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PROGRAMMA

DEL

PARTITO COMUNISTA ITALIANO

MARXISTA-LENINISTA


Presentazione

Il XX secolo ha segnato una svolta radicale nella storia universale, in quanto ha posto in essere le premesse materiali e sociali per la trasformazione rivoluzionaria della società. Il marxismo - espressione teorica di quell'epoca cruciale - contrassegnò la svolta rivoluzionaria nella storia del pensiero sociale, poiché scoprì le possibilità e i mezzi pratici per emancipare le classi lavoratrici dallo sfruttamento, liquidare il giogo nazionale ed eliminare i sanguinosi conflitti armati.
Marx ed Engels gettarono le basi della trasformazione rivoluzionaria del mondo, dimostrarono scientificamente la necessità e la possibilità effettiva di ricostruire sin dalle fondamenta le condizioni di sviluppo della civiltà umana e di tutta la vita sociale venutesi a creare nel corso dei millenni e che avevano fatto il loro tempo, di trasformarle secondo i capisaldi comunisti profondamente umani. Essi fornirono la chiave per risolvere le questioni pressanti di sviluppo sociale che, per dirla con Lenin, "erano già poste dal pensiero d'avanguardia de1l'umanità".
La forza vitale del marxismo, ovvero la sua immortalità, risiede nel fatto che il suo creatore basava saldamente le sue analisi e considerazioni sulla scienza, legando in modo indissolubile la teoria alla prassi rivoluzionaria, generalizzando le esperienze della lotta di classe del proletariato. Per Marx, la scienza era un'attiva forza motrice capace di rivoluzionare la produzione e la politica. In forza delle sue ricerche scientifiche e del suo metodo, "la politica da caos e inganno si trasformò in scienza" (Lenin).
Per il suo contenuto di classe, il marxismo è la teoria e la tattica del proletariato in lotta per la trasformazione rivoluzionaria, comunista, della società. In quanto scienza, la dottrina - filosofica, economica, sociale e politica - di Marx ed Engels argomenta sotto ogni aspetto la legittimità delle vie e delle forme del passaggio dal capitalismo al socialismo e al comunismo.
Le ragioni, le argomentazioni filosofiche di tale passaggio sono divenute possibili grazie al fatto che Marx ed Engels avevano arricchito il materialismo con la dialettica, vale a dire con la concezione materialistica della storia. I suoi capisaldi possono essere così sintetizzati:
- La necessità di una trasformazione sociale della società scaturisce ed è imposta dalla legge universale di sviluppo. Poiché nel mondo è in corso un ininterrotto processo di cambiamento, di trasformazione e sviluppo, anche le forme della vita sociale non possono, per conseguenza, rimanere stabili, 'fisse' e immutabili. Sicché non può continuare all'infinito, in eterno, il dominio delle classi sfruttatrici, l'arricchimento di un'infima minoranza a spese dell'immensa maggioranza della popolazione del pianeta. Come nella natura si verificano mutamenti delle specie animali e vegetali, delle strutture materiali, del pari nella storia si osservano il corso evolutivo, lo sviluppo e l'avvicendamento delle formazioni socio-economiche.

- L'applicazione della concezione materialistica della legge di sviluppo alla società non significa altro che, come alla base di tutti i fenomeni naturali vi sono cause materiali, così pure lo sviluppo delle formazioni socio-economiche è determinato da fattori materiali, in primo luogo dal grado di sviluppo delle forze produttive. Lo sviluppo delle forze produttive determina le forme dei rapporti sociali, e questi ultimi a loro volta determinano la natura dell'ordinamento politico, delle concezioni e delle idee umane. Nella società capitalista la crescita delle forze produttive comporta la concentrazione della proprietà nelle mani di un pugno di capitalisti, la concentrazione e la socializzazione della produzione. La natura sociale della produzione entra in collisione con la proprietà privata dei mezzi di produzione e, per naturale conseguenza, nella coscienza degli uomini sorge e s'impone la necessità di far passare i mezzi di produzione e la facoltà di disporne nelle mani di tutta la società.
Chiaramente il socialismo - o comunismo - scientifico non si fonda solo sulla concezione di avvicendamento naturale delle formazioni socio-economiche. Il cuore del problema, infatti, era quello di stabilire se era arrivato o meno il momento, se sussistevano o meno le condizioni materiali necessarie per la trasformazione del sistema sociale esistente. La risposta scientificamente fondata a questo quesito basilare della teoria e della pratica fu data dall'analisi marxiana dell'assetto economico del capitalismo.

Il materialismo storico e dialettico, la concezione materialistica della storia costituiscono i fondamenti teorico-scientifici del Programma del PCIM-L. In tale documento vengono ribaditi i capisaldi della concezione materialistica della storia, e cioè 1'inevitabilità storica della fine del sistema socio-economico del capitalismo, nonché la necessità oggettiva del passaggio a una nuova e diversa società, quella comunista, il ruolo storico-mondiale del proletariato come la classe che, secondo Lenin, costituisce "i1 motore intellettuale e morale, l'artefice fisico" dell'opera di trasformazione della società capitalistica in quella comunista.
Il Programma del PCM-L ribadisce, in particolare, che la soluzione dei compiti storico-mondiali della classe operaia pone il problema del ruolo dirigente della sua avanguardia: il partito rivoluzionario. La lotta rivoluzionaria della classe operaia diventa organizzata e cosciente soltanto ad opera del partito, che ne è il suo reparto d'avanguardia forte della teoria rivoluzionaria.
Il Programma del PCIM-L, in forza dell'analisi oggettiva marxista-leninista delle leggi di funzionamento e di sviluppo del capitalismo, ribadisce "la necessità dello sfruttamento in questo regime" (Lenin), ovvero denuncia e combatte qualunque tesi riformista circa la possibilità di superare i rapporti sociali antagonistici nell'ambito del capitalismo.
Le premesse economiche del socialismo vengono generate nell'ambito del sistema capitalistico. La concentrazione e la centralizzazione del capitale non è un "accidente", una "casualità" del sistema, ma una legge oggettiva di sviluppo del capitalismo che porta all'accentuazione del carattere sociale della produzione. In vero, la socializzazione capitalistica dei mezzi di produzione avviene sulla base della proprietà privata, attraverso la sua centralizzazione. Di qui il conflitto, inevitabile, tra il carattere sociale della produzione e la forma privata di appropriazione. Questa fondamentale contraddizione antagonistica è possibile risolverla soltanto in un modo: liquidando la proprietà privata dei mezzi di produzione, ovvero con la rivoluzione socialista.
Il Programma del PCIM-L si propone come suo compito primario quello di fornire al proletariato quella parola d'ordine autentica di lotta che, riflettendo la reale necessità storica, indica la via e i mezzi per realizzarla.
L'artefice del PCIM-L è la classe operaia, la sola classe storicamente e autenticamente progressista della nostra epoca. Ponendo in essere il suo vitale strumento, essa chiama nelle sue file i lavoratori combattivi, i contadini, i giovani proletari pensosi del loro futuro, gli intellettuali coscienti e tutti coloro che condividono pienamente le sue posizioni sociali e politiche e sono pronti a lottare per esse e a difenderle con tutti i mezzi.
In forza dei criteri marxisti-leninisti seguiti nella stesura dei documenti programmatici, il Programma del PCIM-L traccia un quadro oggettivo della realtà odierna, delle tendenze e delle leggi fondamentali del suo sviluppo, un'esposizione argomentata e inequivocabile degli obiettivi che il PCIM-L si pone ed al conseguimento dei quali chiama le masse.
Il Programma - fondamentale documento teorico e politico del PCIM-L - si fonda sulla teoria marxista-leninista, su un'analisi obiettiva dei processi in atto all'interno del paese e in campo mondiale, caratterizza in modo preciso gli indirizzi strategici del lavoro del PCIM-L. E' un programma che si caratterizza leninisticamente per la più elevata concretezza: la concretezza del pensiero politico. E' un programma di lotta le cui direttrici sono:

1) abbattere rivoluzionariamente il dominio del1a borghesia, privarla del potere politico, strapparle gli strumenti del dominio e far così piazza pulita in vista della dittatura del proletariato;

2) spezzare il suo "comitato d'affari", la macchina statale borghese, l'apparato burocratico, poliziesco e militare dello Stato degli sfruttatori borghesi e preparare il terreno per mandare ad effetto il nuovo e diverso apparato, quello dello Stato proletario;

3) Con la presa del potere nelle proprie mani, il proletariato porrà le fondamenta del proprio Stato: la dittatura rivoluzionaria del proletariato, se ne servirà per tradurre in realtà gli obiettivi e i compiti della rivoluzione proletaria, della costruzione del socialismo e poi del comunismo.


