel nostro paese sono presenti tutte le condizioni materiali
e sociali del passaggio al socialismo. Queste condizioni, però,
non possono in alcun modo, di per se stesse, convincere le masse che
il passaggio alla collettivizzazione socialista si impone come una necessità
conforme agli interessi vitali dei lavoratori, del popolo, del paese,
di tutta l'umanità. Quantunque sussistano le condizioni reali,
oggettive (base materiale) del passaggio al socialismo, ancora non ne
sono state realizzate le condizioni soggettive (presa di coscienza)
a causa del nefando operato - passato e presente - del riformismo/revisionismo.
L'esistenza delle basi materiali del socialismo non può in alcun
modo sostituirsi alla necessaria azione operaia sulla borghesia monopolistica;
al contrario, l'azione delle masse lavoratrici è un fattore di
fondamentale importanza. L'instaurazione di un nuovo e più avanzato
regime può essere realizzato unicamente mettendo in movimento
"l'immensa maggioranza a vantaggio dell'immensa maggioranza"
(Marx-Engels).
In questa lotta il PCIM-L, l'avanguardia marxista-leninista ha una responsabilità
di primo piano, in quanto è guida e direzione della classe operaia.
Nella principale sfera di attività degli uomini - la produzione
materiale -, il ruolo della classe operaia è determinante. E'
la classe operaia che produce tutta la ricchezza sociale. Per naturale
conseguenza essa è la prima e diretta interessata alla liquidazione
dello sfruttamento capitalistico e del sistema imperialista, quali che
siano le forme di cui si ammantano. Pertanto, la classe operaia è
la prima interessata anche allo sviluppo delle forze produttive e all'organizzazione
socialista della produzione e della società. In questo senso,
la classe operaia agisce sì per la propria liberazione, ma in
pari tempo per quella dell'intera società. Per tale ragione,
per raggiungere i suoi obiettivi la classe operaia deve tener conto
dei mutamenti continui che avvengono nella società, nella coscienza
degli uomini e nelle condizioni della lotta.
Per assolvere questi compiti, il PCIM-L si sforza di applicare nella
pratica i capisaldi del materialismo dialettico e storico. In forza
di questa concezione del mondo, il PCIM-L è in grado di dimostrare
che nella natura, nella società e nel pensiero tutto è
in continuo movimento, e che la trasformazione sin dalle fondamenta,
rivoluzionaria della società è possibile facendo leva
sulle leggi che regolano tale movimento. Il PCIM-L si adopera tenacemente
affinché tutte le forze operaie primieramente, e in generale
tutte le forze antagoniste, prendano coscienza di questo indubitabile
e inconfutabile fatto.
Il socialismo deriva la sua forza basilare dall'attività creativa
delle masse lavoratrici stesse. Nel nostro paese, l'alto grado di socializzazione
delle forze produttive, le lotte sempre più vigorose della classe
operaia, l'approfondimento delle contraddizioni e della crisi generale
del capitalismo monopolistico di Stato - la cui generalizzazione si
manifesta in tutti i maggiori paesi imperialisti -, la simbiosi mutualistica
tra economia e politica, tutti questi elementi pongono in essere le
condizioni concrete, oggettive che rendono necessario e inderogabile
il passaggio al socialismo.
E' sui dati fondamentali dell'analisi concreta del capitalismo monopolistico
di Stato che si fonda il programma del PCIM-L, il cui obiettivo basilare
è la rivoluzione socialista, la società sotto la direzione
del proletariato.
Il capitalismo monopolistico di Stato, in quanto fase ultima, suprema
del modo di produzione capitalistico nel suo stadio imperialista, esaurisce
le potenzialità, le energie storiche del capitalismo.
La macchina mostruosa capitalistica, pur perdendo colpi, funziona ancora,
a prezzo di sempre più vittime, ma è ormai superata dalla
storia. Essa mette nelle mani del proletariato, di tutti gli sfruttati
e oppressi gli strumenti materiali e sociali per la liquidazione dello
sfruttamento dell'uomo sull'uomo, per mettere fine una volta per tutte
all'oppressione dei popoli e alla rapacità dell'imperialismo.
E i lavoratori si impadroniscono di tali strumenti per tradurre in realtà
il grande anelito di liberazione che ispira i popoli, per instaurare
una società in tutto e per tutto diversa e sommamente umana:
il socialismo e poi ancora il comunismo, nel quale il regno della libertà
succederà a quello della necessità.
3. Classe operaia: classe in crescita
I rilevanti mutamenti socio-economici che sono avvenuti nella società
capitalistica - conseguenza diretta della rivoluzione tecnico-scientifica
e dell'approfondimento del processo di socializzazione della produzione
e del lavoro - hanno ulteriormente acuita e approfondita la contraddizione
"borghesi-proletari". Questi mutamenti hanno toccato in primo
luogo la classe operaia, che è cresciuta non soltanto numericamente,
ma altresì sul piano spirituale e - per quanto riguarda la sua
avanguardia - anche sul piano ideale e politico.
Con l'estendersi della sfera d'azione del capitale a settori di attività
nei quali dominava un tempo la piccola borghesia, la piccola proprietà
privata (agricoltura, artigianato, commercio, tempo libero, ecc.), contadini
e ceto medio urbano vedono ridursi - incessantemente e a ritmi sempre
maggiori - i loro effettivi e, per conseguenza, la loro funzione sociale.
In compenso, si ingrossano le file dei salariati: il loro numero va
aumentando sensibilmente, soprattutto tra i giovani. Di fatto, i salariati
rappresentano oggi - in particolare in Europa, Giappone, negli USA e
nei paesi più sviluppati dell'America Latina - più dei
tre quarti della popolazione attiva. Tra i salariati, la classe operaia
costituisce la forza più rilevante: i suoi effettivi aumentano
e il suo grado di concentrazione si eleva quanto più aumenta
la funzione della grande industria, cardine dell'attività capitalistica.
Inoltre, in forza della crescente socializzazione della produzione,
nuovi settori divengono a pieno titolo produttori di plusvalore. La
stessa complessità del processo produttivo tende, in misura sempre
maggiore, a modificare la composizione della classe operaia rafforzando
- pur se in modo contraddittorio nelle condizioni capitalistiche - la
funzione del lavoro intellettuale direttamente legato alla produzione.
In sostanza, ha trovato piena conferma la previsione dei fondatori del
comunismo scientifico sulla crescente proletarizzazione della società
capitalistica: nel capitalismo il lavoro si trasforma sempre più
in lavoro salariato e i mezzi di produzione in capitale. Nella fase
del capitalismo monopolistico di Stato lo sfruttamento del lavoro si
estende e si approfondisce e costituisce - di fatto - un sistema complessivo,
a livello dell'intera società.
In effetti, la vita torna quotidianamente e inesorabilmente a confermare
e a riaffermare in tutto e per tutto l'analisi marxista-leninista della
sostanza e della dinamica di sviluppo delle classi principali della
società capitalistica. Soltanto attraverso il metodo marxista-leninista
è possibile interpretare i recenti mutamenti nella struttura
sociale del capitalismo contemporaneo e la posizione, nel suo seno,
della classe operaia.
Nella nostra epoca, vale a dire nell'epoca dell'imperialismo, la contraddizione
tra borghesi e proletari assume di fatto un carattere internazionale.
L'aumento numerico della classe operaia si registra non solo nei paesi
capitalisti sviluppati e "in via di sviluppo", ma, in misura
sempre maggiore, anche nell'ex mondo coloniale. Marx osservava che,
in linea di principio, l'esistenza del proletariato è possibile
soltanto “in senso storico universale”. Odiernamente la
classe operaia esiste effettivamente su scala mondiale, "storico-universale",
il mondo intero è diventato sfera della sua attività sociale.
Ciò significa, in pratica, che tutto il mondo è diventato
sfera d'azione della contraddizione "borghesi-proletari":
non solo oggettivamente, ma anche soggettivamente.
3.1. I nemici odierni del progresso sociale dell'umanità, ovvero
la grande borghesia e i suoi multiformi ideologi, tentano di dimostrare
che le tesi marxiste-leniniste sulle classi della società capitalistica
sarebbero "ormai invecchiate". La classe operaia, secondo
costoro, avrebbe perduto la sua posizione oggettiva di principale antagonista
del capitale monopolistico e di forza decisiva del processo sociale.
In pratica l'operaio moderno avrebbe perso i tratti distintivi di proletario
evidenziati da Marx ed Engels. Tali affermazioni, com'è noto,
costituiscono l'asse portante della tesi della presunta "deproletarizzazione"
della società capitalistica, fenomeno che dovrebbe smentire la
tendenza messa in luce da Marx sulla crescente polarizzazione di classe.
In realtà ciò che caratterizza la posizione del proletariato
nel sistema capitalistico è il suo rapporto coi mezzi di produzione.
Esso è privo di mezzi di produzione, è l'oggetto dello
sfruttamento capitalistico e, di conseguenza, nel processo di produzione
gli è riservata una posizione subalterna. Proprio qui, secondo
i fondatori del marxismo, stanno le radici oggettive del suo spirito
rivoluzionario. Gli elementi componenti - distintivi - della condizione
sociale del proletariato, messi in luce dal marxismo-leninismo, sono
massimamente tipici anche dell'odierna classe operaia dei paesi capitalistici.
Marx, Engels, Lenin, Stalin non hanno mai considerato le classi sociali
come categorie statiche. Nel mettere in rilievo la funzione di avanguardia
degli operai industriali, essi - tra l'altro - hanno incessantemente
ed energicamente combattuto i tentativi di definire "proletario"
i soli operai industriali. Nel criticare le concezioni dei populisti
Lenin diceva che la "missione" del capitalismo "viene
adempiuta dallo sviluppo del capitalismo e della socializzazione del
lavoro in generale, dalla creazione del proletariato in generale, nei
confronti del quale gli operai di fabbrica e di officina assolvono solo
la funzione di schiere avanzate, di avanguardia" (V.I. Lenin, “Che
cosa sono gli ‘amici del popolo’”).
Le affermazioni interessate dei teorici della "deproletarizzazione"
sono in palese contrasto con la realtà. Nei fatti proprio la
rivoluzione tecnico-scientifica comporta una crescita numerica e qualitativa
della classe operaia, una sua estensione in forza dell'accentuata differenziazione
sociale del personale tecnico e impiegatizio e della proletarizzazione
di una considerevole parte di esso nel capitalismo monopolistico di
Stato.
Un'altra tesi che non trova e non può trovare riscontro nella
realtà sarebbe quella in base alla quale la rivoluzione tecnico-scientifica,
facendo decrescere l'incidenza del lavoro manuale, avrebbe di conseguenza
ridotto la consistenza numerica - assoluta e relativa - della classe
operaia rispetto a tutta la popolazione. La realtà è però
tutt'altra, e cioè che i mutamenti intervenuti nella struttura
della popolazione lavoratrice, incluse le nuove categorie professionali
originate dalla moderna produzione, rafforzano, consolidano incessantemente
le posizioni della classe operaia.
La fase odierna di sviluppo del capitalismo conferma pienamente anche
le tendenze di sviluppo della classe borghese messe in luce dalla teoria
marxista-leninista, in primo luogo la dissociazione della borghesia
da una partecipazione diretta alla produzione, determinata dal ruolo
dominante del capitale finanziario. Ciò rende chiara testimonianza
dell'inutilità, dell'inessenzialità della borghesia ai
fini della produzione sociale e non, ovviamente, della sua presunta
scomparsa come classe.
I fatti - e i misfatti - del capitalismo dal XIX secolo sino ai nostri
giorni hanno confermato punto per punto le conclusioni dei classici
del marxismo-leninismo sull'inevitabile rovina e differenziazione economico-sociale
dei contadini. Nella moderna agricoltura capitalistica si è registrata
e continua a registrarsi una massiccia e accelerata emarginazione delle
piccole e medie aziende agricole. Nel nostro paese tale situazione impone
al PCIM-L un'opera capillare, in quanto essa crea, in effetti, le nuove
premesse per l'alleanza dei contadini con la classe operaia.
Ai fondatori del marxismo-leninismo non sono passati inosservati i mutamenti
allora appena delineatisi nella struttura dei ceti medi per effetto
dell'aumento del personale impiegatizio e dell'espansione della sfera
non produttiva. Nel tener conto della duplice e contraddittoria posizione
economica e sociale degli intellettuali, del ceto impiegatizio, essi
rilevavano perspicacemente le nuove tendenze che implicavano un loro
accostamento al proletariato.
La realtà stessa, dunque, conferma e riafferma la giustezza e
la pregnante validità dell'analisi marxista-leninista della sostanza
e della dinamica di sviluppo delle classi principali della società
capitalistica.
La vita stessa, in sostanza, smentisce in tutto e per tutto le interessate
affermazioni di chi - gli ideologi della borghesia e del riformismo
- vorrebbe 'demolire' e 'liquidare' l'analisi marxista-leninista oggettiva
sulle classi nella società borghese, sulla funzione della classe
operaia e sulla sua grande missione storica.
3.2. In Italia come in tutto il mondo capitalistico la classe operaia
è una classe in continua crescita. Odiernamente essa comprende
i lavoratori manuali produttori di plusvalore e quelli, sempre più
in aumento, che contribuiscono alla produzione di plusvalore con il
loro lavoro intellettuale o che esplicano operazioni ausiliarie diverse.