L'Ufficio politico del CC del PCIM-L


1. L’aggravarsi della crisi generale del capitalismo

Il capitalismo è una società priva di futuro, è un sistema storicamente condannato, e ciò emerge sempre più chiaramente. Nella storia dell'umanità il capitalismo è l'ultimo sistema fondato sullo sfruttamento. Dopo aver dato un vigoroso impulso allo sviluppo delle forze produttive, esso si è successivamente trasformato in un ostacolo sulla via del progresso sociale.
La traiettoria storica del capitalismo, il suo corso, è la traiettoria dell'aggravamento della sua contraddizione fondamentale, la contraddizione fra il carattere sociale della produzione e la forma privata capitalistica di appropriazione, dell'intensificazione dello sfruttamento della classe operaia e di tutti i lavoratori, del rincrudimento della lotta fra il lavoro e il capitale, fra sfruttati e sfruttatori, è il corso delle crisi economiche, dei sovvertimenti politico-sociali, delle guerre di conquista e dei conflitti, tutte cause di gravi sciagure per i lavoratori, per le masse lavoratrici e popolari.
Il capitalismo odierno è sostanzialmente diverso da quello dell'inizio del XX secolo. In un contesto di capitalismo monopolistico di Stato - fase contemporanea dell'imperialismo -, che unisce strettamente la forza del monopolio e dello Stato, la contraddizione tra le forze produttive aumentate in modo colossale e i rapporti di produzione capitalistici diventa sempre più acuta e stridente. Si aggrava l'instabilità interna dell'economia, che si manifesta nella decrescenza, nel rallentamento dei ritmi generali di crescita e nell'approfondirsi delle crisi cicliche e strutturali sempre più intrecciate. I deficit di bilancio e i debiti statali raggiungono cifre incalcolabili, la disoccupazione di massa e l'inflazione sono divenute una piaga cronica.
L'incessante rinvigorimento e rafforzamento dei grandi gruppi monopolistici, delle multinazionali, che ottengono profitti immensi sfruttando i lavoratori a livello mondiale, è un effetto diretto della concentrazione capitalistica e dell'internazionalizzazione della produzione. Le voraci e mai sazie multinazionali non solo attentano alla sovranità dei giovani Stati indipendenti, ma minano altresì gli interessi nazionali dei paesi capitalisti cosiddetti avanzati.
La borghesia monopolistica, l'oligarchia finanziaria compie continue manovre per non lasciarsi scalzare e per adattarsi alle mutate circostanze. Il suo "comitato d'affari", lo Stato capitalista, ridistribuisce - specialmente per mezzo del bilancio - una parte sostanziosa del reddito nazionale a favore del grosso capitale, cerca di asservire ai propri interessi le più recenti conquiste tecnico-scientifiche. Il vieto meccanismo dello sfruttamento si è 'rinnovato': è divenuto più complesso e sofisticato. Lauti profitti vengono ricavati dalle forze psico-fisiche e dalla professionalità dei lavoratori. Sempre più serrati e diretti si fanno gli attacchi dei monopoli e dello Stato borghese alle conquiste dei lavoratori e al loro livello di vita.
Nella società capitalista, diventano sempre più gravi le conseguenze sociali della rivoluzione tecnico-scientifica. "Rimessi in libertà" dai padroni, scacciati dalle fabbriche, milioni di lavoratori sono condannati alla dequalificazione professionale e a privazioni materiali. Milioni di giovani si dibattono in una situazione perennemente priva di sbocchi, non possono trovare un'adeguata - ma nemmeno 'inadeguata' - applicazione per le loro forze e le loro conoscenze. La disoccupazione di massa - con la prospettiva reale di un suo ulteriore aumento - permane con qualsiasi congiuntura economica.
Anche nel settore agrario dell'economia, i monopoli hanno conquistato ormai solide posizioni di dominio. La vita di milioni di contadini dipende interamente dalle oscillazioni del mercato e dall'arbitrio dei monopoli. Particolarmente grave la sorte dei contadini nelle ex-colonie e semicolonie. I piccoli e medi imprenditori cittadini, sfruttati dal grosso capitale, dipendono ormai non soltanto dalla rete finanziaria 'ufficiale', ma sempre più dalla parallela rete finanziaria degli usurai.
Milioni di esseri umani, non soltanto nei "paesi sottosviluppati", ma anche in quelli cosiddetti "sviluppati", vivono nell'estrema miseria, sono analfabeti, non hanno tetto e sono privi di assistenza medica. Si accentua ogni forma di razzismo e discriminazione nei confronti degli "extracomunitari" in genere; i diritti delle donne sono sempre più conculcati di fatto.
In ambito politico è propria dell'imperialismo la tendenza a rafforzare la reazione in ogni settore. Là dove i lavoratori, con una dura lotta di classe, sono riusciti a strappare determinati diritti democratici, il capitale monopolistico-statale conduce un attacco pervicace e, sempre più spesso, abilmente camuffato a tali diritti. Nei casi più ‘difficili’ o ‘pericolosi’, esso ricorre risolutamente al ricatto politico, alle repressioni, al terrore, alle azioni punitive. In campo politico il neofascismo - in "doppio petto" e apertamente squadristico -, ormai "sdoganato" dalla borghesia "democratica" e dai suoi ideologi in nome della presunta "democrazia compiuta", si insedia sempre più impunemente in ogni ganglio delle istituzioni "democratiche" borghesi. Laddove i soliti e ben collaudati metodi per reprimere i lavoratori non sortiscono l'effetto voluto, l'imperialismo insedia, appoggia e tutela regimi reazionari e tirannici per un'aperta repressione militare delle forze progressiste. Allo scopo di indebolire la solidarietà internazionale dei lavoratori, l'imperialismo fomenta e provoca apertamente, impunemente, lo sciovinismo, l'egoismo nazionale e il razzismo, il disprezzo per i diritti e gli interessi degli altri popoli e per il loro retaggio storico-culturale nazionale.
L'ideologia antiumanitaria del capitalismo, con il suo sfrenato culto dell'egoismo e dell'individualismo, della violenza e dell'arbitrio, l'anticomunismo come 'norma di vita', lo sfruttamento della cultura come fonte di lucro determinano una desolazione spirituale della società, portano ad una vera e propria degradazione morale di essa. Una società sempre più in balia della criminalità "organizzata" e del "terrorismo", generati e alimentati dall'imperialismo. Sempre più esiziale diventa il ruolo dei cosiddetti "mass-media" borghesi e della Chiesa, che manipolano la coscienza degli uomini nell'interesse della classe dominante.
All’interno del sistema capitalistico si sono formati tre centri principali di competizione interimperialistica: USA, Europa occidentale e Giappone. Fra essi si intensifica la lotta concorrenziale per i mercati di sbocco, le sfere d'impiego del capitale, le fonti di materie prime, per l'egemonia dei settori-chiave del progresso tecnico-scientifico. Oltre che nel bacino dell'Oceano Pacifico e in America Latina, si stanno creando nuovi centri economici e politici di competizione, soprattutto nella ex-URSS e nella ex-area socialista dell'Europa. Si aggravano le contraddizioni fra gli Stati borghesi. Le ambizioni egemoniche e la politica insaziabile dei monopoli nordamericani, pronti, per il loro tornaconto, a sacrificare gli interessi e la sicurezza di altri Stati, finanche di quelli alleati, suscitano sempre più allarme nel mondo.
L’imperialismo è responsabile non soltanto dell'incommensurabile e sempre crescente divario nel livello di sviluppo economico tra i paesi industriali del capitale e la maggioranza degli Stati di recente liberazione: è anche colpevole di genocidio e responsabile del permanere sulla terra di vastissime zone di fame, miseria, di molteplici malattie epidemiche. Esso oppone una feroce resistenza al progresso sociale, tenta di arrestare il corso della storia, di mettere in ginocchio i popoli anelanti al socialismo, di prendersi una rivincita sociale a livello planetario. Le potenze imperialistiche, d'amore e d'accordo con la comproprietaria Chiesa di Roma, cercano di coordinare i loro piani strategici economici, politici e ideologici, tentano di creare un fronte comune di lotta e di "ingerenza umanitaria" apocalittica perpetua contro tutto ciò che "non è democratico" secondo lo standard imperialistico, contro tutti i movimenti rivoluzionari e di liberazione.
In disprezzo della volontà dei popoli sovrani, l'imperialismo cerca di privarli del diritto di scegliere autonomamente la propria via di sviluppo, minaccia la loro sicurezza. Esso non vuole fare i conti con le realtà politiche del mondo moderno. E' questa la causa primaria del sorgere di conflitti e di imperialistiche "guerre tribali" in varie regioni del mondo.
Il centro della reazione mondiale è l'imperialismo USA. Proprio da questa cittadella della reazione mondiale proviene soprattutto la minaccia di guerra. Aspirando al dominio dell'intero pianeta, esso si arroga il diritto di fare e disfare in casa d'altri, di intervenire militarmente in ogni angolo della terra, dichiarando arbitrariamente interi continenti zona di "interessi vitali USA". L'ignobile politica di "ultimatum", di ricatti, di imposizione di rapporti ineguali agli altri Stati, di sostegno pieno e incondizionato ai regimi repressivi antipopolari, di discriminazione nei confronti dei paesi che non vanno a genio agli USA, disorganizza le relazioni politico-economiche interstatali, impedisce il loro normale sviluppo.
L'ennesima conferma della natura criminale dell'imperialismo è data dalla serrata proliferazione degli armamenti nucleari, di "scudo stellare", e di altro tipo. Tale produzione di morte garantisce ai monopoli profitti incalcolabili. Le sempre crescenti spese militari sono un vero e proprio peso morto sulle spalle dei lavoratori. Scomparsi i presunti "nemici di un tempo", il Complesso Militare-Industriale (i monopoli che producono armi, la casta dei generali, la burocrazia statale, l'apparato ideologico, la scienza militarizzata) e il potere imperialistico statale si sono prontamente fabbricati nuovi "nemici nel terzo e quarto mondo" - senza contare l'ultima creazione dell'imperialismo yankee ad opera di Bush il giovane: gli "avversari imprevedibili" - per continuare a ritmo serrato e per tutti i secoli dei secoli i loro strumenti di sterminio "difensivi". L'intensificazione della politica di avventurismo e di aggressione, il crescente pericolo di guerra, sono una chiara testimonianza della vacuità politica ed etico-sociale del sistema capitalistico.
L'imperialismo è il capitalismo putrefatto, è la vigilia della rivoluzione socialista. Nessuna falsa "fine del comunismo", nessuna "riforma" e nessuna manovra del capitalismo odierno può mistificare e annullare le sue leggi di sviluppo, men che meno può eliminare il forte, inconciliabile antagonismo fra lavoro e capitale, facendo uscire il sistema capitalistico storicamente condannato dalla situazione di crisi e di decomposizione generale. La dinamica dello sviluppo capitalistico è a tal punto immodificabile che ogni trovata del capitalismo per rafforzare le proprie posizioni portano inevitabilmente e irreparabilmente ad un aggravamento di tutte le sue contraddizioni.
La classe operaia è stata e resta la principale classe rivoluzionaria dell'epoca moderna. Nella società capitalistica essa è la forza opponente fondamentale che lotta strenuamente per la liquidazione del sistema di sfruttamento e l'edificazione di una nuova e diversa società.
Il corso stesso della vita conferma e riafferma il caposaldo marxista-leninista del rafforzamento del ruolo della classe operaia nella società. La sempre crescente applicazione della scienza nella produzione ne infoltisce e ne completa le file con lavoratori sommamente qualificati.
Nei paesi dell'Asia, dell'Africa, dell'America Latina e, purtroppo, dell'ex mondo socialista la classe operaia ha di fronte a sé compiti non facili. Ad essa si oppongono pervicacemente sia il capitale straniero che gli sfruttatori locali. Nella lotta la sua maturità politica e la sua capacità organizzativa si rinvigoriscono e si rafforzano.
I fieri partiti rivoluzionari marxisti-leninisti lottano incessantemente sia per gli obiettivi immediati della classe operaia che per quelli a lungo termine, per gli interessi di tutti i lavoratori e gli oppressi, per una vita profondamente umana, per il progresso sociale, per la liberazione nazionale dei popoli, per il disarmo e la pace. Essi sostengono e difendono con fermezza i diritti e le aspirazioni del popolo lavoratore; indicano con chiarezza le vie per uscire dal vicolo cieco della crisi generale della società borghese; offrono un'alternativa reale, concreta, al sistema basato sullo sfruttamento; danno risposte scientificamente fondate alle domande fondamentali del mondo odierno.
In vero, proprio i rivoluzionari comunisti, i partiti marxisti-leninisti sono gli interpreti più fedeli e i difensori più tenaci e risoluti degli interessi dei loro paesi.
La coerente politica di classe dei marxisti-leninisti, dei partiti rivoluzionari comunisti, non a caso è fatta oggetto di continui attacchi - oggi più di ieri - da parte dell'apparato politico-ideologico dell'imperialismo: un cumulo di menzogne e di calunnie si riversa quotidianamente su di essi; la discriminazione e la persecuzione dei comunisti rientrano ormai nella "dialettica delle cose" della "democrazia" del monarca Capitale, al pari della militarizzazione della società, della politica di aggressione e di guerra, della discriminazione razziale e nazionale, della sistematica violazione dei diritti "dell'uomo" e in particolare delle donne, del peggioramento della situazione dei lavoratori e delle giovani generazioni, della corruzione, dell'atteggiamento predatorio dei monopoli nei confronti dello sfruttamento delle risorse naturali e dell'ambiente... In pari tempo la borghesia monopolistica e le altre forze reazionarie non lesinano 'sostegni' a quelle forze e a quegli elementi all'interno del movimento operaio che si schierano contro la politica di classe, per la "riconciliazione sociale", la "pace sociale", la "politica responsabile", insomma per l'alleanza con la borghesia.
La politica neocolonialista dell'imperialismo e la lotta antimperialistica dei popoli e dei paesi per la loro indipendenza totale. La liquidazione del sistema coloniale dell'imperialismo, il sorgere di numerosi Stati autonomi dalle sue macerie è una incontestabile conquista storica delle rivoluzioni e dei movimenti di liberazione nazionale.
Ma l'imperialismo non si è mai rassegnato alla perdita delle 'sue' colonie. Attuando una politica di neocolonialismo, esso aspira a privare di contenuto la sovranità conquistata a caro prezzo dai giovani Stati. Esso aspira non soltanto a mantenere il controllo su di essi, ma addirittura a rafforzarlo. Esso cerca di attrarli non soltanto nell'orbita capitalistica, ma anche in quella militaristica, cerca di utilizzarli come una sorta di testa di ponte per la propria strategia aggressiva globale. Nel perseguire tali obiettivi, gli imperialisti ricorrono ai soliti e ben collaudati metodi: pressione militare, imposizione economica, appoggio alla reazione interna.
Oltre ad essere responsabile del passato coloniale e dell'arretratezza degli Stati di recente liberazione, l'imperialismo porta oggi anche la responsabilità delle difficoltà che questi paesi incontrano sul cammino del loro sviluppo economico, in quanto ne frena deliberatamente il processo di decolonizzazione economica.
In pari tempo, però, cresce anche la resistenza dei popoli di questi paesi ad una politica di rapina e banditismo. Essi continuano con sempre maggiore forza a lottare contro il neocolonialismo e la borghesia locale sua complice, contro l'ingerenza nei loro affari interni, contro il razzismo e l’apartheid.
Nel campo del1'informazione e della comunicazione siamo ormai al “sistema globale”. Il sistema, integrato a livello planetario, è costituito da una rete mondiale di cui i singoli apparati nazionali rappresentano i momenti semiautonomi di decentramento funzionale. La rete globale dell'informazione è controllata dagli oligopoli internazionali, soprattutto americani: ATT, ITT, IBM, General Electric, Westinghouse, ecc., oltre alle quattro corporations radiotelevisive - ABC, CBS, NBC, CNN - e alle agenzie di stampa UPI e AP (con l'inglese Reuters e la francese France-Press), costituiscono il nucleo centrale della rete multinazionale di controllo dell'informazione e delle relative tecnologie. Le stesse multinazionali europee e giapponesi sono spesso subordinate o integrate alla "rete americana".
Gli sfruttatori capitalisti applicano su vasta scala il modello del network e della "simbiosi informativa" (la dialettica centro-periferia e pluralismo-monopolio è la base fondamentale della strategia del networking, strategia già pienamente approntata alla fine degli anni ‘20 negli USA e via via estesa ai diversi settori della comunicazione e in altri paesi). La dialettica fra poteri formalmente decentrati e poteri centralizzati è uno dei princìpi basilari della 'scienza' del controllo capitalistico. Proprio qui risiede la base materiale dell'ideologia del cosiddetto "pluralismo" e della "libertà d'espressione". Il "pluralismo" riflette il grado di autonomia relativa delle diverse frazioni oligarchico-finanziarie, il loro gioco di alleanze e di scontri, mentre concede spazi subordinati al movimento operaio, assicurandone l'armonizzazione nell'ambito del sistema. In tal modo la cosiddetta "libertà d'espressione" ne esce ideologicamente rafforzata, mentre il "sistema globale", ovvero la rete globale garantisce che i flussi informativi basilari vengano canalizzati nella direzione voluta dalle frazioni oligarchico-finanziarie.
Nell'industria mondiale dell'informazione si sono verificati due mutamenti fondamentali: l) la formazione di concentrazioni 'verticali' che raggruppano tutte le fasi e i settori del ciclo informativo (editoria, audiovisivi, distribuzione commerciale, telecomunicazioni, ecc.); 2) la formazione di un mercato internazionale dell'informazione, in cui agiscono oligopoli multinazionali che vedono nelle radiotelevisioni di Stato un ostacolo agli sbocchi commerciali e alla integrazione dei mercati nazionali.
D'altra parte, gli organismi radiotelevisivi pubblici costituiscono, nell'odierna società capitalistica, il primo esempio di informazione di Stato. La pretesa da molti coltivata - non ultimi i neorevisionisti - che il servizio pubblico si ponga "super partes", cioè al di là e al di sopra delle parti, ovvero delle classi sociali, è una pretesa mistica, analoga a quella dello Stato hegeliano di cui si faceva beffe Marx.
Con la cosiddetta "libertà d'antenna", cioè la radiotelevisione commerciale, si è materializzata la prima forma di comunicazione di massa dipendente quasi esclusivamente dalla pubblicità. Forma originale di manipolazione e di controllo delle relazioni fra "sistema mercato" e "sistema informazione", la pubblicità crea una profonda interazione fra produzione di merci e produzione di informazioni, ponendole in pari tempo sotto il controllo dei gruppi oligopolistici dominanti.

1.1. A livello mondiale, si è ulteriormente approfondito il divario tra i cosiddetti "paesi ricchi del Nord" e quelli "sottosviluppati del Sud". L'accumulo di miseria umana, l'impoverimento relativo (in molti casi assoluto) dei paesi più "arretrati" ovvero depredati, in particolare quelli del Sud del mondo dove vive la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, è in costante aumento grazie anche agli "aiuti" degli imperialisti e dei loro strumenti ‘istituzionali’ di sfruttamento, primi fra tutti il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e il World Trade Organization (WTO ex-GATT).
A causa della vecchia e nuova depredazione da parte dell'imperialismo e dei suoi sostenitori locali, ancora oggi, secondo dati ufficiali dell'ONU, più di un miliardo e mezzo di esseri umani vive in assoluta povertà, circa un miliardo di adulti non sanno né leggere né scrivere, due miliardi circa di esseri umani non possono usufruire dell' acqua potabile, 160 milioni e più di persone sono senza alloggio, più di un miliardo soffrono la fame, 170 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni sono sottoalimentati, e ogni anno, più di 15 milioni di bambini muoiono prima di aver raggiunto il quinto anno di età. In molti paesi dell'Africa e dell'America Latina, gli ultimi anni "alle soglie del terzo millennio" hanno segnato un regresso generale.
Grazie all'imperialismo le spese militari nel "terzo mondo" sono aumentate nel corso degli ultimi trenta anni con una rapidità tre volte superiore rispetto a quella - ma più sofisticata - dei cosiddetti "paesi sviluppati". Nel complesso, i "paesi in via di sviluppo" stanziano più risorse per le spese militari di quanto facciano per l'istruzione e la sanità. In molti "paesi in via di sviluppo", le odierne spese militari - mercanzia bellica made in Occidente - sono di 2/3 volte superiori alle spese per l'istruzione e la sanità. Il "terzo mondo" conta un numero di soldati otto volte superiore a quello dei medici.
Il debito dei PvS (paesi in via di sviluppo), ad onta della propaganda degli imperialismi cosiddetta "dell'azzeramento in parte", continua a crescere inesorabilmente, e con esso, i miliardi e miliardi di dollari erogati ai vari imperialismi per il "servizio".
La contraddizione "Nord-Sud" si conferma dunque come la caratteristica centrale della nostra epoca.

1.2. Nei paesi capitalistici cosiddetti sviluppati è in atto una trasformazione involutiva degli assetti economici e sociali. Aumento della disoccupazione (più di 40 milioni di disoccupati nei soli paesi dell'OCSE), lavoro "flessibile", "interinale", "part-time", ecc., insomma l'incertezza eretta a sistema, incessanti attacchi alle conquiste e alla previdenza sociali, minacce e intimidazioni nei confronti dei lavoratori affinché non facciano resistenza al completo smantellamento dello stato sociale e alla riduzione del salario per "far uscire il paese dalla crisi" e "per entrare in Europa" e "per rimanerci", sicurezza sul lavoro inesistente ma onnipresente sulla carta, crisi di sovrapproduzione e strutturali, riorganizzazione in senso antipopolare, autoritario e decisamente fascista del potere e dei vari sottopoteri, "misure" senza mezze misure volte alla "riduzione del debito pubblico" perenne scaricate sui lavoratori e le loro famiglie e le fasce più deboli della popolazione, che vedono un peggioramento complessivo delle loro condizioni di vita, stangate su stangate, prelievi su prelievi, drastica riduzione dei diritti dei lavoratori, leggi antisciopero, "gabbie salariali", smantellamento della sanità e della scuola pubbliche, "privatizzazioni" (il record va all'Italia), e via elencando: queste le 'delizie' della speciosa "società del benessere".
Diventa sempre più chiaro che, più i monopoli avanzano, più le contraddizioni si inaspriscono. I monopoli, l'oligarchia finanziaria e il sistema del capitalismo monopolistico di Stato che tutela i loro interessi hanno iniziato su vasta scala un'offensiva senza precedenti contro le conquiste sociali dei lavoratori dei paesi capitalistici.
Si tratta di un'offensiva aperta, a tutto campo, del grande capitale contro i lavoratori. Criticando aspramente il capitale monopolistico di Stato, i monopoli e il loro attuale "personale politico" omogeneo cosiddetto "di destra", "di centro", "di sinistra" e variamente combinato, cercano di "riformarlo", da buoni reazionari, sul modello vecchio, argomentando la propria pratica con le esplosioni reali delle contraddizioni economiche della società borghese: il calo della produttività del lavoro, la diminuzione della concorrenzialità delle merci, la necessità di frenare le ondate inflazionistiche e lo strapotere della burocrazia statale, ecc.
Di qui, in particolare, l'odio viscerale dei neoconservatori o arcireazionari per tutto ciò che è "statale", le imposte sul reddito, le spese per la previdenza sociale, gli stanziamenti per la protezione dell'ambiente, la creazione di posti di lavoro, le indennità di disoccupazione, la "pianificazione" indicativa e le varie forme di controllo sociale/statale, ecc. E' nata cosi la non nuova idea di "estromettere lo Stato", di ridurre il suo potere di regolamentazione della vita economica e di scatenare le liberisticamente selvagge "forze spontanee della concorrenza". In campo teorico quest'idea ha preso corpo nella lotta contro il keynesianismo, nella contrapposizione ad esso del monetarismo e del modello dell'economia ultratriviale “dell'offerta”; in pratica essa si è materializzata in una politica economica il cui obiettivo principale consiste nell'attuare il progetto reazionario di re-industrializzazione a spese dei lavoratori.