La proposizione che risulta dalle premesse oggettive è dunque
la seguente: a comporre la classe operaia non sono soltanto i proletari
dei campi, delle fabbriche, dei cantieri e delle miniere, che ne formano
il sostegno interno, ma anche il complesso dei salariati che partecipano
direttamente alla preparazione e alla realizzazione della produzione
materiale.
Dunque parliamo, ad esempio, di tecnici di fabbricazione, di una parte
di occupati nel campo dell'ingegneristica, nonché dei lavoratori
che contribuiscono a portare a compimento il processo di fabbricazione:
imballaggio, immagazzinamento, telecomunicazioni, trasporti, ecc.
E' indifferente, per la loro appartenenza di classe, se un buon numero
di questi operai abbiano come diretto padrone lo Stato, dato che questo,
completando la borghesia monopolistica, interviene nel meccanismo della
produzione materiale come in quello dello sfruttamento.
L'appartenenza alla classe operaia, quali che siano la natura - manuale
o intellettuale - e la sfera - privata o pubblica - nelle quali si svolge
tale lavoro, risulta dal fatto di non possedere alcun mezzo di produzione;
dal fatto di produrre merci; dal non partecipare ad alcuna incetta di
plusvalore. Queste indicazioni mettono in rilievo il principio dell'appartenenza
alla classe operaia, vale a dire la creazione di plusvalore nella sfera
della produzione materiale. Ora, determinare la natura della classe
operaia in modo da distinguerla da altro, in base al criterio della
produzione, implica altresì che, essendo strettamente legata
alle moderne forme di produzione, la sua forza componente si evolve
parallelamente al processo di perfezionamento delle forze produttive
materiali ed umane.
L'odierno processo produttivo - sempre più complesso e intrecciato
- tende ad accentuare la differenziazione della classe operaia, scandendone
altresì il ritmo del rinnovamento. L'aumento numerico degli operai
specializzati, senza una vera e propria qualifica, è caratteristica
di questa differenziazione. Odiernamente essi rappresentano circa un
terzo della classe operaia. Gli operai professionali, comprendendo più
di un quarto della classe operaia, assorbendo nel lavoro manuale una
rilevante parte del lavoro intellettuale, continuano nondimeno ad esplicare
un ruolo di primissimo piano.
Ad originare il processo di differenziazione e rinnovamento, è
anche lo stesso processo rigenerativo della manodopera nei servizi produttivi
dei settori industriali in cui il lavoro si svolge in serie e a catena.
Altrettanto si può dire per ciò che concerne l'apporto,
sempre più consistente, di manodopera rurale, massimamente nelle
aziende di nuova creazione, o anche dell'enorme rilevanza assunta in
specifici settori e aziende dai lavoratori immigrati.
Ma l'analisi dei cambiamenti in atto nella composizione della classe
operaia, non può prescindere dalla constatazione della profonda
unità di aspirazioni e di azione di questa classe. Attualmente,
nella classe operaia - in particolare italiana -, è in corso
un processo contraddittorio di diversificazione e unificazione.
Nuovi strati di lavoratori salariati si integrano nella classe operaia;
non solo: assumono un carattere produttivo sfere di attività
che nel recente passato non facevano minimamente parte della sfera della
produzione materiale e che divengono odiernamente, a pieno titolo, produttori
di plusvalore. Per di più, numerose operazioni del settore della
distribuzione rappresentano il diretto prolungamento del processo produttivo.
Al contrario di quanto sciorinato e propalato dai vari istituti statali
di rilevazione con la loro restrittiva, addomesticata e funambolica
"statistica" - da Stato, nel senso politico - e i loro "dati",
gli effettivi della classe operaia aumentano considerevolmente ad onta
dei "dati" e dei latrati dei mastini del capitale. Oggi -
segnatamente in Italia -, la classe operaia, così come l'abbiamo
specificata, rappresenta oltre la metà della popolazione attiva,
incluse molte delle cosiddette "nuove professioni". L'incidenza
specifica e sempre più determinante delle maggiori aziende industriali,
risultato dell'accumulazione del capitale e dell'accresciuta interconnessione
e interdipendenza delle attività sociali, aumenta nella vita
del paese parallelamente all'incidenza delle grandi concentrazioni urbane;
di qui il rafforzamento della funzione sociale e politica della classe
operaia.
3.3. Scuotendo il modo di produzione feudale, e sostituendosi
ad esso, il capitalismo ha introdotto una forte, accentuata specializzazione
del lavoro. Di più: esso ha ridotto la gran massa degli operai
a fornire solo, in tutto e per tutto, un lavoro semplificato, ripetitivo,
parcellizzato. Per conseguenza l'attività intellettuale e scientifica
si è trovata dissociata e isolata dal lavoro manuale.
Così stavano le cose in passato. Oggi invece con il progresso
delle tecniche, con lo sviluppo del lavoro complesso nell'industria
e la crescita numerica dei lavoratori non manuali, diviene sempre più
difficile dissociare attività manuale e attività intellettuale.
Per vero, lo sviluppo delle forze produttive conferisce presentemente
un'importanza di primo piano al lavoro intellettuale, pur rafforzando
- in modo contraddittorio nelle condizioni del capitalismo monopolistico
di Stato - la meccanizzazione e il carattere parcellare dell'attività
produttiva nel suo complesso.
A determinare e ad imporre sempre più la necessità di
una nuova unità tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, è
lo stesso livello di socializzazione dell'intera attività produttiva.
Il modo di produzione capitalistico, però, non è assolutamente
in grado di concretizzare questa unità, pur tendendovi oggettivamente.
A riprova di questa incapacità è sufficiente rivolgere
l'attenzione al duplice movimento del lavoro intellettuale nella grande
produzione moderna: liquidato per un verso (parcellizzazione accentuata,
isolamento della ricerca, ecc.), esso compare di nuovo sotto un altro
aspetto (nuove qualifiche di certi lavori).
In effetti l'attività manuale rimane ancora l'elemento di maggiore
prevalenza dell'intero processo produttivo. Teorici borghesi sostengono
che "tra breve", il personale scientifico costituirà
- nelle condizioni capitalistiche - all'incirca la metà, se non
di più, dei lavori produttivi. Nel tempo presente, però,
siamo ben lontani da questo punto di arrivo. A questo proposito va detto
che tra lavoro intellettuale e produzione materiale c'è sempre
un "terzo incomodo", cioè, fuor di metafora, esiste
sempre un intermediario, vale a dire l'intervento della macchina o dello
strumento. Di fatto uno studio, un piano, le linee principali di un
disegno, ecc. non sono in alcun modo, di per sé, dei prodotti,
ma elementi che concorrono alla produzione. Ciò che integra questi
elementi nel processo concreto di produzione è sempre e solo
il lavoro manuale.
Dimodoché via via che la produzione specificatamente capitalistica
si perfeziona, diviene compiuta in ogni sua parte, il rapporto esistente
tra il lavoro concreto e la produzione di merci tende inevitabilmente
a modificarsi. Particolarmente il progetto - il disegno, lo studio,
ecc. - diviene preparatoriamente, in misura sempre più crescente,
una componente, un elemento del processo concreto di produzione, saldandosi
con il lavoro produttivo e - al pari del lavoro manuale - tendendo a
divenire, come scrive Marx, il "prodotto comune di un lavoratore
complessivo […] le cui membra hanno una parte più grande
o più piccola nel maneggio dell'oggetto del lavoro" (Il
capitale, 1,2).
3.4. Gli ideologi del capitalismo monopolistico sostengono che oggi
sarebbe in atto una "nuova svolta epocale" che si concluderà
con l'affermazione di una "nuova società che sarà
al tempo stesso non-socialista e post-capitalistica", una società
in cui "non esisterà più la contrapposizione tra
proletari e capitalisti", perché tutto ruoterà attorno
alla "conoscenza applicata".
Ma qual è la realtà?
La presunta "nuova svolta epocale" sarebbe dovuta al dilagare
dei computer, cioè all'informatica. Negli ultimi quarant'anni
l'industria dei calcolatori elettronici è divenuta un settore
decisivo dell'economia, un settore di fondamentale importanza per lo
sviluppo delle forze produttive.
Gli stupefacenti sviluppi delle tecniche e del mercato, al contempo
causa ed effetto dello sviluppo dei bisogni di informazione, interessano
tutti i settori della vita sociale, produzione, gestione delle aziende,
ricerca, lavori amministrativi, ecc.
Con il progredire dell'industria dei calcolatori è sorto parallelamente
un nuovo ramo industriale: l'informatica, che sviluppa le tecniche di
trattamento automatico dell'informazione e l'installazione di sistemi
informatici.
La caratteristica di maggiore importanza del trattamento automatico
dell'informazione consiste in una ben precisa specificata capacità:
di integrare, di raccogliere informazioni varie per natura ed origine,
per cavarne informazioni utili ad una determinata azione. In tal modo,
non soltanto possono essere meccanizzati molteplici lavori, ma vengono
a moltiplicarsi sia l'efficacia che la rapidità dell'azione umana.
L'impiego copioso dei calcolatori elettronici provoca un rinnovamento
radicale delle strutture industriali e dei modi di gestione.
Il trattamento automatico dell'informazione tende ad integrare attività
dissimili, diverse tra loro, quali la gestione dei processi industriali
e la regolamentazione delle aziende, ovvero dell'economia del paese.
Questa tendenza è il riflesso concreto della crescente socializzazione
delle forze produttive.
L'informatica è in pari tempo fattore di concentrazione (in forza
dei mezzi che vanno messi in opera) e fattore di decentralizzazione
(in quanto libera i vari organismi da compiti materiali e ripetitivi).
Ora, pensare che l'informatica possa portare ad una sorta di "democrazia
diretta", per la quale ogni informazione sia programmata o diffusa
od ogni opinione personale registrata e totalizzata, significa semplicemente
aver preso una cantonata.
L'informatica suscita non poche illusioni, anche in certi strati di
lavoratori. "New economy", "Cyber-lavoro", "Internet-impiego":
la spudorata cyber-retorica o cyber-mistificazione capitalistica non
conosce limiti quando si tratta di far spendere danaro, illudere, ingannare,
far deviare, supersfruttare. Per chi cerca lavoro, secondo la propaganda
capitalistica, "non è moderno" la lotta organizzata
contro questo marcio sistema: basta farsi il computer, e soprattutto
"navigare in rete", e il lavoro, la "ricchezza"
e il "benessere" si materializzeranno come per incanto dalla...
"virtualità"! L'ideologia dominante inculca "nei
giovani" l'idea che "viaggiare in rete" può rendere
"miliardari". Ma se grattiamo la "new economy",
vedremo spuntare la solita putrefatta "old economy" .
Queste illusioni, unitamente alla mistica del 'computer' e al mistero
che circonda l'informatica, vengono infatti sfruttate sino alla feccia
dal potere al servizio dei monopoli per condurre un'intensa attività
ideologica, per imporre alle masse le linee programmatiche della pianificazione
monopolistica; vengono sfruttate dall'ideologia tecnocratica per alimentare
il mito di un piano "obiettivo" indipendente dagli antagonismi
di classe in quanto messo a punto e posto in essere per mezzo di un
modello matematico, risolto in forza di un mastodontico calcolatore.
L'evolversi dell'informatica introduce un cambiamento effettivamente
qualitativo nella misura in cui il trattamento automatico dell' informazione
permette di integrare la gestione, l'attività scientifica e i
problemi industriali. Per mezzo della raccolta e del trattamento delle
informazioni di ogni sorta vengono controllati tutti gli aspetti della
vita aziendale.
Tutto ciò offre il destro, ai dirigenti delle aziende monopolistiche,
per sottoporre in modo sistematico l'intera attività della ditta
sul piano tecnico-economico-sociale ai comandi e ai comandamenti del
profitto.
Già dalle sue origini la gestione capitalistica tendeva ad integrare
tutti i livelli. Odiernamente diviene possibile - in forza dei calcolatori
- combinare sempre più strettamente - pur se in modo contraddittorio
- tutti questi fattori.
Questo stato di cose al livello aziendale rispecchia fedelmente il crescente
dominio del capitale monopolistico su tutti gli aspetti della società.
Le nuove strutture che l'informatica genera, le sue forme di sviluppo,
la sua incidenza sul piano economico e sull'aumento delle forze produttive,
non possono venire isolate dalla finalità del sistema economico,
politico e sociale.
Gli ideologi del riformismo, seguendo le orme dei difensori del capitalismo
e in particolare della politica dei monopoli, sostengono che l'informatica,
per la sua stessa logica, porterebbe alla "socializzazione"
senz'altro. In realtà ad una "socializzazione" - ed
è questo il punto cruciale su cui i riformisti sorvolano - che
non intaccherebbe in nessun modo e in nessun caso la proprietà
dei principali mezzi di produzione.
Proprio perché l'informatica è uno strumento di dominio
del processo produttivo, il punto nodale da chiarire è uno solo:
in mano a chi si trova questo strumento e in funzione di quali finalità
esso viene impiegato.
In una società come quella italiana dominata dai monopoli, l'impiego
dell'informatica e il suo sviluppo riflette una sola razionalità:
quella dei rapporti di produzione capitalistici. A questo titolo, l’informatica
è un fattore di inasprimento delle contraddizioni proprie del
capitalismo monopolistico di Stato.