l.3. Il capitalismo contemporaneo delinea nuovi tratti caratteristici del suo sviluppo imperialistico.
Si tratta sostanzialmente dell'enorme crescita della potenza delle corporazioni multinazionali, del notevole ampliamento delle sfere della loro attività. Esse si trasformano in associazioni plurisettoriali che operano attivamente nei vari settori dell'industria, dell'agricoltura, dei trasporti, del commercio interno ed estero, nei servizi, ecc.
L'espansionismo sempre più rapido dei monopoli industriali ha dato un forte impulso alla crescita dell'attività bancaria internazionale, e lo conferma l'ampliamento stesso dell'attività internazionale delle più importanti banche dei paesi capitalistici.
L'accresciuta forza dei monopoli industriali e bancari internazionali, le modifiche qualitative nella loro organizzazione hanno contribuito ad un più stretto intrecciarsi del capitale bancario e industriale su base internazionale.
Il livello raggiunto dal tasso di concentrazione dei monopoli industriali internazionali, l'internazionalizzazione dell'attività bancaria, la crescente integrazione e l'intrecciarsi dei monopoli industriali e bancari internazionali sono la chiara testimonianza di un salto di qualità della monopolizzazione a livello mondiale.
Tratti fondamentali di questo capitale finanziario sono: a) una nuova struttura organizzativa la cui base è costituita dai gruppi finanziari composti di consorzi internazionali diversificati e gruppi bancari internazionali strettamente legati tra loro; b) il crescente cosmopolitismo non soltanto negli indirizzi di attività dei raggruppamenti finanziario-oligarchici internazionali che stringono nella loro morsa tutto il mondo capitalistico, ma altresì nella struttura della proprietà monopolistica; c) un livello qualitativamente nuovo del dominio dell'oligarchia finanziaria nella vita della società capitalistica.
Presentemente, nell'economia capitalistica mondiale le posizioni dominanti appartengono a un gruppo estremamente ristretto - poche decine - di gigantesche unioni finanziario-monopolistiche internazionali: un cosìddetto "nucleo dirigente" in cui il ruolo principale è svolto dai rappresentanti di un solo migliaio di famiglie.
L'espansione dei monopoli multinazionali si traduce sempre più in un potenziamento della reazione - interna ed esterna - economica e politica. A livello internazionale si traduce nella formazione di organismi con funzioni "istituzionali" ed esecutive di natura sovranazionale (regolazione economico-finanziaria, intervento militare coordinato, sostegno alla competizione con altre aree, dominazione dei paesi dipendenti).
Strumenti 'pacifici' dell'aggiogamento e del dominio sono anzitutto il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e la BERS (“Banca europea di ricostruzione e sviluppo”: quote di essa sono detenute tra gli altri, da USA e Giappone), che vincolano i loro "prestiti" all'accettazione di precisi "piani" politico-economici miranti allo smantellamento del settore pubblico e a ridurre l’autonomia nazionale dei Paesi contraenti; la NATO e la UEO sul piano militare, da sempre predisposte ad ogni "pronto intervento" per ogni luogo ove vengano minacciati gli "interessi vitali" della dominazione imperialista; il loro periodico conciliabolo, definito "G-8" (e via di seguito), Russia inclusa, come struttura intercapitalistica di coordinamento e di mediazione di tutto il sistema.
I rapporti tra gli imperialismi riguardano in pari tempo sia la base economica che la sovrastruttura statale. Una manifestazione immediatamente visibile è costituita dall'unificazione dei mercati tra un certo numero di Stati imperialisti (UE, APEC, ecc.). In questo modo i monopoli creano le condizioni di mercato rispondenti alle esigenze della produzione di massa. Tuttavia l'integrazione non si limita a questo fenomeno. Odiernamente per i monopoli la concentrazione e la centralizzazione transnazionali del capitale sono una condizione per la realizzazione di un plusvalore differenziale, e nel lungo periodo sono una necessità assoluta per la salvaguardia del profitto. Ne deriva una tendenza ad eliminare gli ostacoli che frenano la concentrazione e la centralizzazione transnazionali del capitale, e ad armonizzare le politiche degli Stati in materia fiscale, monetaria, ecc. Nelle condizioni di capitalismo monopolistico di Stato, però, questa tendenza risulta contraddittoria. Con l'acutizzazione della concorrenza interimperialistica, i monopoli utilizzano contro i loro rivali la specificità delle situazioni nazionali e gli aiuti che ricevono dagli Stati. Il movimento contraddittorio dell'integrazione imperialista si spiega anche con la politicizzazione della concorrenza. Siffatta integrazione dà luogo, inevitabilmente, a tutta una serie di crisi.
Il carattere transnazionale del capitale, l'internazionalizzazione della produzione aggravano la tendenza classica allo sviluppo ineguale degli imperialismi rilevata da Lenin.
L'esempio più tipico delle forme di integrazione imperialista è rappresentato dalla "Unione Europea". L'UE già CEE non ha perso in nulla i suoi tratti originari: alleanza contro il socialismo all'estero e contro il movimento operaio all'interno. Uno degli obiettivi fondamentali dell' autorità sovranazionale creata con il "trattato di Roma" (marzo 1957) era appunto quello di ostacolare lo sviluppo del movimento delle masse per la democrazia e il socialismo, che poteva condurre in questo o in quel paese ad una rivoluzione sociale.
I fautori borghesi e social-riformisti del "mercato comune" già a suo tempo presentarono un quadro idilliaco dei vantaggi "sociali" che sarebbero derivati dall'integrazione europea. I fatti dimostrano però che il "mercato comune" è stato sempre dominato dagli interessi dei monopoli. Prendendo a pretesto la "sempre maggiore concorrenza", i monopoli hanno incessantemente tentato di rimettere in discussione le conquiste sociali dei lavoratori, di intensificare i ritmi di lavoro, di rifiutare gli aumenti salariali, ecc.
La concentrazione economica, accelerata dal processo di integrazione, si ripercuote in modo esiziale sugli strati non monopolistici dei paesi della UE. A farne le spese sono soprattutto i ceti medi, gli artigiani, i commercianti indipendenti e i piccoli e medi contadini. La politica agricola europea tende ad abbassare i prezzi agricoli, a dimezzare il numero degli agricoltori della UE e a mettere fuori produzione vaste estensioni di terreno agricolo.
Queste "misure" smisurate puntano - per dirla con gli stessi euroburocrati - a "rendere concorrenziale” l' agricoltura "europea" nel quadro di un'integrazione destinata ad aprirsi sempre più al mercato mondiale.
In forza delle numerose forme di finanziamento pubblico, il mercato capitalistico mondiale dei prodotti agricoli è sottoposto, nei fatti, ad un vero e proprio dumping (vendita di un prodotto a prezzi più bassi sui mercati esteri che su quello interno o addirittura al di sotto del prezzo di costo al fine di guadagnare quote di mercato ed eliminare concorrenti) generale. Una politica come quella applicata dalla UE non soltanto tende ad eliminare milioni di agricoltori, ma provoca altresì massicce riduzioni di alcune produzioni agricole divenute "non redditizie".
In pari tempo, la concentrazione regionale ineguale delle attività industriali all'interno della UE, favorita anch'essa dal processo di integrazione, tende ad aggravare la sottoindustrializzazione delle zone periferiche, come ad esempio il Sud del nostro paese.
La ratifica da parte dell'Italia del Trattato sull'Unione Europea o "Trattato di Maastricht", col voto favorevole dell'allora "PDS" e il no di facciata dello statalborghese "Partito della Rifondazione comunista", significa essersi impegnati a rispettare - pena vere e proprie sanzioni - i ferrei "vincoli di Maastricht" , i quali prevedono per le masse lavoratrici solo "lacrime e sangue" all'infinito. Da Maastricht è venuta l'ennesima conferma di un'Europa nemica dei popoli, di un'Europa dei monopoli e dell'oligarchia finanziaria, di una Unione Europea sempre più autorizzata a dettare legge nel nostro paese a spese delle masse popolari e lavoratrici. Proprio queste ultime sono e saranno sempre più le vittime del "grande mercato unico" e della sua logica liberticida, antipopolare e disumana, della politica estera e militare foriera di nuove guerre commerciali - e non solo tali - che mina il principio stesso della pace e della sovranità nazionale di popoli e paesi.
Di fatto, tutta l'architettura, le istituzioni dell'UE sono a misura dei monopoli, dell'oligarchia finanziaria, delle classi dominanti. La stessa struttura istituzionale della UE, del resto, è assai vicina a quella tipica dello Stato borghese con la sua triade di organi legislativi, esecutivi e giudiziari. Tutta la sua politica economica, monetaria e sociale, lo stesso "Trattato di Maastricht", con i suoi pesanti vincoli sui tassi d'inflazione, il debito pubblico e i tassi d'interesse, sono all'insegna del liberismo più sfrenato e vanno proprio all'opposto della tanto sbandierata "promozione dei diritti sociali dei lavoratori", della “tutela dell' occupazione”, della riduzione del divario tra "paesi ricchi e paesi poveri". Tutto ciò in un contesto dove si registrano più di 23 milioni di disoccupati e oltre 50 milioni di persone (oltre 16 milioni di nuclei familiari, più del 15% della popolazione UE) che vivono nell'estrema povertà.
Per l'Europa dei popoli e socialista. Il PCIM-L è favorevole ad una Europa senza più barriere, siano esse fisiche o economiche, ad una effettiva unione economica che avvicini i popoli europei, facendo godere alla collettività e non ad un infimo numero di sfruttatori capitalisti i frutti di tale unione. Da sempre ci battiamo per un'Europa dei popoli, ma ciò è impossibile finché esisterà l'unione di Stati capitalistici e imperialistici europei. Privi di mezzi di produzione e di scambio, privi di capitali, privi delle leve del potere politico i popoli europei non possono incidere in nessun modo e maniera su quanto viene fatto in Europa sul piano politico, economico, istituzionale e militare. La stessa vicenda dell'approvazione e della ratifica del "Trattato di Maastricht" dimostra eloquentemente come tutto avvenga a loro insaputa e danno, senza avere voce in capitolo se non "dopo la festa", a giochi fatti, per avallarlo plebiscitariamente.
Affinché l'Europa sia effettivamente dei popoli è necessario liquidare il sistema monopolistico-statale. Lottare, in definitiva, per una nuova società, per il socialismo, perché solo con esso il proletariato andrà al potere e il popolo lavoratore potrà finalmente godere dei frutti del proprio lavoro e decidere conformemente ai propri interessi.

1.4. I monopoli sfruttano oggi le risorse di manodopera di molti paesi. Limitarsi alla "raccolta di pomodori" o ai "collaboratori domestici" è, più che limitativo, fuorviante. Per la sua ampiezza e le sue dimensioni caratteristiche, l'immigrazione esercita un ruolo non secondario nelle attuali forme dello sfruttamento capitalistico in tutte le grandi potenze imperialistiche. In pochi anni, l'immigrazione "spontanea" (clandestina) ha assunto dimensioni incalcolabili.
Gli immigrati, gli "extracomunitari" debbono sottostare a condizioni particolari di impiego e non godono dei diritti politici e sindacali di cui usufruiscono i lavoratori del "paese ospite". Anche il diritto comune che viene applicato nei loro confronti include norme diverse (divieto di certe professioni, espulsione immediata, ecc.). Poiché per ottenere il diritto di soggiorno per le immigrazioni clandestine occorre esibire un contratto di lavoro, il capitale può imporre a piacimento le proprie condizioni ai lavoratori stranieri. Nei settori industriali esiste una stretta correlazione tra il numero degli immigrati, i bassi salari e la durata del lavoro.
Al di là della propaganda 'filantropica' cristiano-borghese o, all'inverso, delle continue geremiadi piccolo-borghesi sul "problema dell'immigrazione", l'immigrazione presenta in realtà non pochi vantaggi per gli sfruttatori, monopolisti in testa, combinando l'aumento numerico dei lavoratori sfruttati con l'elevamento del saggio di plusvalore imposto all'intera classe operaia. In presenza di una crisi congiunturale, ad esempio, gli immigrati servono da 'ammortizzatori' della disoccupazione e vengono rispediti nel loro paese d'origine. Nessuna indennità da versare, nessun "elevamento" del tasso di disoccupazione: e il capitale fa "due affari in una volta". Dulcis in fundo, il padronato cerca di trarre ulteriore vantaggio dalla presenza di manodopera immigrata per fomentare la divisione dei lavoratori, conducendo una infame campagna xenofoba e razzista. In pratica il capitale monopolistico cerca di assicurarsi una forza-lavoro a buon mercato e, in subordine, di inasprire la concorrenza sul "mercato del lavoro" mettendo gli operai 'propri' contro gli "extracomunitari" per spezzare l'unità della classe operaia. Il senso delle campagne xenofobe accompagnate da minacce e intimidazioni contro i lavoratori immigrati è chiarissimo: perpetuare il sistema di supersfruttamento di questa manodopera cercando di dividere la classe operaia per assoggettarla più agevolmente al potere del capitale monopolistico.

1.5. Il termine "globalizzazione" è la versione volgarizzata del più preciso termine finanziario "global market"; i primi riferimenti sono degli anni '80. Il famigerato FMI così la definisce: "Crescente integrazione delle economie mondiali attraverso il commercio e i flussi finanziari".
La lotta contro l'imperialismo, affermava Lenin, "se non è indissolubilmente legata con la lotta contro l'opportunismo, è una frase vuota e falsa". E tale è oggi la "lotta alla globalizzazione": una tipica "frase vuota e falsa". Il fenomeno apparentemente recente cosiddetto "globalizzazione", in realtà, altro non è se non il processo di espansione in lungo e in largo del mercato mondiale che ha contraddistinto i decenni del dopoguerra. Un processo di continuo dispiegamento capitalistico e di intensificata lotta interimperialistica che ad iniziare dalla seconda metà degli anni '70 ha visto combattersi con strumenti tipicamente liberisti i maggiori Stati imperialistici.
L'odierno movimento - "No global" - "antiglobalizzazione", come i precedenti movimenti antimperialisti, è sorto e si è dispiegato in seno ai paesi imperialisti - specialmente negli USA - che predominano nel campo dell'economia e della finanza mondiale. Anche nei paesi maggiormente saccheggiati dall'imperialismo - in Africa, Asia e in America Latina - i vari movimenti antimperialisti sono da sempre attivi, ma la loro battaglia non trova posto nei cosiddetti mass-media imperialisti.
L'odierno movimento "antiglobalizzazione" occidentale nasce come risposta diretta al.processo di "globalizzazione" in atto nel mondo intero allo scopo di contrastarne gli effetti - sociali, economici, ambientali - devastanti prodotti praticamente dall'abbattimento delle barriere doganali e tariffarie, dalla liberalizzazione dei mercati, dalla impetuosa circolazione dei capitali su scala mondiale, dalla formazione di un "unico mercato" imperialista. Siffatto processo di "globalizzazione", il cui sviluppo proprio perché incontrastato dopo la proditoria dissoluzione dell'URSS è stato subitaneo con urto violento e di rapido effetto, ha infatti originato nel mondo ancor più fame e miseria, ultrasfruttamento di risorse altrui e di forza-lavoro, maggiore disoccupazione, oppressione, guerre, prostituzione, emigrazione di massa, nuove e sempre più profonde disuguaglianze socio-economiche tra Stati ricchi e quelli poveri, tra classi dominanti sfruttatrici e quelle oppresse e sfruttate...
Lo spontaneismo che caratterizza il movimento "antiglobalizzazione" riflette allo stesso tempo la sua composizione eterogenea ed eclettica e la sua origine borghese e piccolo-borghese: movimenti per i diritti civili, cenacoli "filantropici", ambientalisti, animalisti, ecopacifisti, "nonviolenti", femministe, associazioni di volontariato, culturali e ricreative, una miriade di associazioni cattolico-missionarie, neorevisionisti-neoriformisti, anarchici, trotskisti, e simili, che unitamente ai vari "teorici" professori universitari di economia, filosofia, antropologia e di altre "scienze sociali" borghesi, formano le univoche "varie anime" del movimento. In questo coacervo è difficile individuare un'unica direzione, in quanto ogni "anima" risponde e si muove in base alle direttive dei propri rappresentanti. In generale si può tuttavia dire con certezza che la direzione ovvero l'orientamento del movimento - dal punto di vista di classe, sociale, politico e culturale - è in mano alla media e piccola borghesia.
Per tale ragione, pur rappresentando una indubbia - dal punto di vista oggettivo - forza opponente antimperialista, il movimento “antiglobalizzazione” è essenzialmente - dal punto di vista soggettivo - inconseguente, incoerente, discordante e decisamente contraddittorio: anziché lottare contro le cause sociali profonde della "globalizzazione", esso si limita a scalfire gli effetti, per esempio, in azioni concrete, prendendo di mira solo talune multinazionali, determinati simboli o marchi, attuando il boicottaggio di certe merci e il sabotaggio di specifiche produzioni (come gli Ogm, organismi geneticamente modificati), prendendo d'assalto i “Mc Donalds” e qualche agenzia di caporalato "interinale", ricorrendo ai tribunali e alla disobbedienza civile, e altre simili forme di "protesta" ben assorbite dal sistema. D'ordinario, infatti, la legalità borghese è fuori discussione.
Non meno contraddittorio, poi, il fatto che la "globalizzazione" viene fatta coincidere con il solo imperialismo USA, ignorando la lotta tra le varie potenze imperialiste e non facendo menzione del processo di formazione di una potenza europea.
Privo, a causa della sua connotazione di classe, di una visione "globale" dell'imperialismo e della conseguente consapevolezza, il movimento "antiglobalizzazione" è quindi in balia dello spontaneismo proprio in quanto incapace di approntare una strategia, una politica e una pratica conseguentemente e compiutamente antimperialista: un compito che solo una linea e una direzione proletaria rivoluzionaria possono assolvere. Il problema non solo antidialettico ma politico del movimento "No global" è difatti quello solito di proudhoniana memoria: conservare il “lato buono” dell'imperialismo eliminando quello "cattivo". Ma è noto che è proprio il "lato cattivo", cioè "l'inconveniente" dell'imperialismo, della società, a produrre il movimento che fa la storia, determinando la lotta: è esso che, alla fine, ottiene il sopravvento.
Risulta chiaro quindi che i marxisti-leninisti non possono convenire con l'analisi-strategia dell'odierna direzione del movimento "antiglobalizzazione". Ma ciò non costituisce affatto un impedimento alla nostra partecipazione allo scopo di portare in tale movimento la nostra linea tattica e strategica, la linea proletaria marxista-leninista. Di più: se si considera che il rapporto di forze all'interno di tale movimento è palesemente sfavorevole al proletariato, la nostra partecipazione ad esso è duplicemente imposta.
C'è appena bisogno di aggiungere che l'obiettivo concreto che ci prefiggiamo - far maturare soggettivamente le forze "antiglobalizzazione" attraverso contraddizioni e confronti e imprimere al movimento una direzione conseguentemente e compiutamente antimperialista - ribadisce l'esigenza di un forte e autorevole partito rivoluzionario marxista-leninista.
Superfluo aggiungere, infine, che nel periodo di riflusso solo il partito rivoluzionario - politicamente omogeneo e organizzativamente temprato in senso bolscevico - è in grado, tra l'altro, di resistere alla demoralizzazione e allo sbandamento, di continuare la lotta con più vigore e ad un livello di consapevolezza ulteriore, di eludere le insidie del neorevisionismo o dell'avventurismo estremistico piccolo-borghese, di riarmare ideologicamente le masse.