Sostenere, come fanno i riformisti-revisionisti, che la logica interna
dell'informatica porterebbe - senza toccare la proprietà dei
principali mezzi di produzione - dritti dritti al socialismo, ovvero,
come sostengono gli ideologi del capitale, che la "conoscenza applicata"
darà vita ad una "nuova società che sarà al
tempo stessa non-socialista e post-capitalistica", che l'informatica
sarà in grado, di per se stessa, di sopprimere l'antagonismo
di classe e mutare la natura del capitalismo, significa semplicemente
ingannare le masse.
3.5. I grandi pensatori del capitale sostengono che
in una "società sviluppata" il centro del sistema produttivo
non starebbe più nella grande industria, ma nel "sapere"
e nelle "tecniche"; che il potere non sarebbe più legato
all'accumulazione della ricchezza e del profitto ma a quella delle "conoscenze".
In realtà, non nel sapere "in sé" risiede il
fattore decisivo della produzione, ma nelle cognizioni di carattere
tecnico-scientifico materializzate nei mezzi di lavoro; pur con tutta
l'incidenza relativamente crescente del personale tecnico-amministrativo,
la forza umana decisiva nella produzione su vasta scala rimane quella
che lavora direttamente a contatto con questi mezzi di lavoro ed unitamente
ad essi si sviluppa qualitativamente, vale a dire la classe operaia.
Al contrario di quanto tentano di dare ad intendere i ciarlatani ideologi
borghesi, secondo i quali "il valore sarà creato dalla conoscenza
applicata", l'importanza della produzione materiale è dovuta
al fatto che, riproducendosi, la società non ricostituisce soltanto
le proprie condizioni materiali di esistenza, ma ricostituisce pure
i propri rapporti sociali. Chiaramente, questo non vuol dire affatto
che i lavori produttivi siano i soli utili. E' bene sottolineare anzi
che le attività relative all'organizzazione degli uomini, alle
prestazioni dei servizi individuali e collettivi, all'elaborazione e
alla trasmissione delle idee, hanno e avranno un'importanza sempre maggiore
per la società moderna. In effetti, ogni società sviluppata
comporta per forza di cose, necessariamente, attività produttive
e attività non produttive.
Pur tuttavia, la società capitalistica odierna e, dopo di essa,
la società socialista, rimangono fondate sulla produzione, e
ciò si manifesta nella funzione esercitata dalla proprietà
dei mezzi di produzione materiali nel contesto economico. In futuro
come per il presente, la produzione materiale è e sarà
la condizione necessaria per la sopravvivenza della società.
Sino a quando, per sopravvivere la società sarà costretta
a raffrontare ciò che consuma e ciò che produce, i propri
mezzi e i propri risultati, essa rimane socialmente organizzata sui
fondamenti della produzione. Ora, quale classe fornisce la produzione
materiale, e quindi la ricchezza sociale, il "valore"? E'
incontestabile: soltanto la classe operaia. Dare ad intendere sin d'ora,
come fanno gli squallidi ideologi del capitale, che la produzione materiale
e le attività improduttive - sempre più indispensabili
peraltro - siano equipollenti, cioè che si equivalgono, vuol
dire: o mettere in ombra l'importanza della proprietà dei mezzi
di produzione e dei rapporti di produzione nella società; o sostenere,
contro ogni evidenza, che la società attuale è pervenuta
ad un tal grado di abbondanza dei mezzi materiali di produzione e di
consumo che le consente di spendere e spandere, senza limiti; in un
modo o nell'altro, l'obiettivo è lampante: svilire, minimizzare
la funzione della classe operaia.
Il futuro economico dei paesi capitalistici cosiddetti “sviluppati”
dipenderà ancora per moltissimo tempo, innanzitutto, dall'incremento,
dai progressi che la società saprà realizzare nella produzione.
Non solo: all'inverso di quanto sostiene il mucchio nostrano e internazionale
degli "economisti volgari", sociologisti, e simili, che insiste
sulla “computerizzazione” dell'uomo moderno, lo sviluppo
tecnico non annulla, non elimina la funzione dell'uomo, del lavoro vivo,
nella produzione, ma lo disloca dalle attività ripetitive, meccaniche,
verso lavori di maggior impegno intellettuale. Per tale ragione, la
classe dei produttori di ricchezza materiale - la classe operaia -,
con tutte le sue componenti - lavoratori manuali e alcuni lavoratori
intellettuali - non è in alcun modo e maniera "superata"
dal progresso tecnico-scientifico, al contrario: esso le fa assumere
una funzione sempre più importante e accresce le sue capacità
creative su scala sociale. Di fatto, la composizione della classe operaia
si evolve a misura che si perfezionano le forze produttive materiali
ed umane.
Pur evolvendosi nella sua composizione, la classe operaia rimane una
classe in continuo sviluppo. Tale è la legge dello sviluppo del
capitalismo. La rivoluzione tecnico-scientifica ha mutato le condizioni
della lotta della classe operaia, ma non ha minimamente intaccato la
necessità che la classe operaia adempia la sua missione storica
di becchino del capitalismo. Di più: il progresso tecnico-scientifico
esige dalla classe operaia l'immediata realizzazione della trasformazione
socialista della società!
La combattività della classe operaia italiana e di tutto il mondo
imperialistico conferma e riafferma la funzione fondamentale e vitale
della lotta di classe nello sviluppo dell’umanità. Il progresso
economico - e con esso lo sviluppo sociale - si realizza infatti soltanto
attraverso dure e durature lotte di classe. E' soltanto nell'azione
degli uomini che le leggi oggettive della società si realizzano.
E la lotta di classe è precisamente l'azione degli uomini sulle
leggi della società. Ma le lotte della classe operaia non hanno
soltanto un mero significato di classe: lottando per la propria emancipazione,
la classe operaia è destinata ad emancipare l'intera società.
Altrettanto palmare è il fatto che nella rivoluzione tecnico-scientifica
la crescita della produttività del lavoro non è dovuta
alle “macchine”, bensì ai lavoratori, alla classe
operaia: essa rimane la prima forza produttiva della società,
e non "le macchine"; non sono queste che generano gli uomini,
ma questi che creano e attivano quelle secondo il grado di sviluppo
conoscitivo tecnico e scientifico raggiunto.
Oggi, rendersi conto dei motivi determinanti e delle forme dello sfruttamento
capitalistico, significa rendersi conto della propria condizione di
salariato; del ruolo che si svolge economicamente, politicamente, socialmente,
storicamente; significa quindi non rendersi a patti, ovvero non arrendersi
agli sfruttatori. Significa, in altri termini, intendere la necessità
di un cambiamento rivoluzionario dei rapporti capitalistici di produzione.
In questo senso, nei vari settori lavorativi della produzione, nella
società intera, è volta la molteplice opera del PCIM-L.
4. La necessità – dal basso – di un Sindacato
di classe e rivoluzionario Da lungo tempo
ormai è in atto una crisi profonda e irreversibile della rappresentanza
sindacale. La politica collaborazionista, il burocratismo che soffoca
la vita democratica interna del sindacato, il crescente distacco dei
vertici di CGIL-CISL-UIL - diventate ormai un sindacato corporativo,
cogestionario, cinghia di trasmissione del sistema dei padroni e del
loro Stato - dalla classe operaia e dalle masse lavoratrici, si sono
tradotti in moltissimi lavoratori e lavoratrici in abbandono e rifiuto
con un rilevante calo del tesseramento in diverse categorie; per molti
altri lavoratori e lavoratrici in nuove esperienze di autorganizzazione.
Perché questo scadimento della rappresentanza sindacale?
Innanzitutto: il sindacato deve essere soltanto una semplice organizzazione
per migliorare giorno dopo giorno la vita dei lavoratori? Per i comunisti
la risposta è univoca: no! Per Marx ed Engels il sindacato aveva
un significato più profondo: "L'organizzazione della classe
operaia come classe, per mezzo dei sindacati […] è la vera
organizzazione di classe del proletariato nella quale quest'ultima porta
avanti le sue lotte giornaliere contro il capitale e si autoeduca".
Per che cosa si prepara la classe operaia? Senza dubbio per la lotta
per salari più alti, per orari di lavoro più brevi, per
condizioni migliori. Ma soprattutto per una lotta infinitamente più
importante: quella per la totale emancipazione della classe operaia
attraverso l'abolizione della proprietà privata dei mezzi di
produzione.
Marx chiarì una volta per tutte questo punto al Consiglio generale
dell'Internazionale nel giugno de11865. Dopo aver dimostrato che se
i sindacati non avessero portato avanti la loro lotta quotidiana essi
sarebbero stati ridotti a una massa livellata di miserabili, annientati
al di là di ogni possibilità di salvezza, egli continuò
spiegando che dovevano avere un punto di arrivo ben più vasto,
una mèta ben più ampia: "Nello stesso tempo e indipendentemente
dalla schiavitù generale implicita nel sistema dei salari, la
classe operaia non dovrebbe esagerare nel dare importanza al risultato
finale di queste lotte quotidiane. Essa non dovrebbe dimenticare che
sta combattendo con gli effetti e non con le cause, che ne sta ritardando
il movimento discendente, ma non cambiandone la direzione, che sta applicando
dei palliativi e non curando la malattia. Perciò essa non dovrebbe
essere assorbita completamente in questa inevitabile guerriglia che
sorge dalle incessanti intromissioni del capitale e variazioni del mercato.
“Dovrebbe capire che il sistema presente, oltre a tutte le miserie,
genera simultaneamente le condizioni materiali e le forme sociali necessarie
per la ricostruzione economica della società. Invece dello slogan
conservatore ‘Un giusto salario giornaliero per un giusto lavoro
giornaliero’ si dovrebbe scrivere sulla propria bandiera la parola
d’ordine rivoluzionaria ‘Abolizione del sistema salariale’
[…]” (K. Marx, "Salario, prezzo e profitto").
Nel passo testé citato, Marx indica con estrema chiarezza, oltre
alla necessità e agli effetti positivi della lotta per l'aumento
dei salari, i limiti di qualsiasi azione tesa unicamente a "recuperare",
cioè rivendicativa per miglioramenti economici parziali. Invero
come i fatti stanno ad attestare, nessun completo affrancamento della
classe operaia è possibile senza l’abbattimento del sistema
del lavoro salariato. Per Marx il ruolo dei sindacati è chiarissimo:
essi "devono servirsi della loro forza organizzata come di una
leva per la liberazione definitiva della classe operaia, cioè
per l'abolizione definitiva del sistema del lavoro salariato" (op.
cit.).
Questo pensiero autentico di Marx, ovvero la sua lezione fondamentale,
elimina ogni possibilità di equivoco: la sola via d’uscita
è un cambiamento radicale nell'organizzazione economica, sociale
e politica della società e che l’unico mezzo per realizzarlo
è la rivoluzione della classe operaia.
Ovvero, poiché la causa fondamentale della crisi dell'economia
capitalistica risiede nella contraddizione fondamentale del capitalismo,
ossia tra il carattere sociale della produzione e la forma capitalistica
privata di appropriazione dei prodotti del lavoro, 1’unica soluzione
possibile alla continua disoccupazione è, secondo Marx, la soppressione
della proprietà privata e l'instaurazione della proprietà
sociale dei mezzi di produzione.
Una verità che cozza, ovviamente, con le menzogne e i travisamenti
propalati dalla borghesia e dai suoi multiformi agenti, con le mistificazioni
dei sindacati collaborazionisti e dei "cretini parlamentari"
capi riformisti-opportunisti dello statalborghese “Partito-della-Rifondazione”
sedicente "comunista" e del suo fratello gemello governativo
“Partito-dei-Comunisti-Italiani”, entrambi adonestatori
dell'imperialismo e veri e propri "partiti-taxi" a disposizione
della grande borghesia.
"Il riformismo è l'inganno borghese degli operai che, nonostante
i parziali miglioramenti, restano sempre schiavi salariati finché
esiste il dominio del capitale.
"La borghesia liberale, porgendo con una mano le riforme, con l'altra
mano le ritira sempre, le riduce a nulla, se ne serve per asservire
gli operai, per dividerli in gruppi isolati, per perpetuare la schiavitù
salariata dei lavoratori. Il riformismo, perfino quando è del
tutto sincero, si trasforma quindi di fatto in uno strumento di corruzione
borghese e di indebolimento degli operai. L'esperienza di tutti i paesi
dimostra che prestando fede ai riformisti gli operai hanno sempre finito
con l'essere gabbati.
Al contrario, se gli operai hanno assimilato l'insegnamento di Marx,
cioè hanno riconosciuto l'inevitabilità della schiavitù
salariata finché si mantiene il dominio del capitale, non si
lasceranno ingannare da nessuna riforma borghese" (Lenin, "Marxismo
e riformismo").
Ciò significa, che le battaglie di classe, affinché non
rimangano allo stadio spontaneo e siano poi utilizzate, strumentalizzate,
svuotate e quindi riassorbite dal governo, dalla borghesia e dai loro
coperti e aperti agenti riformisti, hanno bisogno non soltanto di un
sindacato di classe e rivoluzionario, ma anche e soprattutto di un forte
partito rivoluzionario che le unifichi in funzione della lotta più
generale per il socialismo.
4.1. Con gli infami accordi del luglio '92, del luglio
'93 e del dicembre '98 sottoscritti col governo e le varie associazioni
padronali, CGIL-CISL-UIL hanno apertamente sancito il definitivo cambio
di rotta nelle "relazioni sindacali", Ovvero la sterzata a
destra, neoliberale, neoliberista e neocorporativista. Al di là
delle equivoche teorizzazioni propagandistiche e della fraseologia bellicosa,
peraltro sporadica, di singoli esponenti, l'azione e la politica rivendicativa
portate avanti dai vertici confederali hanno, di fatto, come punto di
partenza e di arrivo la "centralità dell'impresa",
il neoliberismo economico, la competitività delle aziende, i
profitti capitalistici: tutto il resto è subordinato e in funzione
di questa politica.
Il vasto e crescente dissenso dei lavoratori, che trae origine dalla
crisi del sindacato, si tenta di incapsularlo e addomesticarlo con la
creazione di nuove aggregazioni (per esempio la cossuttiana "Area
programmatica della Cgil-Alternativa sindacale" e la bertinottian-rifondarola
"Area programmatica dei comunisti in Cgil").Queste correnti
sindacali si muovono, in ultima istanza, su un terreno prettamente riformista,
sono fuori dall'ottica di un sindacato autenticamente di classe e, nella
sostanza, coprono "a sinistra" la CGIL e soci.
La parte più cosciente della classe operaia ha ben chiaro che
la politica dei sindacati confederali è totalmente di supporto
alla politica del grande padronato, un supporto che in definitiva si
traduce nell'impedire che le masse lavoratrici si ribellino alla dittatura
della grande borghesia, dell'oligarchia finanziaria; in molti altri
lavoratori, invece, non è ancora sufficientemente chiara l'analisi
su quale contenuto di classe sia fondata la politica sindacale e, per
conseguenza, la critica non va oltre l'attacco alla "mancanza di
democrazia" nelle organizzazioni sindacali, non giunge, in pratica,
a criticare tutta la politica di "cogestione" e a rompere
risolutamente e definitivamente col collaborazionismo e col 'monopolio'
di rappresentanza della Triplice.
I tentativi di modificare il sindacato nel senso di "più
democrazia" sono destinati all'insuccesso, sono, a dirla franca,
vani, perché non si tratta di cambiare qua e là qualche
norma di democrazia interna. I misfatti perpetrati da CGIL-CISL-UIL
hanno ormai prepotentemente messo sotto gli occhi di tutti i lavoratori
i vizi organici della loro prassi, e cioè che non esiste un mandato
vincolante, e ciò dimostra quanto la struttura stessa sia viziata
gravemente sin dalle fondamenta: l'elezione dell'apparato decisionale
avviene per cooptazione, e i limiti dei compiti dell'eletto non sono
né fissati né controllati dal basso. Ma c'è di
peggio: la mancanza di qualsiasi strumento di controllo da parte della
base, quale ad esempio il potere di revoca del delegato eletto, che
sommato alla non rotazione delle cariche e degli incarichi, al "distacco"
continuo dalla produzione e dal luogo di lavoro, rende tutta la struttura
'blindata', inamovibile e immodificabile.
La linea politica viene congegnata e decisa dalle "alte sfere",
la gestione delle vertenze che riguardano milioni di lavoratori vengono
decise dalle segreterie e vengono condotte nelle stanze del Potere dove
nulla è lasciato al caso, e cioè il classico "mettersi
in bocca al lupo".
Ai lavoratori, di tanto in tanto, viene concesso di scendere in piazza
con scioperi-farsa, e al termine di ogni mobilitazione spontanea o decisa
strumentalmente dai vertici il ritornello è sempre lo stesso:
"non si poteva fare/ottenere di più".
Non si tratta dunque - secondo il trito e ritrito caval di battaglia
delle biforcute "Aree programmatiche" rifondarola/cossuttiana
- di "ristabilire la democrazia interna" (dato che non esiste
alcun meccanismo di controllo dal basso), ma di cambiare l'intera struttura
sin dalle fondamenta; un'operazione, questa, che però non può
essere gestita da coloro i quali hanno tradito la fiducia e la causa
dei lavoratori.
Invero, il quesito cruciale è: quale linea politica deve perseguire
un sindacato di classe? E' chiaro: la difesa intransigente degli interessi
materiali e ideali dei lavoratori contro la politica della classe sfruttatrice;
in altri termini la salvaguardia del potere d'acquisto dei salari, della
qualità della vita e del lavoro, dell'occupazione, ecc., nonché
lo sviluppo della coscienza di classe nell'approfondimento della critica
al sistema capitalistico: tutti compiti fondamentali e vitali di un
sindacato di classe in vista dell'abolizione dello sfruttamento dell'uomo
sull'uomo.
Qual è stata, invece, la linea politica perseguita da CGIL-CISL-UIL
dal dopoguerra ad oggi? Quella del compromesso interclassista, dell'accettazione
supina delle leggi del sistema capitalistico, del dissanguamento dei
lavoratori, del più basso prezzo della forza-lavoro, delle peggiori
condizioni di vita e di lavoro delle masse lavoratrici.
4.2. I movimenti autorganizzati hanno innegabilmente
svolto un ruolo non secondario nella denuncia dell'asservimento dei
sindacati confederali. Tuttavia il movimento dell'autorganizzazione
non è riuscito - si pensi in particolare alla grande stagione
di lotta dell'autunno '92 - e non riesce a rappresentare agli occhi
dei lavoratori un'alternativa credibile ai sindacati collaborazionisti,
e ciò non tanto per la fragilità e frammentazione delle
strutture autorganizzate, quanto - ma non solo - per la loro visione
angusta di categoria, per il loro spiccato particolarismo e per la loro
natura sindacale non di classe e rivoluzionaria.
L'unica garanzia certa che i lavoratori hanno per salvaguardare i loro
interessi è la ricostruzione dal basso di un forte, combattivo
sindacato di classe capace di rilanciare la lotta per la difesa del
diritto di sciopero, per la riapertura delle vertenze contrattuali,
per la strenua difesa del potere d'acquisto dei salari, per il miglioramento
delle condizioni di vita e di lavoro, ecc. Solo una rete organizzativa
fortemente radicata sui luoghi di lavoro, con una chiara visione unitaria,
può essere in grado di fronteggiare e di rispondere adeguatamente
agli attacchi sempre più duri del padronato e dei suoi variegati
omogenei governi "di destra", "di centro" e "di
sinistra" variamente combinati.
Occorre dunque dar vita, da subito, e comunque in tempi molto rapidi,
al processo di aggregazione delle forze per raccogliere il dissenso
dei lavoratori nei confronti dei sindacati collaborazionisti.
Il PCIM-L ritiene fondamentale, quale primo passo da compiere, quello
di dar vita a dei Comitati Proletari di Classe (CPC) che operino all'interno
della fabbrica e sul territorio di competenza per condurre lotte sindacali
dal basso e per contribuire a migliorare le condizioni di vita del quartiere.
I CPC costituiranno i primi nuclei di classe che lavoreranno, in tempi
altrettanto rapidi, ad un Organismo nazionale intercategoriale di classe
articolato su scala nazionale e territoriale con una strategia comune
ed unitaria (sulle iniziative di lotta e di mobilitazione, sulle parole
d'ordine, sul programma, ecc.); tale organismo dovrà raccogliere
le varie forze frammentate - comitati di lotta dal basso, movimenti
di categoria autorganizzati… -, e dovrà sin da subito porsi
il compito della costruzione del Sindacato di classe.
Il Sindacato di classe si muoverà su due direttrici fisse ed
inamovibili: a) obiettivi immediati e tattici di conquiste salariali
e di vita nell'azienda e sul territorio; b) obiettivi strategici di
lotta di classe per abbattere il capitalismo e costruire il socialismo.
Ogni altra visione della lotta operaia è piccolo-borghese ed
estranea agli interessi delle masse proletarie.
In questa direzione, un valido contributo può essere dato - da
protagonisti, in un confronto ampio, chiaro, costruttivo sui programmi,
sugli obiettivi e sui metodi di lavoro - dai vari organismi di base.
Ben sapendo, tuttavia, che all'interno del movimento dei lavoratori
autorganizzati esistono le concezioni più svariate e contraddittorie
sulla natura dell'organizzazione sindacale (si pensi, ad esempio, alla
'teorizzazione', da parte dei Comitati di base della scuola, della "forma
Cobas" come "forma suprema di organizzazione", dato che
viene considerata "derisoria la stessa eventualità di costruzione
di nuove macchine partitiche e sindacali generatrici [?] di nuovi ceti,
magari sedicenti 'rivoluzionari', di professionisti della politica":
così il giornale "Cobas scuola", n. l0, ottobre '92).
Per giunta non vi è accordo nemmeno sulla stessa natura degli
strumenti organizzativi necessari ai lavoratori, il sindacato e il partito:
organizzazioni distinte, con funzioni diverse, ma complementari. Il
sindacato, di per sé, non può essere lo "strumento
risolutore" politico-sociale che abolisce "il sistema dello
sfruttamento": la lotta di classe si fonda incontestabilmente sulla
grande mobilitazione delle masse, ma ha bisogno di un partito rivoluzionario
che ne assuma la direzione per cambiare lo stato di cose presente. Farsi
illusioni su questo, cercando "nuove forme", addirittura "superiori",
significa semplicemente condannarsi all'impotenza politica.
La "burocratizzazione" o "degenerazione" delle organizzazioni
dei lavoratori salariati - 'terrore' che pervade e invade tutti i movimenti
autorganizzati aspiranti alla "forma superiore" - si spiega
con un preciso fenomeno storico noto con il nome di “opportunismo”.
L'opportunismo è il frutto di un patto scellerato tra capitale
e lavoro salariato. Lo strato del proletariato che si fa 'mezzano' -
mediatore - tra l'interesse del capitale e l'interesse immediato della
stragrande maggioranza del proletariato - che in tal modo viene meno,
per pochi miserabili spiccioli, alla sua funzione storica e si rende
complice del sistema capitalistico - è stato definito con il
termine di aristocrazia operaia. Questo strato 'aristocratico' domina
l'apparato sindacale, e la sua prassi, sistematicamente, è volta
ad un solo obiettivo: persuadere i lavoratori che tra capitale e lavoro
non può esservi contrasto se... "amicamente associati".
Esso costituisce il pilastro più solido del potere politico-economico
della borghesia.
4.3. Uno dei compiti urgenti che s'impone oggi agli
sfruttati è dunque quello di costruire dal basso il proprio Sindacato
di classe capace di andare oltre l'angusto interesse di categoria e
il bieco particolarismo, in grado di unire e combinare le necessità
di ogni categoria del lavoro salariato privato e pubblico, dei braccianti
agricoli, dei disoccupati, dei pensionati, capace di garantire con la
sua azione una effettiva, concreta, efficace, forte difesa degli interessi
materiali e ideali delle masse lavoratrici al di fuori della logica
del Capitale ovvero delle "compatibilità" e della "codeterminazione".
~
Di fronte all’attacco della classe sfruttatrice – che è
pianificato, sistematico, coordinato e unitario – i lavoratori
si presentano divisi per fabbriche, categorie, località; soltanto
in un forte e combattivo Sindacato di classe – espressione stabile
della contrapposizione degli interessi di classe del proletariato contro
il Capitale – esteso, con una forte e consapevole autodisciplina
e risoluto nelle azioni, possono presentarsi non frammentati, ma uniti
nella lotta, come un sol uomo.
Il Sindacato di classe, lungi dal reclutare solo i lavoratori rivoluzionari
o comunisti, accoglie in sé chiunque si trovi nella condizione
oggettiva di lavoratore, indipendentemente dalle sue simpatie politiche,
e ciò, allo scopo di raggiungere la massima mobilitazione possibile.
Il Sindacato di classe, poiché è un’organizzazione
che promana dalla classe lavoratrice, deve rispondere solo ad essa;
pertanto non si fa carico di nessuna “responsabilità”
nei confronti della classe dominante e della sua economia, essendo la
sua azione dichiarata quella della salvaguardia degli interessi dei
lavoratori contro di essa.
Il Sindacato di classe tutela le condizioni di vita e di lavoro della
classe lavoratrice (lavoratori manuali ed intellettuali, produttivi
ed improduttivi, sfruttati da un singolo sfruttatore o da un consorzio
di sfruttatori, dallo Stato), intesa nella sua accezione di insieme
di forza lavoro, dunque di lavoratori privi – non proprietari
– dei mezzi di produzione o strumenti di lavoro, indipendentemente
dalla forma della loro retribuzione.
Il Sindacato di classe, nelle sue tradizionali rivendicazioni, tende
alla salvaguardia dei salari, con particolare riguardo per i livelli
più bassi, alla riduzione dell’orario di lavoro, alla tutela
dei pensionati e dei disoccupati – organizzati nella rispettiva
categoria di provenienza – per i quali si richiede un salario
garantito e sufficiente alla sopravvivenza dei loro nuclei familiari.
Il Sindacato di classe, per tradurre in realtà le sue rivendicazioni,
si serve degli strumenti tradizionali della lotta di classe e dell’azione
diretta, adeguati all’intensità della resistenza della
classe padronale e del suo Stato, fino alla mobilitazione generale ad
oltranza di tutte le categorie: tutto all’opposto degli odierni
limiti – scioperi limitati, con obbligo di preavviso, squadre
comandate per assicurare i cosiddetti “servizi minimi”,
divieto di sciopero simultaneo per categorie similari, sospensione della
lotta nel corso delle trattative, ecc. – imposti dai padroni e
dal loro Stato e accettati in blocco dai sindacati di regime.