1.6. Ciò che è fallito con la proditoria dissoluzione dell'URSS non è il “comunismo”, ma il bieco opportunismo. Le ragioni che hanno portato alla restaurazione del capitalismo nella ex Unione Sovietica e nell'Est europeo (e a suo tempo, con effetti meno dirompenti ma sempre tragici, in Cina) sono tutte riconducibili ad un unico 'principio', e cioè al ruolo e alla funzione controrivoluzionaria dei revisionisti: “per gli opportunisti socialismo significa coltivare ed arricchire la borghesia” (Stalin).
La Rivoluzione Socialista d'Ottobre non fu determinata dalle sole contraddizioni caratteristiche della Russia, ma del mondo intero nell'epoca dell'imperialismo e della crisi generale del capitalismo. Essa anticipò una serie di processi comuni a tutti i paesi che realizzano il passaggio dal capitalismo al socialismo, confermando pienamente con ciò la validità piena della teoria marxista della rivoluzione proletaria.
La Grande Rivoluzione non ha soltanto dimostrato chiaramente il grande ruolo del partito della classe operaia, ma ha inferto in pari tempo un colpo mortale alle varie teorie anarchiche, revisioniste, opportuniste che negavano la teoria marxista-leninista dei problemi fondamentali della rivoluzione socialista e della dittatura del proletariato.
Incomparabile è stata la forza d'influenza che la Rivoluzione Socialista d'Ottobre ha avuto sul processo storico mondiale. Essa ha destato le masse lavoratrici di tutti i paesi, di tutti i continenti al movimento rivoluzionario, alla costruzione nel mondo di un nuovo, diverso e profondamente umano tipo di civiltà.
Il socialismo indicò la via della liberazione dell'umanità dall'inevitabilità del ripetersi delle sanguinose guerre imperialistiche. Il potere dei lavoratori non ha bisogno né delle conquiste violente del potere, né dei mercati privilegiati di rapina, né dell'aggressione comunque mascherata. Il sistema dei lavoratori - il socialismo - e la pace sono inscindibili. Non per caso la prima legge del Potere sovietico fu il "Decreto sulla pace" che espose i capisaldi della politica estera dei Soviet.
Per secoli e secoli i contadini avevano sognato la terra. Partiti borghesi e piccolo-borghesi promettevano ai contadini la loro liberazione dal giogo dei grandi proprietari fondiari. Solo il socialismo mantenne le sue promesse: consegnò la terra ai contadini. Il socialismo liquida la miseria nelle campagne, il pauperismo, l'attaccamento feudale alla piccola parcella, alla piccola proprietà della terra che condanna i contadini alla fame, ad un lavoro superiore alle forze. Il socialismo dà vita ad un lavoro libero sulla libera terra, fa dei contadini una classe co-protagonista, amica del proletariato.
Il socialismo risvegliò "tutto il mondo degli affamati e degli schiavi" dell'Oriente. I popoli del mondo asserviti ed oppressi da secoli, forti dell'esperienza dei popoli liberati dalla Russia compresero che l'imperialismo non era invincibile. I decreti del Potere sovietico sulla liquidazione del giogo nazionale, il riconoscimento del diritto all'autodecisione fino alla separazione e alla creazione delle repubbliche nazionali indipendenti, mostravano ai popoli sfruttati e oppressi la via della liberazione.
La classe operaia - per la prima volta nella storia del movimento operaio - ottenne la giornata delle 8 ore. Per anni e anni aveva avanzato questa rivendicazione, ma in nessun paese capitalistico era stata introdotta la legge sulla giornata lavorativa di 8 ore. Il socialismo stabilì il controllo operaio sulla produzione. Dopo nemmeno sei mesi dalla rivoluzione, gran parte degli stabilimenti e delle fabbriche, i trasporti passarono nelle mani dello Stato proletario.
Il socialismo ha liquidato tutti gli impedimenti sulla via dell'istruzione e l'ha messa a disposizione delle masse lavoratrici.
E' incontestabile: la Rivoluzione Socialista d'Ottobre costituisce l'evento sommamente umano, vitale, incomparabilmente più importante della nostra epoca. Essa ha radicalmente cambiato il corso della storia e tutto il volto del mondo. Il socialismo scaturito dalla rivoluzione del 1917 trasferì per la prima volta tutti i mezzi di produzione, tutte le molteplici ricchezze e risorse del paese al popolo lavoratore; pose fine allo sfruttamento secolare dell'uomo sull'uomo. Esso ha portato all'apparizione del primo Stato della classe operaia, che ha unito attorno a sé i lavoratori delle città e delle campagne. Ha posto fine all'oppressione nazionale, concedendo uguali diritti a tutte le nazioni e gruppi etnici senza eccezione, creando condizioni favorevoli per la ricostruzione dell'economia così come per il fiorire della vita sociale e culturale nella pace. La nazionalizzazione della terra, dell'industria e delle banche ha rappresentato le fondamenta per il consolidamento della proprietà socialista e per la creazione di un sistema di economia pianificata. L'industrializzazione ha cambiato il volto dell'ex Russia zarista-capitalista, trasformandola in una grande potenza economica. La collettivizzazione dell'agricoltura ha cambiato radicalmente i rapporti economici nelle campagne e le condizioni di vita dei contadini. Infine, il socialismo ha posto fine all'analfabetismo e ha favorito lo sviluppo delle culture nazionali.
La liquidazione dell'effettivo socialismo in URSS - e nei paesi dell'Est europeo - ha inizio con la morte di Stalin, quando il PCUS, tradendo le precedenti posizioni proletarie di classe, prese a deviare verso l'opportunismo di destra e la socialdemocrazia. Ricominciarono così ad attecchire i dettami ideologico-politici trotskisti e buchariniani mai completamente estirpati dai leninisti che sino allora ne erano stati alla guida. Le redini del partito cominciarono sempre più a passare dalle mani dei bolscevichi a quelle dei menscevichi, trotskisti, buchariniani, nazionalisti, anarchici.
I processi di restaurazione cominciarono apertamente con la campagna antistaliniana innescata dal XX congresso del PCUS. Tale campagna portò ad un indebolimento dell'autorità del socialismo e a gravi difficoltà nel movimento comunista mondiale. I revisionisti cominciarono a contaminare e ad erodere i capisaldi del marxismo-leninismo. Si ebbe una sostituzione in massa dei quadri sovietici di partito, accusati di "dogmatismo" e di "stalinismo".
Si iniziò così ad orientare l'economia non più verso una riduzione dei costi o verso un accrescimento della produzione di merci ad elevata qualità per un sempre maggiore appagamento dei bisogni dei lavoratori, ma all'ottenimento di un profitto ad ogni costo. Questa "nuova politica economica" portò ad un rallentamento dello sviluppo economico, alla caduta delle erogazioni di fondi e al graduale deprezzamento del rublo. Via via venne meno anche ogni riduzione dei prezzi, mentre si iniziarono, all'opposto, il rincaro dei beni di largo consumo e la progressiva eliminazione degli articoli a poco prezzo. In questa situazione il progresso tecnico-scientifico fu frenato, e anche il tasso di produttività del lavoro diminuì.
Parimenti nell' agricoltura. Lo smantellamento delle SMT (Stazioni di macchine e trattori) distrusse il legame che univa la proprietà cooperativo-colcosiana a quella statale. I colcos si andarono via via trasformandosi in aziende svincolate dal sistema e gravanti su se stesse, non interessate quindi al finanziamento dello Stato e men che meno alla sua assistenza tecnica. Le aziende collettive, non più in grado di garantirsi una rinnovata tecnica agricola e di aumentare la produttività del lavoro, divennero stabilmente passive e debitrici dello Stato. La fusione dei colcos, adottata successivamente quale possibile rimedio, non sortì alcun apprezzabile risultato economico. I1 taglio degli appezzamenti personali e la riduzione dei capi di bestiame delle famiglie colcosiane incise negativamente sull'approvvigionamento di carni e latte alle città. La deviazione del flusso degli investimenti in direzione delle terre vergini portò al tracollo di decine di migliaia di colcos delle regioni situate al di fuori delle "Terre nere". A causa della mancanza di adeguate condizioni e strutture per la raccolta e lo stoccaggio del prodotto, i raccolti di granoturco delle terre vergini andavano, inevitabilmente, in malora. Di qui l’acquisto - regolare - di grano all' estero.
La tendenza socialista ad eliminare le differenze di classe cominciò ad essere frenata da nuove differenziazioni professionali e socio-culturali. Aumentò il divario tra alte e basse retribuzioni. Cominciò a manifestarsi conseguentemente una formazione “di ritorno” delle classi e prese altresì vigore un’economia cosiddetta ”sommersa” che generò elementi di imprenditoria privata i quali aumentarono l'accumulazione primitiva di capitale. A costoro si unì poi la burocrazia venduta, la quale, d’amore e d’accordo con la parte imborghesita dell'intellighenzia e con parassiti di vario genere, costituì infine un blocco antisocialista.
Anche la sovrastruttura politica della società cominciò cosi a subire un lento e graduale, ma inesorabile, scadimento. La classe operaia cominciò sempre più ad estraniarsi dalla politica dello Stato, la quale venne così a privarsi della necessaria stabilità sociale, limitandosi soltanto a seguire supinamente la “tendenza generale”. L' apparato statale, via via sempre più dilatato, venne a perdere la caratteristica di organizzatore dell'edificazione socialista, fino ad estraniarsi definitivamente dai lavoratori. Agli occhi della popolazione gli stimoli morali al lavoro persero di qualsiasi significato e valore; si ebbe così l'indifferenza - e a mano a mano anche l'avversione - per tutto ciò che era statale e sociale. Le violazioni della disciplina lavorativa ed esecutiva non si contavano più, al pari dei fenomeni di corruzione.
In questo quadro, lo Stato proletario si trasformò in "Stato di tutto il popolo", in modo non dissimile dal PCUS, che venne definito dai revisionisti "partito di tutto il popolo", sempre più ricettacolo di carrieristi, filistei, voltafaccia, boriosi, potenziali rinnegati e schiuma consimile. La massa di partito cessò dunque di essere propriamente partito e venne trasformata nella base di una piramide partitica, i cui vertici, sempre più attratti dal potere cartaceo della burocrazia e dalla continua invenzione di privilegi per sé, si staccarono ancor più dalla massa dei comunisti. I quadri dirigenti cominciarono a formarsi dei propri "clan" imperniati sulla devozione personale. Tutto ciò portò al discredito della teoria leninista del partito e, alla fine, ad un completo tracollo dell'autorità del PCUS.
Verso la metà degli anni '80 maturarono nella società sovietica taluni fenomeni di crisi (perdurante stagnazione della produzione, stasi del progresso tecnico-scientifico, arresto della crescita del benessere dei lavoratori). Quantunque, nel sistema economico dell'URSS, i "margini di sicurezza" potessero ancora reggere sino alla fine del secolo, cominciò tuttavia ad imporsi l'idea della "completa eliminazione" di tutti quei processi di stagnazione che ancora si frapponevano al "ritorno ad una via di sviluppo leninista del socialismo". Tuttavia, nel CC del PCUS le forze capaci di guidare simili trasformazioni allora non si trovarono. Dimodoché il Plenum di aprile (l985) del CC potè tranquillamente incanalare il corso dello sviluppo nel pantano di una pseudorivoluzionaria "perestrojka", ipocritamente presentata come "continuazione dell'Ottobre", "accelerazione dello sviluppo eoonomico-sociale del socialismo", ovvero "verso la società comunista".
Come poi sia andata a finire, grazie alla "perestrojka rivoluzionaria" - da noi condannata e combattuta già nei suoi primordi -, è sotto gli occhi di tutti.
Il pervertimento in senso revisionistico ed opportunistico del PCUS, il lungo periodo di stagnazione, nel senso più generale del termine, calato sull'URSS già con Chruscev e poi con Breznev, hanno sostanzialmente bloccato ogni attività creativa e prodotto fenomeni di degenerazione molto gravi in ogni settore della vita sovietica. A catena, questo stato di cose si estese agli altri paesi dell'Est europeo, provocando una degenerazione non solo nei partiti che si autodefinivano comunisti, ma anche una generale involuzione della vita politica, economica e culturale di quei popoli.
Il revisionismo-opportunismo, che si era fatto il nido nel PCUS subito dopo la morte di Stalin, assestandosi e consolidandosi intorno agli anni '60, ha prodotto il suo 'capolavoro' ultimo: la "perestrojka" gorbacioviana.
Dopo il tentativo-farsa di "colpo di stato", il PCUS venne dichiarato “fuorilegge” nella Russia di Eltsin e nelle altre Repubbliche, dopo che lo stesso Gorbaciov ne aveva sospeso le attività.
Dopo i tentativi di Gorbaciov nei ripetuti incontri tra i presidenti delle varie Repubbliche a Novo-Ogarevo, di ricostruire l'URSS su cosiddette "basi nuove e democratiche", sono prevalse ragioni nazionalistiche accompagnate da interessi di oligarchie locali che hanno richiamato alla memoria i boiardi in rivolta contro il potere del Cremlino zarista. Il corso degli avvenimenti è ormai totalmente sfuggito di mano ai revisionisti-opportunisti della "perestrojka": per l'insorgere di spinte nazionalistiche mai sopite, ma anche per il rafforzamento dell'immagine dei gruppi dirigenti autonomisti e anticomunisti nelle Repubbliche. L'impreveduta perdita di prestigio del liquidatore sedicente rinnovatore Gorbaciov e del potere centrale, la mancanza di un centro di potere politico e di direzione unitaria dopo lo scioglimento del PCUS, il disgregante esempio autonomista dei paesi baltici e caucasici, nonché la rovinosa via della "democrazia politica ed economica" capitalistica imboccata dai paesi dell'Europa centrale con la caduta "del muro" di Berlino il 9 novembre 1989, voluta anch'essa dallo stesso figuro Gorbaciov, hanno spinto i nuovi capibanda locali, provenienti in maggioranza dalle file opportuniste del partito, a giocare la carta del nazionalismo e della cosiddetta "indipendenza".