Il Sindacato di classe poggia sulle sue articolazioni/strutture in fabbrica
e sui luoghi di lavoro; tuttavia non si può fare a meno di una
organizzazione territoriale esterna ad essi – luoghi di difesa
sul modello, come suggerito da molti lavoratori, delle Camere del Lavoro
– dove i lavoratori possono incontrarsi, discutere, stabilire
e coordinare le forme di lotta, iniziative, ecc.
Infine, l’incessante mobilitazione di massa, il potere decisionale
dei lavoratori nelle assemblee (sia all’interno che all’esterno
delle strutture sindacali), la revoca immediata e inappellabile dei
delegati in caso di mancato rispetto o tradimento del mandato, la rotazione
degli incarichi, il controllo delle assemblee di base, ecc. dovranno
costituire un pilastro essenziale della democrazia dei lavoratori nel
rapporto con il Sindacato di classe e un attivo ‘dispositivo’
di controllo contro il pericolo di "corruzione" opportunistica
del sindacato.
I lavoratori coscienti rivendicano oggi un sindacato deciso e combattivo.
Richiedono la soluzione di tutta una miriade di problemi irrisolti a
livello aziendale. E' in atto tra gli stessi lavoratori una ampia ricerca
delle vie per contrastare l'offensiva antioperaia e giungere ad una
efficace ristrutturazione dell'organizzazione sindacale, per risolvere
i numerosi nuovi e complessi problemi che si trova ad affrontare il
movimento operaio.
Il PCIM-L, adoperandosi molteplicemente per la costruzione dal basso
del Sindacato di classe, saluta questo dibattito perché in esso
vede la manifestazione di tendenze positive in tal senso.
5. Che cos’è il marxismo-leninismo, e quale
ruolo vi svolge l’opera teorico-pratica di Stalin
In forza della sua scientificità e per il suo contenuto di classe,
il marxismo-leninismo che informa il PCIM-L è la teoria e la
tattica del proletariato in lotta per la trasformazione socialista della
società, è il marxismo dell'epoca dell'imperialismo e
delle rivoluzioni proletarie, del crollo del sistema coloniale, dell'epoca
del passaggio dell'umanità dal capitalismo al socialismo.
Marx e Engels hanno scoperto le leggi oggettive di sviluppo della società,
hanno creato un insieme metodologico che indica come sconfiggere il
capitalismo e come creare un nuovo, diverso, superiore, profondamente
umano ordinamento sociale: il socialismo; hanno dato una spiegazione
materialistico-dialettica del movimento della storia universale, hanno
elaborato la dottrina dello sviluppo e del succedersi delle formazioni
socio-economiche; hanno creato la sola economia politica realmente scientifica,
hanno scoperto la fonte dell'arricchimento della borghesia, il cardine
su cui poggia la società sfruttatrice borghese-capitalistica:
il plusvalore, dimostrando l'inevitabilità del suo abbattimento
rivoluzionario; hanno motivato la missione storico-universale umanistica
della classe operaia, chiamata a liquidare l'ultimo ordinamento sociale
fondato sullo sfruttamento e a guidare l'edificazione del socialismo;
hanno elaborato un metodo rigorosamente scientifico, il metodo del materialismo
dialettico per la disamina, lo studio onnicomprensivo della natura e
della società, la metodologia per una conoscenza classista dei
processi e degli avvenimenti sociali, per un approccio scientificamente
realistico ad essi.
In forza di queste scoperte - che hanno segnato e continuano a segnare
un'èra memorabile nella successione degli avvenimenti umani -
il socialismo fu trasformato da utopia in scienza.
Scienziati geniali, Marx e Engels furono però innanzitutto dei
rivoluzionari: essi dedicarono tutta la loro vita all'opera volta a
rendere la dottrina da essi creata in un potente mezzo in mano alla
classe operaia per la sua liberazione e l'affrancamento di tutta l'umanità
sofferente, oppressa e sfruttata dal capitale. L'opera teorico-politica
di Marx è inseparata e inseparabile da quella di Engels.
Dal congiungimento del pensiero rivoluzionario e della prassi rivoluzionaria
nacquero le grandi idee-direttrici politiche del marxismo che divennero
la forza determinante dell'ulteriore progresso del mondo.
Esse sono:
- le idee e i capisaldi della creazione e dell'attività del partito
proletario rivoluzionario, strumento-cardine senza il quale la classe
operaia non può trasformarsi da "classe in sé"
in "classe per sé" e per tutta l'umanità sofferente;
- la teoria della lotta di classe e della dittatura del proletariato;
- la scoperta dell'origine sociale e delle cause delle rivoluzioni e
delle guerre;
- l'idea dell'alleanza della classe operaia con i contadini e gli altri
strati di lavoratori;
- la motivazione dell'unità degli interessi sostanziali dei lavoratori
delle metropoli e delle colonie;
- le ragioni pregnanti dell'internazionalismo proletario;
- la fondamentale previsione scientifica inerente le due fasi della
formazione sociale comunista.
Erede fiduciario e prosecutore geniale della causa e della dottrina
di Marx e Engels, Lenin fu l'unico che ristabilì la loro dottrina
nello spirito dei fondatori del comunismo scientifico deformata e falsata
dai revisionisti-opportunisti e la sviluppò creativamente nelle
nuove condizioni storiche.
Lenin sviluppò le tre componenti primarie del marxismo: la filosofia,
l'economia politica e il comunismo scientifico. Arricchendo di nuove
conclusioni e tesi la dottrina marxista del ruolo storico del proletariato,
della sua alleanza con i contadini e gli altri ceti dei lavoratori,
della dittatura del proletariato e le sue forme, dell'essenza effettivamente
democratica dello Stato proletario, delle questioni agraria e nazionale,
Lenin elaborò altresì la teoria della rivoluzione socialista
e la questione delle vie di edificazione del socialismo e del comunismo.
Tra gli altri meriti imperituri dell'ispiratore e capo della Grande
Rivoluzione Socialista d'Ottobre - epocale avvenimento del XX secolo
che cambiò radicalmente lo sviluppo di tutta l'umanità
- e della gloriosa III Internazionale, quello di aver creato un partito
proletario di tipo nuovo, bolscevico, il Partito comunista rivoluzionario
che portò alla vittoria la Rivoluzione d'Ottobre; di aver motivato
il suo ruolo storico di guida delle vaste masse lavoratrici, di averne
elaborato la strategia e la tattica.
Ed è sempre a Lenin che va attribuito il merito della strenua
lotta contro i traditori della II Internazionale e della lotta non meno
strenua e tenace per gettare le fondamenta della III, dell'Internazionale
Comunista; della teoria del marxismo nell'epoca dell'imperialismo e
della rivoluzione proletaria, della teoria dell'ineguale sviluppo del
capitalismo; della fondazione dello Stato sovietico, ponendo le basi
della sua potenza; della teoria della costruzione del socialismo in
un solo paese; della lotta contro la teoria della "spontaneità".
Lenin definiva l'odierno imperialismo “capitalismo morente”
a causa delle intrinseche contraddizioni sempre più esplosive.
I suoi lineamenti fondamentali sono: 1) la trasformazione della concorrenza
in monopolio; 2) 1a fusione del capitale bancario con quello industriale
e la formazione del capitale finanziario; 3) il predominio dell'esportazione
di capitale sull'esportazione di merci; 4) la suddivisione del mondo
tra i monopoli capitalisti; 5) 1a lotta tra le grandi potenze per la
sempre nuova suddivisione del mondo già suddiviso: inevitabili,
dunque, nel presente contesto, le guerre imperialiste di rapina.
Queste contraddizioni rendono necessarie e indifferibili le battaglie
del proletariato per la rivoluzione socialista.
Chiarendo il significato del leninismo, Stalin così lo definisce:
"Il leninismo è il marxismo dell'epoca dell'imperialismo
e della rivoluzione proletaria. Più esattamente, il leninismo
è la teoria e la tattica della rivoluzione proletaria in generale,
la teoria e la tattica della dittatura del proletariato in particolare".
Dottrina e guida per l'azione vittoriosa del proletariato è pertanto
il marxismo-leninismo.
Fedele esecutore testamentario, strenuo difensore e ulteriore sviluppatore
del glorioso retaggio di Marx, Engels, Lenin; marxista-leninista conseguentemente
classista, integro e inflessibile contro i nemici di classe, e perciò
particolarmente odiato e calunniato dagli assassini imperialisti e dai
loro lautamente quietanzati criminali 'ideologici', dai trotskisti,
bordighisti e revisionisti-riformisti-opportunisti, Stalin ha dato vita
con Lenin al Partito Bolscevico, lo ha condotto con Lenin al potere,
con Lenin e dopo Lenin ha costruito il socialismo, ha diretto una grande
guerra nazionale vittoriosa. In ognuno di questi momenti il compito
particolare contingente era tutt'uno con l'insieme della lotta generale
del proletariato, ad ogni momento ha dato la sua esatta prospettiva
e precisa direzione al movimento operaio mondiale: questa è l'opera
titanica di Stalin. Risolvendo problemi economici, militari e politici
dinanzi ai quali mai nessun dirigente operaio s'era trovato prima, egli
è meritamente il maestro del marxismo nell'epoca dell'imperialismo
agonizzante e dell'aggravarsi della lotta di classe.
Edificatore del socialismo nell'Unione Sovietica, guida dei popoli verso
la loro emancipazione, custode integerrimo dell'eredità leninista
e strenuo difensore della rivoluzione contro i pericoli di destra e
di "sinistra", organizzatore industriale e militare e vincitore
della grande guerra patriottica contro il nazismo, Stalin ha arricchito
magistralmente sotto tutti gli aspetti il marxismo-leninismo.
Di fondamentale importanza i seguenti principali contributi:
- la teoria dello Stato nella società socialista (in sostanza:
la necessaria continuità dell'esistenza dello Stato, nella forma
della dittatura del proletariato, per la difesa e il consolidamento
delle conquiste rivoluzionarie, in un contesto di accerchiamento capitalistico,
strettamente unita con la possibilità dell'edificazione del socialismo
in un solo paese, già asseverata da Lenin, e da Stalin attuata,
e con lo sviluppo ineguale del capitalismo). Teoria che ebbe nella Carta
fondamentale dello Stato della dittatura del proletariato - la Costituzione
"staliniana" del 1936 - la sua formulazione giuridica più
alta;
- la teoria della questione nazionale (nel periodo dell'imperialismo
questa lotta è parte integrante della rivoluzione contro l'imperialismo);
- la teoria circa la nuova politica estera e la diplomazia (coesistenza
pacifica dei paesi socialisti e di quelli capitalisti, già propugnata
da Lenin);
- la teoria della pianificazione socialista;
- la teoria dell'accumulazione socialista;
- la teoria della collettivizzazione.
L'opera teorico-pratica di Stalin è dunque fondamentale parte
integrante del marxismo-leninismo, è da esso inscindibile.
Di più. E' precisamente grazie al contributo determinante di
Stalin se oggi il marxismo-leninismo è sempre di più il
nucleo razionale di tutto il sapere, di tutto il tesoro conoscitivo
dell'umanità nuova, lo strumento infallibile e la guida invitta
e invincibile per dirigerne scientificamente il cammino.
Marxismo dell'epoca contemporanea, l'epoca della transizione dal capitalismo
al socialismo, il leninismo è lo sviluppo creativo della concezione
proletaria del mondo in cui l'analisi marxista della presente epoca
è organicamente connessa al retaggio di Marx e Engels. Ogni contrapposizione
tra Marx e Engels, tra Marx e Lenin, tra Lenin e Stalin risulta essere,
come dimostrano i fatti, più di una menomazione: una deliberata
falsificazione del marxismo, un passaggio alle posizioni del nemico
di classe.
Oggi essere marxista significa essere un risoluto seguace e prosecutore
rigoroso dell'opera di Marx-Engels-Lenin-Stalin.
E' questo preciso criterio di classe che distingue e contraddistingue
gli autentici marxisti - i marxisti-leninisti - dai volgari contraffattori,
tutti della stessa risma, del marxismo.
6. Le ragioni che hanno portato alla nascita del PCIM-L
L'arma vitale del proletariato è il partito
comunista marxista-leninista rivoluzionario. Il partito della classe
operaia è il necessario cardine nel processo rivoluzionario del
proletariato, il quale solo attraverso l'acquisizione di una coscienza
politica può avanzare sicuro e condurre vittoriosamente la lotta
per la propria emancipazione e l'avvento della società comunista.
In Marx e Engels un embrione della teoria del partito si incontra nel
Manifesto del Partito Comunista: "I comunisti si distinguono dagli
altri partiti proletari per il fatto che, nei vari stadi di sviluppo
che la lotta tra proletariato e borghesia va attraversando, rappresentano
sempre l' interesse del movimento complessivo […] dal punto di
vista della teoria, essi hanno un vantaggio sulla restante massa del
proletariato per il fatto che conoscono le condizioni, l'andamento e
i risultati generali del movimento proletario". Dove risulta chiaro
ciò che caratterizza i comunisti: il momento della coscienza
teorica. Altri tratti del partito del proletariato emergono in Marx
nel corso dello scontro con l'anarchico Bakunin: per esempio, il carattere
centralizzato della direzione. Negli Statuti dell'Ass. Internazionale
degli Operai la necessità del partito rivoluzionario è
ribadita con estrema chiarezza da Marx e Engels: "Nella sua lotta
contro il potere unificato delle classi possidenti, il proletariato
può agire come classe solo organizzandosi in partito politico
autonomo, che si oppone a tutti gli altri partiti costituiti dalle classi
possidenti. Questa organizzazione del proletariato in partito politico
è necessaria allo scopo di assicurare la vittoria della rivoluzione
sociale e il raggiungimento del suo fine ultimo, la soppressione delle
classi". Lenin si muove precisamente su questa linea.
Se per gli opportunisti 'teorici' della II Internazionale la rivoluzione
si configurava come la conseguenza 'naturale' ovvero "pacifica"
dello sviluppo storico, per Lenin, al contrario, proprio il raggiunto
grado di questo medesimo sviluppo storico presente fa emergere la rivoluzione
proletaria come necessità dialettica immediata da realizzare.
Conseguentemente il partito assume, in Lenin, precisamente come in Marx
e Engels, un ruolo determinante sia sul piano teorico che su quello
pratico-organizzativo per la conquista e la costruzione della nuova
e diversa società.
"Senza un tale partito non si potrebbe nemmeno pensare a rovesciare
l'imperialismo, a conquistare la dittatura del proletariato" (Stalin).
Senza il necessario suo strumento primario - il partito -, infatti,
il proletariato non può elevarsi sino alla lotta di classe cosciente,
il movimento operaio non può assumere la missione storica di
liberare se stesso e tutti gli altri lavoratori dalla schiavitù
politica ed economica. Privo del suo partito il movimento operaio è
preda dei partiti politici della borghesia; conducendo la sola lotta
economica perde la propria indipendenza politica, diventa un'appendice
delle varie frazioni-partiti degli sfruttatori e dei loro soci revisionisti-riformisti-opportunisti.
Il partito, nella concezione marxista-leninista, non è affatto,
come al contrario tentano interessatamente di dare ad intendere i servi
idolatri del capitale, un "feticcio", ma semplicemente lo
strumento-cardine - composto dagli operai d'avanguardia o "operai
intellettuali socialisti", secondo la significativa espressione
di Lenin -, fondamentale e necessario, della lotta di classe.
E' compito del partito, cioè della parte cosciente del proletariato,
portare la coscienza socialista nel movimento spontaneo della classe
operaia. Allorquando Lenin dice che “la coscienza politica di
classe può essere portata all'operaio soltanto dall'esterno”,
egli intende semplicemente "dall'esterno della lotta economica,
dall'esterno dei rapporti tra operai e padroni", vale a dire dall'interno
dei rapporti politici.
Di qui l'importanza della teoria rivoluzionaria e del partito politico
di classe. Soltanto degli imbecilli per principio, dei cialtroni quietanzati
come gli ideologi della borghesia possono interessatamente propalare
la miserabile e grossolana menzogna secondo cui Lenin affiderebbe agli
"intellettuali " il compito di farsi la "coscienza"
sui libri per poi trasmetterla, in veste di banditori della verità,
a quei 'gonzi' di operai. Per Lenin è vero esattamente l'opposto:
ogni operaio può essere un'avanguardia politica - fermo restando
che il ruolo d'avanguardia non si esercita individualmente, bensì
organizzando la parte più avanzata e cosciente del proletariato
in partito - precisamente nella misura in cui abbia la possibilità,
i mezzi e la capacità di comprendere il movimento reale della
storia e sappia agire di conseguenza.
Se il partito rivoluzionario del proletariato è inteso correttamente
come il momento della coscienza critica, come la sintesi politica del
movimento spontaneo, che ne raccoglie le rivendicazioni, depura quanto
di 'proteste' corporative possono contenere, ne corregge sia l'opportunismo
che l'estremismo sterile, ne supera le contraddizioni per elevarle al
grado di coerenza del programma politico teoricamente fondato, ebbene
allora non si può non partire, nella costruzione del partito,
dall'alto, e cioè dal momento della consapevolezza teorica e
dell'iniziativa politica. E' precisamente questa la concezione marxista-leninista
del partito. Questa concezione del partito come organizzazione centralizzata
che si costruisce dall'alto in basso, deriva da Lenin direttamente dalla
funzione-cardine, di punto fisso imprescindibile che egli attribuisce
al momento della coscienza, alla consapevolezza teorica e all'iniziativa
politica. E ciò si traduce, chiaramente, nella richiesta di precisi
rapporti organizzativi e di consapevole disciplina.
Accusare tale concezione del partito come "autoritaria", "burocratica"
e via elencando in definizioni borghesi-riformiste-anarchiche, significa
per l'appunto privilegiare il movimento e la spontaneità nei
confronti della coscienza critica, svilire il valore dell'iniziativa
politica e, di fatto, aderire ad una 'visione' meccanicamente deterministica
dello sviluppo sociale e, simultaneamente, abbandonarsi a peso morto
alla politica "dell' accidentale", del "contingente",
del "caso per caso", nella rinuncia, in concreto, all'autonomia
politica della classe operaia. Significa, in altri termini, al di là
della fraseologia "rivoluzionaria", essere menscevichi. Del
resto, che cosa significa l'attenuazione - o addirittura il rifiuto!
- della funzione di direzione del partito? A ben vedere, nient'altro
che la sottovalutazione delle masse, sfiducia nella possibilità
di portarle ad un superiore livello politico.
6.1. I due partiti che attualmente in Italia si spacciano
per “comunisti” - i cosiddetti “Partito della Rifondazione
Comunista” e il suo fratello gemello “Partito dei Comunisti
Italiani”, doppione quest’ultimo dovuto alla rottura del
nobile sodalizio tra i due incalliti raggiratori opportunisti Bertinotti-Cossutta
e rispettivi codazzi -, sono semplicemente una brutta contraffazione
dell'autentico partito comunista. Entrambi questi mostriciattoli fratelli
carnali sono gli eredi naturali delle “migliori tradizioni”
opportuniste del fu PCI; sono il 'riempitivo' dello spazio lasciato
vuoto dai neoliberali-neoliberisti ieri PDS oggi DS domani chi sa; essi
sono, nel pensiero e nella strategia politica dei loro cari gruppi dirigenti,
l'ennesima gabbia costruita dai revisionisti vecchi e nuovi per imbrigliare
e bloccare la lotta di classe del proletariato e per ostacolare prima
la nascita e oggi la crescita del Partito Comunista Italiano Marxista-Leninista.
Basta scorrere il risibile "programma politico" di siffatti
partiti doppi, il loro statuto, le loro “soluzioni” e “risoluzioni”,
i loro "documenti", il loro giornale per rendersi conto di
quanta riverenza e considerazione goda nei capi di questi istituzionali
partiti sedicenti “comunisti” il sistema capitalistico:
niente lotta di classe, niente rivoluzione, niente potere proletario,
niente liquidazione del capitalismo, niente costruzione del socialismo
figurarsi del comunismo, ma solo 'sottigliezze', cavilli, pretesti,
'distinguo' da azzeccagarbugli tendenti a togliere saldezza alle ragioni
rivoluzionarie e, per converso, l'accettazione supina delle “regole
del gioco” e giogo “democratico” borghese con tutta
la retorica annessa e connessa: tutta la "prassi di cambiamento"
dell'uno e dell'altro dei due si racchiude e si esaurisce nel ruolo
congeniale di "cretini parlamentari" dei loro inveterati capoccia
revisionisti, vale a dire nell'istituzionalismo, nell'elettoralismo
e nel parlamentarismo borghese-capitalistico. La prassi di questi travestiti
"comunisti" ha un nome inequivocabile: opportunismo. Essa
è un vero e proprio oltraggio all'alto appellativo di 'comunista',
subdolamente usato dai capoccia dei doppi partiti revisionisti per ingannare
ancora una volta, e con perfidia, i lavoratori. “Il fine è
nulla, il movimento è tutto”: come direbbe Lenin, queste
parole del loro progenitore Bernstein esprimono meglio di tante lunghe
disquisizioni l'essenza dei due biforcuti partiti "eredi"
del PCI, veri e propri pilastri dell'imperialismo.
6.2. Il marxismo-leninismo è contro tutte le
forme di terrorismo: bianco e presunto “rosso”.
Innanzitutto va ribadita con fermezza la verità storica. L'imperialismo
e i suoi disparati ideologi, l'odierna umanitaria e giusta borghesia
non amano ricordare la storia del termine "terrorismo" : il
1649 in Inghilterra e il 1793 in Francia sono da essi bellamente ignorati.
"Il terrore era giusto e legittimo quando veniva esercitato a vantaggio
della borghesia contro i signori feudali. E' diventato mostruoso e criminale
nel momento in cui gli operai e i contadini poveri osano esercitarlo
nei confronti della borghesia! Il terrore era giusto e legittimo quando
veniva esercitato per sostituire una minoranza sfruttatrice con un'altra.
E' diventato mostruoso e criminale quando si è cominciato a esercitarlo
per rovesciare ogni minoranza sfruttatrice, nell' interesse della stragrande
maggioranza della popolazione, nell'interesse del proletariato e del
semiproletariato, nell'interesse della classe operaia e dei contadini
poveri!" (Lenin, Lettera agli operai americani).
La borghesia ha sempre considerato il terrore rosso come "criminale"
e il proprio terrore - "bianco" - come "legittimo".
La borghesia qualificò “terrorismo” il terrore rosso
sia durante le rivoluzioni sia nel periodo postrivoluzionario, quando
il proletariato vittorioso si vide costretto a rispondere col suo terrore
al terrore controrivoluzionario della borghesia. Il terrore rosso è
sempre imposto dal terrore bianco. E' accaduto quando i bolscevichi
risposero con il terrore rosso al terrore bianco, che regnava nella
Russia zarista, e si trattava di un diritto legittimo del popolo insorto;
è accaduto dopo la sorprendentemente incruenta Rivoluzione d'Ottobre,
quando la borghesia russa e quella mondiale fecero di tutto per soffocarla
nel sangue: quando il potere sovietico dichiarò lotta alla controrivoluzione
(agendo all'inizio anche con estrema indulgenza: in un primo momento,
infatti, i cospiratori venivano rilasciati persino sulla parola, con
la promessa di non intervenire più contro la rivoluzione) venne
ripetutamente accusato dalla borghesia mondiale di "terrorismo".
Ora, tra questo "terrore rosso" e l'odierno terrorismo spacciato
per "rosso" non vi è nulla di comune, nessun interesse
in comune. Il terrorismo e l'autentica lotta dei lavoratori per la loro
liberazione dallo sfruttamento e dall'oppressione non hanno nulla in
comune tra loro. Già il progetto di risoluzione del II Congresso
dell'allora POSDR sul terrorismo, scritto da Lenin, esprime nettamente
l'atteggiamento dei comunisti verso questo metodo di lotta politica:
"Il Congresso respinge decisamente il terrorismo, cioè il
sistema degli attentati politici isolati, metodo di lotta politica [...],
che distoglie le forze migliori dal lavoro organizzativo e di agitazione,
urgente e necessario, distrugge il legame dei rivoluzionari con le masse
delle classi rivoluzionarie della popolazione, diffonde tanto fra i
rivoluzionari stessi quanto fra la popolazione in generale le idee più
sbagliate sui compiti e sui metodi della lotta contro l'autocrazia".
Ancora. “Economisti” - cioè coloro che negano ovvero
riducono il ruolo del partito a mera contemplazione dell'evoluzione
spontanea del movimento di rivendicazione economica, negando con ciò
lo strettissimo rapporto tra rivendicazione economica e lotta politica,
e quindi gli stessi risultati fondamentali dell'analisi di Marx - e
“terroristi”: cosa hanno in comune queste due posizioni
a prima vista opposte? Lenin ne indica la matrice comune: “la
sottomissione alla spontaneità”. "Economisti e terroristi
si prosternano davanti ai due poli opposti della spontaneità:
gli economisti dinanzi alla spontaneità 'del movimento operaio
puro', i terroristi dinanzi alla spontaneità [...] degli intellettuali
che non sanno collegare il lavoro rivoluzionario e il movimento operaio"
(Che fare?, "Che cosa hanno in comune l'economismo e il terrorismo?"
). Il "terrorismo stimolatore" dei deviazionisti amanti del
cosiddetto "partito clandestino", che dovrebbe scuotere le
masse 'addormentate', perde di vista la necessità basilare che
è quella di rapportarsi alle masse, di collegarsi con esse e
di organizzarle. Sia i "terroristi" – “che non
credono nella vitalità e nella forza del proletariato e della
sua lotta di classe" (Lenin) - che gli "economisti" cedono
a quel che Lenin ha definito “primitivismo”.
La classe operaia abbandonò il metodo del terrorismo individuale
- che pure era stato una forma istintiva ancora primitiva e disorganizzata
di lotta dei lavoratori - non appena fu in grado di realizzare forme
superiori di organizzazione e di lotta, in forza dello sviluppo della
coscienza di classe e della comprensione della necessità dell'organizzazione
politica (cfr. Engels, La condizione della classe operaia in Inghilterra).
Il terrorismo presunto "rosso" è, di fatto, una tattica
nociva al movimento rivoluzionario: esso sostituisce alla lotta delle
masse l'azione di singoli individui - o di gruppi insignificanti con
la pretesa, tra l’altro, di formare un tutto - con l'unico risultato
di rivelare, in tal modo, mancanza di fiducia nel movimento rivoluzionario
popolare. Questa "propaganda del fatto" costituì larga
base di azione soprattutto in Russia, dove la politica del terrorismo
individuale si ispirava alla falsa e fuorviante 'teoria' populista degli
"eroi" attivi e della "folla" passiva, che attende
dagli "eroi" le grandi gesta.