L'operazione ha trovato terreno fertile perché l'altro arnese dell'imperialismo, Eltsin, con i suoi metodi politici spregiudicati tipicamente borghesi, rozzi e l'esasperato populismo e nazionalismo slavofilo, aveva già scelto la strada "dell'indipendenza totale" della Russia, proponendo alle altre Repubbliche un trattato di "Comunità di stati indipendenti" che non prefigurava la ricostituzione di una "nuova nazione", come propugnava Gorbaciov, ma soltanto la nascita di una Comunità consultiva e di coordinamento, senza Parlamento elettivo e quindi senza potere legislativo.
Con "l'impegno della non ingerenza negli affari interni degli altri paesi", Gorbaciov e gli altri opportunisti-liquidatori hanno portato il 3 ottobre 1990 all'unificazione delle due Germanie ad egemonia federale-capitalistica ed alla nascita di governi liberali nella maggior parte dei paesi dell'Est.
E' questo intreccio di cause e concause che hanno portato alla temporanea proditoria sconfitta del socialismo. Ciò nondimeno, quello che è accaduto nell'ex Unione Sovietica costituisce una indubbia esperienza per tutte le forze marxiste-leniniste, per lo studio e la pratica rivoluzionaria. Quanto è accaduto ci rammenta che la rivoluzione non si sviluppa mai in linea retta: essa procede in avanti tra vittorie e sconfitte, tra avanzate e ritirate. E il compito delle avanguardie rivoluzionarie marxiste-leniniste è precisamente quello di trarre anche dalle momentanee sconfitte tutti gli insegnamenti e le necessarie conclusioni, affinché la rivoluzione socialista possa elevarsi ad un grado ulteriore e svilupparsi sempre più agguerrita.
Quanto alla conclusione politica sostanziale, bisogna riconoscere che tutto quanto è accaduto nell'Europa Centrale ed in Unione Sovietica, è, incontrovertibilmente, conseguenza diretta del pensiero politico e della prassi politica del revisionismo-opportunismo. Il compagno Stalin definì con precisione il ruolo politico-sociale dell'opportunismo nel partito della classe operaia, rimarcando che per gli opportunisti "il socialismo vuol dire allevamento e arricchimento della borghesia".
D'altra parte, è noto che la controrivoluzione interna non ha fatto tutto da sola, ma con il sostegno attivo dei maggiori Stati imperialisti e della cosiddetta "Santa Sede". Un sostegno - molteplice e a profusione mai venuto meno dal giorno dopo la vittoria della Grande Rivoluzione d'Ottobre, quando i governi borghesi si proposero di rovesciare il potere sovietico non soltanto per "solidarietà" con gli ex padroni dell'economia e della politica della Russia, per timore che l'esempio dei russi potesse contagiare i lavoratori degli altri paesi, ma anche perché spinti da interessi egoistici, sperando che con l'abbattimento del potere dei Soviet la Russia si sarebbe indebolita e smembrata, il che avrebbe offerto l'occasione per una vasta penetrazione economica e politica nel suo territorio. Ed è quanto avvenuto.
Al momento della Rivoluzione d'Ottobre il mondo era diviso e dilaniato dai fronti della prima guerra mondiale in due campi ostili. Da più di tre anni fra Inghilterra, Francia, USA, Italia, Giappone, da una parte, e l'alleanza austro-germanica, dall'altra, si combatteva una guerra sanguinosa. Ma nella loro ostilità verso il paese del socialismo vittorioso le potenze dell'Intesa e la Germania del Kaiser erano però concordi.
O ancora, con il famigerato piano "Barbarossa", un piano - firmato da Hitler il 18 dicembre 1940 - passato alla storia come una sintesi di tutti i "provvedimenti" economici, politici, militari e ideologici adottati dalla Germania nazista per sconfiggere l'Unione Sovietica, per eliminare l'ordinamento sociale e statale di quest'ultima e sterminare un incalcolabile numero di cittadini sovietici. Esprimendo gli interessi di classe dei monopoli tedeschi, Hitler, ancora negli anni '20, aveva formulato tra l'altro nel suo abietto libercolo "Mein Kampf" un programma di lotta contro l'URSS, programma nel quale egli si prefiggeva di annientare il paese del socialismo per via militare. A partire da11933, cioè dopo l'avvento dei nazisti al potere, siffatto piano assunse il carattere di politica statale della Germania hitleriana e si tradusse in concreti "provvedimenti" nei campi di politica interna ed estera. Hitler riteneva però necessario - e non senza ragione - il doversi assicurare la retrovia europea prima di attaccare l'URSS. La Germania fu trasformata a tal fine in un colossale campo militare, essa occupò l'Austria, la Cecoslovacchia, la Polonia ed altri paesi ancora. Tuttavia neppure nel settembre del 1939, dopo la conquista della Polonia, Hitler non osò attaccare l'URSS prima della prevista disfatta del blocco anglo-francese.
Nell'odierna propagandistica letteratura "storico-militare" borghese è largamente diffusa una menzognera interpretazione delle cause della guerra. Gli "storici" ideologi del moderno anticomunismo cercano di formare nelle nuove generazioni un'idea falsa non soltanto delle conquiste della gloriosa Rivoluzione d'Ottobre, del socialismo, ma finanche del fulgido passato di lotta del primo paese socialista del mondo, costringendo a dubitare della insita giustezza della politica di pace del socialismo, tentando di sradicare dalla coscienza dei popoli il sentimento di indelebile riconoscenza verso il paese del socialismo vittorioso che dette il contributo determinante e risolutore alla disfatta degli aggressori nazi-fascisti, di travisare impunemente i risultati della guerra e le sue lezioni. E ciò al precipuo scopo di screditare gli obiettivi del comunismo e, nel contempo, 'nobilitare' l'essenza antiumana, aggressivo-militarista dell'imperialismo "umanitario", la linea di politica estera odierna e di sempre degli USA e dei loro soci della NATO.
La falsificazione borghese-imperialista della storia dell'ultima guerra mondiale tocca vari punti: dall'apertura del secondo fronte all'operazione delle Ardenne, ma in special modo si insiste nel presentare come causa principale della seconda guerra mondiale il patto di non aggressione sovietico-tedesco del 23 agosto 1939. E' quanto sostengono, per esempio, "storici" ideologi borghesi inglesi e americani come F. Maclean, W. Morris, M. McCauly, secondo i quali detto patto avrebbe "reso la guerra inevitabile". Con siffatte menzogne essi cercano di alleggerire dalla responsabilità della guerra l’imperialismo e lo stesso nazismo tedesco sua mostruosa creatura. Ma i fatti storici attestano tutt'altro, e cioè che proprio l’Unione Sovietica fece tutto il possibile per sbarrare la via alla guerra.
Se la lotta condotta dall'URSS per un sistema di sicurezza collettiva in Europa e per una resistenza comune agli aggressori nazi-fascisti riuscì vana, lo si deve precisamente all'Inghilterra, alla Francia e agli Stati Uniti. L'obiettivo primario dei circoli dirigenti di queste tre potenze imperialiste era quello di indirizzare l'aggressione di Hitler contro l'URSS. Essi contavano di annientare con l'aiuto dei nazisti il "malefico" Stato socialista e liquidare l'odiato bolscevismo. Nello stesso tempo si era posta anche un'altra alternativa: poiché in questa lotta, e a prescindere dai suoi effetti, entrambe le parti ne sarebbero rimaste indebolite, Inghilterra e Francia in particolare si cullavano nella speranza di intervenire nella fase conclusiva del conflitto in qualità di "pacificatori" per imporre condizioni di pace favorevoli all'imperialismo anglo-francese.
La posizione delle potenze imperialiste a Monaco, che cercarono di isolare l’URSS, le loro mene “diplomatiche” antisovietiche in attesa della “marcia” nazista sull’Ucraina, il diniego di concludere un accordo di mutua assistenza con il governo sovietico nell’estate del 1939…: tutto ciò sta a testimoniare che per l’URSS non era possibile risolvere il problema della propria sicurezza sulla base del principio della sicurezza collettiva.
Di fatto, l'Inghilterra considerava di secondaria importanza le trattative sull'alleanza con l'URSS, ritenendole come strumento per il rafforzamento dell'imperialismo inglese nei confronti della Germania. In pari tempo il governo di Chamberlain condusse da maggio fino alla fine d'agosto del 1939 trattative segrete con inviati nazisti su una larga intesa anglo-tedesca, la quale prevedeva la delimitazione delle sfere di influenza fra i due paesi su scala mondiale. Uno degli obiettivi del l'Inghilterra era quello di giungere ad una intesa con il nazismo a spese della Polonia (va ricordata la vergogna di Monaco, 29 settembre 1938, quando il primo ministro britannico Chamberlain e quello francese Daladier concordarono con Hitler e Mussolini lo smembramento della Cecoslovacchia e ne consegnarono parte del territorio alla Germania nazista, sciogliendo così le mani all'aggressore e creando una situazione pericolosa ai confini occidentali dell'URSS, alla quale andava aggiunta anche la posizione antisovietica dei governi borghesi-latifondisti di Polonia e Romania, i maggiori Stati a occidente dell'URSS), di rinunciare alle garanzie ad essa fornite e di far avvicinare le armate tedesche ai confini dell'URSS.
Il governo sovietico si adoperò sino all'ultimo momento per una solida alleanza con le potenze occidentali, rifiutando la proposta della Germania di concludere un patto di non aggressione. La situazione in cui venne a trovarsi l'URSS era estremamente critica: ad Oriente l'Esercito Sovietico doveva fronteggiare le truppe giapponesi, che avevano attaccato la Mongolia, nei pressi del fiume Khalkhin-Gol. Mentre la preparazione della Germania all'aggressione contro la Polonia costituiva una diretta minaccia anche per l'URSS. I piani degli imperialisti di indirizzare l'aggressione nazista contro l'URSS, di attaccarla da Ovest e da Est, sembravano prendere corpo. L'imperialismo internazionale si accingeva a creare contro l'odiato Stato socialista uno schieramento comune e a stringere l'URSS nella morsa di due fronti.
In questa situazione, all'Unione Sovietica non rimaneva altro che accettare la reiterata proposta tedesca e concludere con la Germania un patto di non aggressione. Questo passo forzato venne fatto soltanto dopo che si erano pienamente rivelati gli obiettivi provocatori dei governi dell'Inghilterra e della Francia, e dopo l'impossibilità di stipulare con loro un accordo su basi di parità, in seguito alla rinuncia dei capi della Polonia borghese all'aiuto militare dell'URSS. Il 23 agosto 1939 fu firmato a Mosca il patto di non aggressione fra l’URSS e la Germania.
Quali risultati raggiunse l'Unione Sovietica dando il proprio consenso alla conclusione di questo patto oggi come allora falsato e calunniato dagli ideologi dell'imperialismo?
Pur non facendo affidamento sulla lealtà degli hitleriani nell'adempiere i propri obblighi, tale patto mostrava tuttavia a tutto il mondo la prova della coerente politica di pace perseguita dallo Stato socialista, e nel contempo la temporanea proroga della pace significava un tempo supplementare per preparare la resistenza all'aggressore. Nel 1939 la situazione era estremamente sfavorevole, e per l'URSS la guerra sarebbe iniziata nelle condizioni meno vantaggiose, dati i nemici su due fronti: la Germania e il Giappone. Se la campagna di Hitler contro l'URSS non fosse stata scatenata nel 194l ma quasi due anni prima, il paese sarebbe stato privo di non poche armi importanti e moderne prodotte solo nel 1940-41, come i cannoni controcarro, il carro T-34, aerei per il bombardamento in picchiata, ecc. Inoltre, non fu meno importante l'esperienza acquisita nella guerra invernale con la Finlandia.
Spiegando il significato del patto nel discorso radiofonico del 3 luglio del 1941, Stalin disse tra l'altro: “Cosa guadagnammo concludendo con la Germania il patto di non aggressione? Noi assicurammo al nostro paese la pace per un anno e mezzo e la possibilità di prepararci alla resistenza qualora la Germania avesse corso il rischio di attaccare il nostro paese nonostante il patto. Ciò rappresentò un guadagno per noi ed una perdita per la Germania fascista”.
Evitando una guerra in un contesto tanto pericoloso il governo sovietico diede prova del suo alto senso del dovere: nei confronti del popolo sovietico ma altresì nei confronti del proletariato internazionale; esso ricorse, infatti, all'unico mezzo praticabile per salvaguardare la sicurezza dell'URSS.
Anche la responsabilità storica della mancata creazione del sistema di sicurezza collettivo proposto dallo Stato socialista è, dunque, da addebitare in pieno alle potenze imperialiste. Gli avvenimenti comunque non si svolsero secondo i calcoli degli imperialisti, gli stessi dell'infamia di Monaco, cioè di una guerra dei paesi imperialisti contro il paese del socialismo. La feccia hitleriana dell'imperialismo giunse alla conclusione che sarebbe stato più facile per essa combattere contro l'Inghilterra, la Francia e la Polonia piuttosto che contro l'URSS e quindi decise di scatenare la guerra proprio contro quei paesi: il l° settembre 1939 le orde hitleriane misero a ferro e fuoco la Polonia. L'Inghilterra e la Francia furono costrette a dichiarare guerra alla Germania. La seconda guerra mondiale iniziò non con una aggressione all'URSS, come caldamente volevano i politicanti borghesi-imperialisti, bensì con uno scontro fra potenze del mondo capitalistico.
L'esercito polacco fu sbaragliato, il governo borghese-latifondista abbandonò Varsavia e fuggì. Le truppe tedesche continuarono la loro inesorabile marcia verso est. Il governo sovietico non poteva consentire la conquista dell'Ucraina e della Bielorussia occidentali, i cui abitanti erano stati separati dai fratelli consanguinei residenti nell'URSS contro la loro volontà, non poteva lasciare che la Germania hitleriana si avvicinasse pericolosamente ai centri vitali dei paese. Il l7 settembre 1939 l'Esercito Rosso entrò nelle regioni dell'Ucraina e della Bielorussia occidentali, sbarrando la strada all'aggressore.
Sia la popolazione dell'Ucraina che della Bielorussia occidentali, sia quelle della Bessarabia e della Bukovina settentrionale proclamarono la loro adesione volontaria all'URSS. Su impulso dei parlamenti popolari nell'URSS furono ammessi, con lo status di repubbliche federate, gli Stati del Baltico: Estonia, Lettonia e Lituania, dove con le rivoluzioni del 1940 era stato ripristinato il potere dei Soviet. In Oriente veniva così eretta, dalle rive del Baltico al Mar Nero, una poderosa barriera contro la Germania nazista; mentre in Occidente era in corso la guerra tra due gruppi antagonisti di potenze imperialiste.