A suo tempo, tutti i partiti di ispirazione marxista-leninista criticarono
duramente ed espulsero dalle proprie organizzazioni gli esponenti che
teorizzavano o praticavano il terrorismo o una "collateralità"
con esso, poiché la loro attività forniva un pretesto
magnifico per la repressione alle classi dominanti e finiva quindi per
costituire un freno allo sviluppo della prassi politica dei lavoratori.
In effetti, sfruttando il carattere spesso insensato del terrorismo
presunto “rosso” o sedicente "di sinistra", gli
ideologi dell'imperialismo lo dichiarano un crimine puramente penale,
estendendo questa valutazione a tutte le azioni dei lavoratori e delle
loro organizzazioni che si battono per il socialismo e in difesa dei
propri legittimi diritti ed interessi.
L'ennesima riconferma di questa verità politicamente indiscutibile
è data, per limitarci all'Italia, dall'ultima ma non ultima "legge
per combattere il terrorismo".
Il 7 maggio 2001, infatti, la benemerita Camera dei deputati ha convertito
in legge il decreto del governo - cosiddetto di "centrosinistra"
- che proroga da 18 a 24 mesi i tempi delle "indagini preliminari"
ed estende sino a due anni la "custodia cautelare" per i cosiddetti
"reati di terrorismo". Questo decreto, che il governo centrosinistro
aveva varato ad integrazione del "pacchetto sicurezza", già
precedentemente convertito al Senato, è passato grazie al voto
unanime di “Ulivo” e "Polo" e con il voto favorevole
della "Lega" ; i deputati di "Rifondazione" revisionista
si sono astenuti.
Quali sono le conseguenze pratiche di questa smisurata "misura"?
Partendo dal punto di vista del codice di procedura penale, la "misura"
senza mezze misure appena varata equipara ai reati di “associazione
a delinquere e mafiosa” i comunemente detti "reati di terrorismo",
vale a dire "associazione sovversiva" (art. 270 e 270bis cp)
e “banda armata” (art. 306 cp).
In pratica i magistrati inquirenti hanno la facoltà di poter
condurre “indagini riservate” sui "sospettati"
di tali "reati" senza previo avviso agli interessati per un
periodo di due anni, anzichè di 18 mesi come prescritto finora
dalla legge solo nei casi di strage. La "misura" a dismisura
approvata il 7 maggio estende tale limite anche ai semplici partecipanti,
e non soltanto ai dirigenti o promotori della cosiddetta "associazione"
o dell'altrettanto cosiddetta “banda”.
Con il pretesto della "lotta al terrorismo", in realtà
si mira a colpire chiunque si opponga alla classe dominante borghese,
al suo “comitato d'affari” o Stato e alle sue istituzioni
"democratiche" di classe. Difatti, palesemente pretestuosa
e strumentale appare l'inclusione del "reato" di "associazione
sovversiva" tra quelli di "terrorismo", così da
giustificare l'azione borghesemente liberticida che si fa.
Un "reato" che nella sua sconfinata genericità e onnicomprensiva
ampiezza oltrepassa chiaramente l'ambito del ristretto terrorismo e
può essere contestato a tutti coloro che rifiutano di essere
complici o conniventi di questo infame sistema fondato sullo sfruttamento
della stragrande maggioranza degli uomini e delle risorse altrui e lottano
strenuamente, non con i vani, inutili e dannosi metodi terroristici
tipicamente borghesi, ma apertamente, per mezzo della socialmente progressiva
lotta di classe, per una nuova e diversa società sommamente umana,
per il socialismo: un "reato" dunque contestabile in primo
luogo ai comunisti rivoluzionari marxisti-leninisti, che fondano il
loro "programma" sulla dittatura del proletariato, dato che
l'art. 270 del codice penale è rivolto anche contro le - testuale
- "associazioni dirette a stabilire violentemente la dittatura
di una classe sociale sulle altre", una chiara codificazione di
stampo fascista che tutt'ora permane in quel che fu il prodotto giuridico
più coerente ai programmi del fascismo in termini di repressione
di ogni forma di deviazione e di dissenso: l'odierno codice penale.
La grande borghesia imperialista e il suo branco ideologico tentano
di presentare le cose in modo da far credere che la teoria marxista-leninista
approverebbe i metodi terroristici come mezzo per raggiungere obiettivi
politici.
In realtà il marxismo-leninismo ha sempre energicamente respinto
il terrorismo come metodo di raggiungimento delle finalità politiche.
Il PCIM-L respinge energicamente il terrorismo, i suoi metodi e ogni
forma di collusione/collateralità con esso come mezzo di lotta
rivoluzionaria.
Il PCIM-L condanna parimenti i tentativi dei circoli più aggressivi
e arcireazionari dell'imperialismo: ostentando una completa trascuratezza
nei confronti dei diritti e delle aspirazioni dei popoli, essi tentano
di presentare la lotta di liberazione delle masse popolari come manifestazione
di "terrorismo".
Con il solito pretesto della "lotta al terrorismo internazionale",
si sta sempre più sviluppando e perfezionando un'offensiva frontale
a tutti i livelli contro il movimento di liberazione nazionale e, soprattutto,
contro i giovani Stati che hanno scelto e scelgono un orientamento sociale
ed economico diverso da quello imposto dall'imperialismo. L'esportazione
della controrivoluzione è stata elevata al rango di politica
statale degli USA, i quali con il solito falso slogan della "lotta
al terrorismo internazionale" tentano continuamente di legalizzare
una sempre nuova folle spirale di corsa agli armamenti.
D'altra parte, la campagna calunniosa scatenata dall'imperialismo, in
particolare dall'egemone yankee, attorno alla questione della "lotta
al terrorismo internazionale", serve a distogliere l'attenzione
dell'opinione pubblica mondiale dal proprio "terrorismo internazionale"
aperto o subdolo e vile come quello sedicente "umanitario"
e dall' appoggio diretto e dall'aiuto prestato, come solo l'imperialismo
è capace, agli aggressori ed ai regimi reazionari che stanno
praticando largamente e impunemente atti di aperto terrorismo.
Non appena in un qualunque punto sperduto del globo terrestre sorge
una minaccia reale al dominio del capitale monopolistico, l'imperialismo
è pronto a tutto, gettando via ogni apparenza di qualsivoglia
democrazia. Esso è sempre sul piede di guerra, pronto a calpestare
la sovranità degli Stati e ogni forma di legalità, per
tacere dei “princìpi umanitari”.
La manipolazione dell'opinione pubblica, la criminalizzazione dei comunisti,
la propaganda di deformazione ideologica del socialismo, dei postulati
e delle conquiste della classe operaia e la denigrazione dei suoi dirigenti
e delle masse, la menzogna spudorata, il criminale blocco economico,
il sabotaggio, la provocazione della fame e del dissesto economico,
la corruzione più infame, le minacce, il terrore più brutale,
l'organizzazione dell'assassinio di esponenti politici, il terrorismo
economico, il terrorismo psicologico, gruppi o centrali eversive organizzati
con la complicità dell'apparato statale borghese, autori di stragi
o di omicidi politici, allo scopo di terrorizzare i cittadini e di rendere
plausibile il ricorso a misure eccezionali di repressione e decapitare
così i movimenti marxisti-leninisti e progressisti dei loro migliori
dirigenti...: questo e altro ancora l'arsenale del terrorismo bianco,
della controrivoluzione moderna, che agisce sempre in alleanza con la
reazione imperialista internazionale.
7. Il PCIM-L e i suoi compiti immediati e in prospettiva,
tattici e strategici I
Il Partito Comunista Italiano Marxista-Leninista (PCIM-L)
è la formazione politica che esprime gli interessi immediati
e futuri della classe operaia, dell'intero proletariato e delle masse
lavoratrici, e che ne guida la lotta su tre fronti - politico; economico-sindacale;
ideologico-culturale - per l'instaurazione di quell'ordine sociale superiore
profondamente umano e di quella civiltà nuova di cui la classe
operaia e le masse lavoratrici sono le portatrici.
Il PCIM-L è, prima di tutto, il reparto rivoluzionario d'avanguardia
della classe operaia, di cui ne assorbe i migliori elementi. La sua
conoscenza delle leggi del movimento storico deriva dai fondamenti incrollabili
su cui esso poggia: la concezione scientifica del marxismo-leninismo.
Reparto di avanguardia, il PCIM-L è in pari tempo una parte della
classe operaia, parte profondamente legata ad essa con tutte le fibre
della sua esistenza.
Reparto di avanguardia della classe operaia, il PCIM-L ne è altresì
il reparto organizzato. Allo scopo di adempiere ai suoi compiti, il
PCIM-L è la personificazione della disciplina e dell'organizzazione.
In forza del centralismo democratico, il PCIM-L è in grado di
assicurare una direzione organizzata e sistematica della classe operaia.
Forma suprema dell'unione di classe dei proletari, il PCIM-L estende
la sua direzione politica a tutte le altre forme di organizzazione del
proletariato.
Tuttavia il PCIM-L non è soltanto la forma suprema dell'unione
di classe dei proletari: esso è lo strumento-cardine nelle mani
del proletariato e dei lavoratori per la conquista del potere e l'estensione
e il consolidamento di esso, nell'interesse della edificazione e della
vittoria completa del socialismo.
Il PCIM-L si caratterizza per la sua coesione e la sua disciplina: requisiti
necessari per la conquista - e il mantenimento - del potere. Senza unità
di pensiero e di volontà da parte degli aderenti al partito non
è possibile una forte disciplina. Quest'ultima - che non può
che essere volontaria e ragionata - non solo non esclude la critica
e il contrasto delle opinioni, ma li presuppone e li sollecita.
Nel PCIM-L la critica è un elemento essenziale della sua vita
e del suo sviluppo. Senza critica non si può concepire il controllo,
lo sprone alla vigilanza, l'incessante miglioramento del lavoro.
Ma, finita la discussione e presa una decisione, l'unità di volontà
e di azione di tutti i militanti è condizione indispensabile
per una valida ed efficace azione del partito.
In forza dell'esigenza imperiosa della sua unità, non è
pertanto compatibile né ammissibile l'esistenza delle frazioni,
di centri dissidenti organizzati. Il PCIM-L non tollera alcun tipo di
opportunismo, di settarismo, alcun tentativo di spezzare l'unità
delle proprie file, di corromperlo dall'interno e di privarlo in tal
modo della possibilità di guidare la lotta di classe del proletariato.
Il PCIM-L educa costantemente in vaste masse di operai una coscienza
socialista, preservando la classe operaia dall'influenza della tossica
ideologia borghese. Esso conduce una implacabile lotta contro ogni tentativo
di falsificazione e di revisione del marxismo-leninismo e lo sviluppa
sulla sua propria base in stretta connessione dialettica con le più
nuove acquisizioni scientifiche e della prassi storico-sociale.
L'attuazione delle grandi idee rivoluzionarie del marxismo-leninismo
è il compito supremo, la ragion d'essere del PCIM-L.
Il PCIM-L, partito bolscevico armato della teoria marxista-leninista:
- rappresenta la guida politica collettiva della classe operaia, la
forma suprema della sua organizzazione, l'avanguardia rivoluzionaria
di tutti i lavoratori, di tutti gli oppressi e sfruttati; il legame
strettissimo con le masse costituisce la fonte della sua inesauribile
forza collettiva e combattiva;
- svolge ed imposta la sua attività sulla base del centralismo
democratico, rafforza incessantemente l'unità ideologica e organizzativa
delle sue file, la disciplina cosciente, sviluppa l'impegno dei membri
del partito;
- è risolutamente intransigente con ogni tipo di frazionismo
e spirito di gruppo, con le manifestazioni di revisionismo, opportunismo,
dogmatismo;
- esamina con spirito critico i risultati dei suoi atti operativi rivoluzionari
e trasformatori, considera e utilizza dialetticamente l'esperienza accumulata
dal movimento comunista internazionale;
- applica con fermezza e coerenza i capisaldi dell'internazionalismo
proletario;
- garantisce l'unità organica della teoria e della prassi rivoluzionaria.
II
Il programma fondamentale del PCIM-L è di guidare
il proletariato industriale e agricolo - e le masse lavoratrici della
città e della campagna, soprattutto i contadini, da esso diretti
- alla conquista del potere politico:
- abbattendo il dominio della borghesia, privandola del potere politico,
strappandole gli strumenti del dominio;
- spezzando la macchina statale borghese, l'apparato burocratico, poliziesco
e militare dello Stato borghese e preparando il terreno per porre in
essere un nuovo e diverso apparato, quello dello Stato proletario;
- creando infine il nuovo Stato: la dittatura rivoluzionaria del proletariato
in una forma o nell'altra, allo scopo di realizzare gli obiettivi e
i compiti della rivoluzione proletaria, della costruzione del socialismo.