Con il differimento dell'entrata in guerra, l'URSS ebbe il tempo per un ulteriore rafforzamento delle capacità di difesa del paese, per lo spiegamento delle sue forze armate, per il perfezionamento della sua preparazione bellica, per l'ammodernamento degli armamenti, sebbene quel differimento di tempo, com'è noto, non venne impiegato interamente per la sola preparazione bellica. Pieno era invece il vantaggio in campo di politica estera dello Stato socialista. Di fatto, la situazione politica del periodo iniziale della seconda guerra mondiale si complicò a tal punto che allorquando nel 1941 l'URSS fu costretta ad entrare in guerra essa non era più minacciata di isolamento politico, come nell'estate del 1939. Ora contro la Germania combatteva l'Inghilterra, e le contraddizioni imperialistiche tra gli USA da una parte, la Germania e il Giappone dall'altra erano a tal grado di incandescenza da risultare impossibile un'intesa tra gli USA e gli aggressori fascisti. Si crearono così le premesse obiettive per l'unione in una coalizione antifascista delle potenze più grandi del mondo: l'URSS, gli USA e l'Inghilterra.
L’URSS si assunse il peso principale della lotta contro il nazi-fascismo, si pose all’avanguardia della lotta antifascista mondiale.
Gli ideologi dell'imperialismo non potranno mai falsificare quest'altra verità: il paese del socialismo ebbe un numero di vittime - 20 milioni 300mila persone - oltre venti volte maggiore di quello degli USA e dell'Inghilterra presi insieme. Al contrario degli USA, fu distrutto un terzo del patrimonio nazionale dell'URSS: 1.7l0 città, 70mila villaggi, 95mila colcos, 32mila industrie, 40mila ospedali e poliambulatori, 65 mila chilometri di linee ferroviarie. Il danno economico da essa subito raggiunse i 2 trilioni 600 miliardi di rubli, cioè una somma 75 volte maggiore del bilancio statale del l940.
Nel dopoguerra, l'economia sovietica veniva ricostruita in una complicata situazione internazionale: nei paesi della coalizione antihitleriana gli ambienti reazionari mutarono bruscamente la loro politica nei confronti dell'URSS. Nel marzo 1946 W. Churchill pronunciò a Fulton un discorso, nel quale si esortavano gli anglo-sassoni ad unirsi contro il "comunismo orientale". A quel discorso di Churchill, preceduto da una persistente campagna giornalistica, era presente e concorde il presidente degli USA Truman.
Di lì a poco il segretario di Stato americano Byrnas pronunciò a Stoccarda un discorso non meno bellicoso, nel quale emergeva chiaramente che gli USA rompevano con la politica concordata sulla questione tedesca e puntavano a trasformare il militarismo tedesco-occidentale in forza d'urto dell' imperialismo nel continente europeo. Un anno dopo Truman annunciava la "prerogativa" degli USA ad intervenire negli affari degli altri paesi ("dottrina Truman"), e non solo negli affari interni. Seguirono quindi il cosiddetto "piano Marshall" e i passi preliminari per la costituzione del blocco aggressivo e guerrafondaio nord-atlantico (NATO). Approfittando delle difficoltà in cui si dibattevano gli Stati europei, con la loro disastrata economia, gli USA offrivano "aiuti", condizionandoli al controllo americano sul commercio con l'estero e in parte sulle finanze e sull'industria.
Si imbastiva la strategia della "guerra fredda" con la teoria del "roll back", della "intimidazione" del comunismo, ecc. I promotori di questa linea facevano leva sul monopolio atomico americano. Il presidente degli USA Truman non perdeva occasione per ricordare che la bomba atomica avrebbe costituito un "buon bastone" contro i "comunisti orientali", dando per scontato che il monopolio atomico americano sarebbe durato a lungo.
Col ricatto atomico nei confronti dell'URSS e di altri paesi, i caporioni degli USA puntarono sulla corsa agli armamenti atomici. Nel frattempo aumentava la produzione delle armi convenzionali. L'esercito statunitense ammodernava a ritmo serrato il suo equipaggiamento. In tutto il mondo, possibilmente a ridosso dei confini dell'URSS, venivano installate basi militari americane. La corsa agli armamenti accelerava i suoi ritmi. Nei primi sei anni di permanenza al potere (1945-l950) l'amministrazione Truman ebbe un bilancio militare superiore a quello di tutti i governi americani presi insieme nei l50 anni precedenti il secondo conflitto mondiale.
Incessanti preparativi bellici erano sostenuti anche dai governi dei paesi capitalistici dell'Europa Occidentale. Anche qui si ingrossavano le file degli eserciti, si immagazzinavano armi su armi , ci si preparava ad una nuova guerra, si stringevano alleanze e blocchi militari, diretti contro l'URSS ed i paesi che avevano intrapreso la via di sviluppo socialista.
Nel l948 fu costituita la cosiddetta Alleanza occidentale, della quale entrarono a far parte Inghilterra, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo. Nel 1949 su iniziativa degli USA venne fondato il blocco aggressivo nord-atlantico (NATO) diretto contro l'URSS e i paesi a democrazia popolare. Furono elaborati i programmi per la rinascita militare della Germania Occidentale e, in special modo, del militarismo tedesco. In Europa riappariva un pericoloso focolaio di tensione. L'imperialismo accresceva la tensione in Asia. Nell'estate del l950 l'imperialismo americano passò dai preparativi di una guerra ad atti di aperta aggressione. Spalleggiato e foraggiato dagli USA il governante fantoccio della Corea del Sud Syngman Rhee scatenò la guerra contro la Repubblica Democratica Popolare della Corea.
Era inevitabile che la politica degli USA e dei paesi capitalistici dell'Europa Occidentale, che li seguivano, sfociasse in un inasprimento della situazione internazionale. Gli imperialisti non cessavano di costituire nuovi blocchi militari. Essi misero il mondo di fronte al pericolo di una terza guerra mondiale con l'uso dei mezzi di sterminio di massa. Un susseguirsi, nel corso degli anni, di nefandezze inenarrabili il cui corollario è rappresentato dalla presente “nuova strategia nucleare”, cioè la mostruosa dottrina, propria dell'imperialismo, della guerra nucleare "limitata", "locale" o "prolungata".
Tutto questo al solo scopo di distruggere "l'impero del male" e ciò che esso rappresentava per i popoli del mondo anelanti alla libertà e ad una vita sommamente umana, ovvero per raggiungere una supremazia militare a livello planetario per continuare a sfruttare, soggiogare e depredare per tutti i secoli dei secoli risorse e territori altrui, interi popoli, milioni e milioni di uomini in ogni angolo della Terra.
Oggi, il compito che s'impone a tutti i marxisti-leninisti dell'ex Unione Sovietica - e degli altri paesi dell'Est europeo - è quello di scalzare e liquidare la controrivoluzione borghese, ripristinare il potere della classe operaia e far rinascere un rinnovato socialismo sulla via del comunismo.
Al carattere naturalmente criminale dell’imperialismo fa riscontro il ruolo odierno dell’ONU, un organismo – ormai scaduto e squalificato sotto tutti i punti di vista – capace soltanto di produrre carte in regola dal punto di vista “diplomatico” per ogni invasione decisa dagli USA.
L'Organizzazione delle Nazioni Unite fu istituita al termine della Conferenza di San Francisco (1945) dagli Stati vincitori della seconda guerra mondiale; in quella sede fu redatto il testo che, entrato in vigore il 24 ottobre dello stesso anno, rappresenta la Carta delle Nazioni Unite.
Lo Statuto richiede a tutti i membri dell'ONU l'osservanza dei princìpi quali l'uguaglianza dei diritti e l'autodeterminazione dei popoli, la rinuncia all'uso della forza, la soluzione pacifica delle divergenze internazionali, la non ingerenza negli affari interni reciproci.
Presente l'URSS, l'ONU si è espressa più volte e con determinazione per la soluzione di problemi vitali quali lo scongiuramento della corsa agli armamenti nello spazio, il congelamento degli arsenali nucleari, il divieto di tutti gli esperimenti concernenti le armi nucleari, la riduzione delle riserve di armi nucleari fino alla loro totale e generale eliminazione. Sono note anche le risoluzioni dell'ONU contro una temibile arma di sterminio di massa: l' arma chimica.
Queste prese di posizione dell'ONU non sono però mai andate a genio a quelle forze che tramavano - ieri come oggi - per ottenere una supremazia mondiale, che seguono un indirizzo volto non alla cooperazione internazionale, bensì ad una aperta conflittualità, ad un'escalation del ricatto nucleare, alle minacce, agli "ultimatum". Il riferimento è in primo luogo agli USA.
Più la forza dell'ONU quale strumento di pace e di cooperazione internazionale cresceva, più l'imperialismo nordamericano entrava in aperto conflitto con questa organizzazione. L'amministrazione dell'ex generico cinematografico Reagan in particolare non ha mai approvato la cosiddetta "politicizzazione" del sistema dell'ONU, cioè il fatto che la posizione della maggioranza dei membri di questa organizzazione non coincidesse con la posizione degli USA sulle questioni fondamentali della politica mondiale. L'ostruzionismo alle raccomandazioni dell'ONU era divenuta pratica corrente nella nera Casa Bianca. Non solo. Gli USA uscirono dall'UNESCO e minacciarono addirittura di uscire dall'ONU se le cose all'ONU non fossero "cambiate radicalmente". Gli imperialisti erano pronti ad arrivare perfino allo sfascio della comunità internazionale piuttosto che seguirne lo Statuto. In pratica, una vera e propria sfida all'aspirazione dei popoli alla pace.
Ma oggi, con la proditoria dissoluzione dell'URSS, con i membri dell'ONU "partners", "amici", "simpatizzanti", soci, satelliti, ostaggi del Grande Brigante yankee, ormai braccio armato "del mondo", chi garantisce la "sicurezza internazionale"?
Dopo il famigerato '89, quello del "crollo dei muri", la muta ideologica sguinzagliata dall'imperialismo annunciò trionfante la "fine della storia", ovvero il capitalismo come sistema definitivo, per tutti i secoli dei secoli. Un presunto "nuovo ordine mondiale" sarebbe sorto .dalle rovine degli assetti di Yalta; una cosiddetta “nuova éra di pace” sarebbe iniziata con la fine del benefico "impero del male" e del “bipolarismo”.
Ma il crollo dell'ordine scaturito dall'ultimo conflitto mondiale - preparato da molti fattori economici, non ultimo il riemergere da protagonisti di Germania e Giappone -, unitamente alle aspirazioni egemoniche dell'imperialismo derivanti dalla sua natura, ha portato al riesplodere di conflitti e di contraddizioni ancor più gravi che nel passato. Non solo. Ha posto dialetticamente le basi di nuove aggregazioni imperialistiche destinate a sfociare, in tempi non remoti, in un nuovo conflitto militare globale.
Un pericolo, questo, reale ed attuale a motivo della natura imperialistica di ciascun Stato borghese. Le alleanze, i "blocchi" che si stabiliscono fra gli imperialismi vengono infatti corrosi e messi in discussione dai rivolgimenti economico-sociali, dai mutati rapporti di forza e dallo scompiglio che, in campo internazionale, si moltiplica per le mene di ciascuna borghesia "nazionale" per salvaguardare e rafforzare, a spese dei "nemici" e dei "partners-rivali", la propria sfera d'influenza e il proprio peso sul mercato mondiale.
L'emergere di nuove contraddizioni fra i tre maggiori centri del capitalismo – USA, Europa, Giappone – confermano questa tendenza. Tali contraddizioni - sempre presenti ma subordinate, presente l'URSS, alla solidarietà di "blocco" - mettono in rilievo: a) una tripartizione del mondo in aree d'influenza dell'imperialismo uno e trino; b) l'accentuata intenzione degli USA di mantenere una leadership politico-militare, finalizzata alla riconquista del predominio perduto in campo economico; c) la crescente determinazione della Germania e del Giappone ad un proprio protagonismo militare, finalizzato alla difesa dei propri "interessi vitali", in diretta concorrenza con quello nordamericano.
I mutamenti costanti - oggi sempre più rapidi - che si verificano nei rapporti di forza acuiscono la rivalità delle potenze imperialistiche per i mercati di sbocco, le materie prime e le possibilità di "investimento".
Sul mercato mondiale degli ultimi decenni - ma in particolare dopo 1'89 - ai monopoli nordamericani si sono contrapposti soprattutto quelli europei e quelli giapponesi in special modo, che sono assurti a loro principali rivali. I monopoli giapponesi e quelli europei sono ormai diventati concorrenti estremamente vigorosi e validi del capitale nordamericano, anche sullo stesso mercato interno statunitense.
Per giunta, alla lotta per i mercati di sbocco si sovrappone oggi, in una forma sempre più acuta, quella per l'esportazione del capitale. Nonostante la quantità sempre maggiore di capitali di provenienza tedesca, francese, inglese, italiana o giapponese, il primato in questo campo è sempre detenuto dagli USA.
Negli ultimi anni si è avuto un calo della quota americana nel totale delle esportazioni mondiali; in pari tempo, però, cresceva considerevolmente la produzione delle affiliate americane all'estero. Le filiali estere delle industrie di trasformazione statunitensi producono una quantità di beni industriali superiore di circa tre volte al volume di produzione esportata dagli USA. La fuoruscita di capitali dagli Stati Uniti continua ad aumentare a tempi rapidi, non soltanto sotto forma di investimenti diretti, ma anche in quella di investimenti finanziari, questi ultimi effettuati massimamente dallo Stato con fini politici e militari oltre che prettamente economici.
Gli esempi, anche recenti, della competizione interimperialistica non mancano. La rivalità politica ed economica tra le maggiori forze capitalistiche è ineliminabile. La natura dell'imperialismo è rimasta immutata, e la sua tendenza all'espansione territoriale non soltanto si è preservata, ma si è ulteriormente e impunemente accentuata.