Poiché ogni particolare è inevitabilmente legato al generale,
ogni diversità presuppone l'identità, il periodo di transizione
dal capitalismo al socialismo in Italia, pur nella sua impronta originale,
prevede l'attuazione delle leggi del passaggio dal capitalismo al socialismo
proprie a tutti i paesi, e cioè:
- la soppressione della proprietà capitalistica e l'instaurazione
della proprietà sociale dei principali mezzi di produzione;
- la graduale trasformazione dell'agricoltura su basi socialiste;
- lo sviluppo pianificato dell'economia nazionale, volto alla costruzione
del socialismo e del comunismo, all'elevamento del livello di vita dei
lavoratori;
- l'attuazione di una rivoluzione socialista nel campo dell'ideologia
e della cultura, che comprenda la rieducazione della vecchia intellighenzia,
la formazione di una nuova intellighenzia proveniente dalle file del
proletariato, fedele al popolo lavoratore e alla causa del socialismo,
nonché un elevamento generale del livello culturale di tutto
il popolo;
- la liquidazione dell'oppressione nazionale e l'instaurazione dell'uguaglianza
di fatto, di una reale parità di diritti e di un'amicizia fraterna
fra i popoli;
- la difesa delle conquiste del socialismo dagli attacchi dei nemici
interni ed esterni;
- la solidarietà della classe operaia italiana con la classe
operaia di tutti gli altri paesi sulla base dei principi dell'internazionalismo
proletario.
Il PCIM-L ritiene che la soluzione di questi compiti sociali inerenti
al periodo di passaggio sarà impossibile senza un'accresciuta
lotta di classe contro le forze reazionarie che rappresentano il vecchio
sistema basato sullo sfruttamento. In questo periodo cambieranno solo
i compiti, le condizioni, le forme e i mezzi della lotta di classe.
Il grado di inasprimento della lotta dipenderà dalle circostanze
del momento, dalle condizioni concrete, dal grado di resistenza delle
classi rovesciate.
III
Parimenti, nella conquista del potere politico, il
grado di violenza rivoluzionaria dipenderà dal grado di resistenza
violenta delle classi sfruttatrici che hanno fatto il loro tempo e dalle
condizioni del momento, concrete, della lotta di classe. Quanto più
accanita sarà questa resistenza tanto più acutamente rispondenti
saranno le forme di lotta che il proletariato e le sue alleate forze
progressive si vedranno costretti ad applicare.
Il PCIM-L, in forza del marxismo-leninismo, riconosce indiscutibilmente
il ruolo progressivo della violenza rivoluzionaria nella storia, ma
il marxismo-leninismo non è affatto fautore della violenza ad
ogni costo. Il PCIM-L si batte per una nuova, diversa, profondamente
umana società. Esso ritiene che se in questa lotta si può
evitare la violenza, questa non deve essere impiegata. Per le forze
rivoluzionarie, la violenza non è un fine a se stesso, ma solo
un mezzo.
Del resto, l'imperialismo non genera forse la violenza su scala mostruosa?
Lo stesso Stato borghese non è forse un organo di violenza? In
realtà, la questione si pone in questi termini: che tipo di violenza
si ammette e si impiega, la violenza reazionaria o quella rivoluzionaria?
La borghesia imperialista ammette ed impiega incessantemente solo quella
propria, la violenza arcireazionaria per la spartizione del mercato
mondiale e le conquiste coloniali, ecc., ma per mezzo dei suoi ideologi
d'ogni genere essa si presenta come fautrice, per i propri lordi interessi
di classe, di "metodi umani che escludono la violenza": la
borghesia, quello stesso "terzo stato" che è andato
al potere con la violenza più belluina!
Il PCIM-L ritiene fondamentalmente, con fondata ragione, che il socialismo
possa affermarsi in Italia solo in modo rivoluzionario. Per conseguenza
esso combatte in pari tempo le 'tesi' dei revisionisti di destra e di
"sinistra". I primi, perché sostengono che il socialismo
possa nascere tranquillamente in seno al capitalismo (ma il socialismo
in seno al capitalismo non può sorgere per la semplice ragione
che il passaggio al socialismo presuppone la creazione di nuovi rapporti
sociali, radicalmente differenti); i secondi, perché sostituendo
al marxismo-leninismo la "teoria della violenza" volontaristica
e l'interpretazione militaristica del processo storico di passaggio
al socialismo, propugnano una rivoluzione socialista basata sull'esclusivo
ricorso alla forza delle armi rifiutando la via pacifica di sviluppo
della rivoluzione socialista. In realtà, la conquista del potere
politico da parte della classe operaia e dei suoi alleati può
avvenire in vari modi, ivi compreso quello pacifico, a seconda del rapporto
delle forze contrapposte del proletariato e della borghesia. In Italia,
a determinare la forma della dittatura del proletariato saranno le circostanze
storiche, le condizioni concrete, l'esperienza in campo politico della
classe operaia e delle altre forze rivoluzionarie e la profondità
della lotta di classe. In URSS, la forma della dittatura del proletariato
si chiamò "potere sovietico"; "potere della democrazia
popolare" negli altri paesi socialisti.
IV
Il PCIM-L, in forza della sua analisi concreta dell'odierna
struttura economica italiana e delle classi sociali oggi in Italia,
nonché delle presenti condizioni storiche concrete interne ed
internazionali, mette in primo piano, di volta in volta, in stretta
connessione con l'obiettivo strategico principale del proletariato,
quegli obiettivi intermedi di lotta, quelle formule organizzative, quell'azione
politica per legare al proletariato le opportune alleanze, ecc. che
meglio rispondono alle condizioni concrete della lotta di classe. Individuando,
nella catena degli avvenimenti, "quell'anello particolare aggrappandosi
al quale sarà possibile reggere tutta la catena", quell'obiettivo
parziale il cui raggiungimento prepara le condizioni e avvicina la soluzione
dei compiti strategici. Dunque, analisi delle circostanze storiche e
contingenti in tutti i loro aspetti e delle possibilità di azione
del proletariato di fronte ad esse; agitazione dei problemi e degli
obiettivi più impellenti e propaganda della linea del partito
con lo scopo di legare ad esso, attraverso la difesa e la lotta per
le loro rivendicazioni, le masse lavoratrici.
Il PCIM-L considera la lotta per le rivendicazioni immediate dei lavoratori
inscindibile dalla direzione dell'obiettivo primario del proletariato,
dalla sua prospettiva generale. La lotta per le rivendicazioni immediate
dipende ed è parte della strategia, nella misura in cui non si
svolge scollegatamente ed isolatamente, ma come lotta inserita nel contesto
strategico, che ne fissa i presupposti e le prospettive.
Il tatticismo è proprio dell'opportunismo, è l'espressione
più ripugnante della volontà di collaborazione con le
classi dominanti. Una concezione della tattica che la riduca in volgare
tatticismo significa, in pratica, una sopravvalutazione della necessità
di accettare dei compromessi in determinate condizioni e di adeguare
la strategia e la prospettiva di ampio respiro ai fatti del "giorno
per giorno" , alle circostanze quotidiane più infime, dimenticando
in tal modo la necessità della lotta per la realizzazione degli
obiettivi rivoluzionari.
Ma proprio questa è la "politica" - direttamente ereditata
dal defunto campione revisionista PCI - attuata dagli odierni revisionisti-opportunisti.
Scindere la tattica dalla strategia oppure negare la prima e tenere
in considerazione solo la seconda, come è tipico del dottrinarismo
e del dogmatismo, non significa affatto 'salvare' i princìpi,
ma anzi avere di essi una visione crassamente "idealistica",
astratta, proprio in quanto non se ne individuano i passi politici effettivi
che li concretizzano nelle diverse fasi storiche.
Svuotandola dei suoi contenuti tattici, la strategia viene privata di
significato. In altri termini, significa riprodurre di fatto quel distacco
fra obiettivo finale e pratica politica che fu tipico degli opportunisti-revisionisti
secondinternazionalisti.
V
All'opposto dei velleitari "rivoluzionaristi"
anarchici-trotskisti-bordighisti, piccolo-borghesi sedicenti "comunisti"
o astensionisti eroi della "sesta giornata", il PCIM-L è
fondatamente convinto che la lotta rivoluzionaria non possa essere considerata
come la lotta armata di un sol giorno o addirittura dell'ultim'ora,
ma deve essere una lotta capillare quotidiana vigorosamente preparatoria:
lotta politica, economica, ideologica e propagandistica anche - se sussistono
i presupposti e a determinate condizioni - sul terreno elettorale e
parlamentare.
Si badi: lotta sul terreno anche elettorale e parlamentare, non co-gestione
del sistema di sfruttamento ed esercizio virtuosistico del "cretinismo
parlamentare", tipica ambizione e condotta dell'opportunismo di
ieri (PCI) e di oggi ("PRC" e "PdCI" ). La fondamentale
differenza ideologica fra marxismo-leninismo e opportunismo è
inequivocabile: mentre il marxismo-leninismo attua la sua lotta politica
elettorale e parlamentare con fine rivoluzionario, l'opportunismo fa
di taluni benefici così ottenuti il suo scopo ultimo, stimando
possibile un graduale e pacifico passaggio dal regime capitalistico
al sistema socialistico per mezzo dell'azione parlamentare; mentre il
marxismo-leninismo considera il Parlamento borghese solo come mezzo
della sua lotta politica in regime capitalistico, da liquidare e sostituire
con nuovi e diversi organi nel momento della presa del potere, l'opportunismo
lo considera come organo definitivo, addirittura da rafforzare per meglio
far fronte alle nuove esigenze del diverso sistema sociale, evoluzionisticamente
raggiunto.
La dottrina della non partecipazione alla lotta parlamentare ha un nome
preciso: astensionismo. Essa rientra nell'armamentario anarchico e fu
storicamente sostenuta - negli anni successivi alla prima guerra mondiale
- dall'ala estremista "di sinistra" di alcuni partiti comunisti
(per l'Italia, i cosiddetti "bordighisti"). Tali errori furono
aspramente condannati da Lenin nella sua opera L’estremismo, malattia
infantile del comunismo (scritta nell'aprile-maggio 1920: le tesi fondamentali
e le conclusioni furono poste alla base delle decisioni del II Congresso
dell'Internazionale Comunista). In essa Lenin dimostra inconfutabilmente
che negli Stati capitalistici il parlamentarismo non è ancora,
"nella realtà obiettiva", superato "se milioni
e milioni di proletari non soltanto sono per il parlamentarismo in genere
ma sono addirittura controrivoluzionari". "La partecipazione
alle elezioni parlamentari - continua Lenin - e alla lotta dalla tribuna
parlamentare è obbligatoria per il partito del proletariato rivoluzionario;
precisamente al fine di educare gli strati arretrati della propria classe;
precisamente al fine di risvegliare e di illuminare le masse rurali,
non evolute, oppresse, ignoranti" (sottolineature di Lenin). E
questa lotta dalla tribuna parlamentare è indispensabile fin
quando i partiti comunisti rivoluzionari non siano “in grado di
sciogliere il parlamento borghese e le istituzioni reazionarie di ogni
altro tipo”. E se dei cosiddetti “capi” - i quali
vanno sperimentati "anche nell'agone parlamentare" - tradiscono
il loro compito, la critica non deve essere diretta "contro il
parlamentarismo o contro l'attività parlamentare, ma contro quei
capi che non sanno - e ancor più contro quelli che non vogliono
- sfruttare in modo rivoluzionario, comunista, le elezioni parlamentari
e la tribuna del Parlamento".
L'istituto parlamentare permette, in ogni caso, alle classi lavoratrici
di utilizzare nella lotta politica ed economica le possibilità
legali (le ben note "libertà democratiche"), mentre
ciò è impedito da un'aperta dittatura terroristica fascista.
Ma, al contrario dei neorevisionisti-opportunisti, il PCIM-L non semina
illusioni e inganni sulla vera finalità della "democrazia"
borghese: quella di servirsi del Parlamento come strumento della sua
dittatura di classe, come “una macchina per la soffocazione della
classe operaia da parte della borghesia, delle classi lavoratrici da
parte di un pugno di capitalisti” (Lenin).
Ugualmente per quanto riguarda le istituzioni municipali o comunali
della borghesia: anch'esse fanno parte del meccanismo di dominazione
della borghesia e vanno pertanto distrutte dal proletariato rivoluzionario
e sostituite dai Soviet dei deputati operai.
Ma anche in questa sede, se i marxisti-leninisti otterranno la maggioranza
nelle municipalità, non gestiranno certo il potere per conto
della borghesia, ma all'opposto: formeranno un'opposizione rivoluzionaria
nei confronti del potere centrale della borghesia; favoriranno con misure
economico-sociali la popolazione lavoratrice e in special modo quella
parte di essa più povera; denunzieranno in ogni occasione gli
ostacoli contrapposti dallo Stato borghese a ogni radicale riforma;
svilupperanno, su questa base, una indomabile propaganda rivoluzionaria,
senza temere lo scontro con il potere borghese. Il PCIM-L considera
la prassi, ogni azione dei marxisti-leninisti nelle municipalità,
come parte integrante dell'opera generale di disgregamento del sistema
capitalistico.
In forza dell'insegnamento, dell'esempio dei bolscevichi e della loro
azione - nella Duma dello zar, alla Conferenza democratica e al pre-parlamento
di Kerenskij, all'Assemblea costituente, nelle municipalità -,
il PCIM-L attribuisce all'azione parlamentare - consistente soprattutto
nell'usare la tribuna parlamentare a fini di agitazione rivoluzionaria,
denunziando le manovre dell'avversario di classe, raggruppando intorno
a certe idee le masse ancora irretite dalla "democrazia" borghese
- il posto che le compete nel sistema capitalistico, e cioè di
essere totalmente subordinata ai fini e ai compiti della lotta extraparlamentare
delle masse. |
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