1.7. Per l’unità d’azione dei partiti marxisti-leninisti dei vari paesi

Il mandato imperativo della nostra epoca è il passaggio dal capitalismo monopolistico di Stato al socialismo inaugurato dalla gloriosa Rivoluzione Socialista d'Ottobre.
Oggi sussistono indubitabilmente le condizioni oggettive e soggettive per la necessaria rinascita di una nuova Internazionale Comunista fondata sull'imperituro retaggio della III Internazionale.
L'ascesa storica della classe operaia, la sua incessante lotta contro il capitalismo per l'instaurazione del potere proletario e la costruzione del socialismo hanno per la loro stessa sostanza un carattere internazionale. L'internazionalismo del movimento operaio deriva e trae la sua forza dall'essenza stessa della missione storico-mondiale del proletariato, dalle condizioni in cui tale missione si attua, dalle peculiarità che caratterizzano la sostituzione della vieta formazione capitalistica con quella socialista. Sconfinando, superando i confini nazionali, il capitale ha unito le economie dei singoli paesi in un unico sistema, quello dell'economia mondiale capitalistica che si presenta come un sistema di sfruttamento "globale" da parte della grande borghesia internazionale di tutti i lavoratori del mondo. Il capitale non è una forza "nazionale" ma internazionale: per abbatterla, per realizzare il passaggio al socialismo in qualunque paese, sono necessari la fratellanza internazionale dei lavoratori, l'aiuto vicendevole e la indefettibile fedeltà al dovere internazionalista da parte del proletariato di tutti i paesi.
La motivazione teorica e politica della necessità di costituire la nuova Internazionale Comunista è data dalle stesse odierne circostanze storiche generate dall'imperialismo, dalle sue accresciute e intensificate contraddizioni, dall'inizio di un periodo di assalto diretto - seppur contraddittorio - al capitalismo monopolistico di Stato, dall'aumento del ruolo della fratellanza internazionale degli operai nella loro lotta per il conseguimento degli obiettivi rivoluzionari sia nazionali che internazionali, dall'esigenza - di vitale importanza - di contrapporre alla teoria e alla prassi del riformismo-opportunismo-revisionismo una teoria e una prassi autenticamente rivoluzionaria.
Urgente, pressante e incalzante è ormai la necessità di dar vita ad un unico strumento valido di collegamento internazionale per i marxisti-leninisti su scala mondiale: in una serie di paesi in varie parti del mondo ci sono forze seriamente inserite nei movimenti di massa in grado di svolgere una funzione non marginale in una compiuta strategia di lotta antimperialista e anticapitalista.
Come la gloriosa III Internazionale, la nuova Internazionale Comunista, fedele alla dottrina marxista-leninista, presterà la principale attenzione all'elevamento del ruolo storico-mondiale della classe operaia, alla sua educazione politica e alla sua coesione sul piano organizzativo. Tutta la sua attività sarà volta ad un unico obiettivo: aiutare la classe operaia ad assolvere entro il più breve tempo possibile la sua missione storica.
Come, a suo tempo, la formazione di partiti e gruppi comunisti in una serie di paesi significò che la III Internazionale era di fatto già sorta e operante, così oggi il compito è identico: unire sul piano organizzativo i reparti esistenti del movimento comunista e moltiplicarne così la forza, l'energia e l'influenza tra le masse.
Lenin, il grande maestro e capo del proletariato mondiale arricchì la dottrina marxista sul partito ed elaborò i capisaldi organizzativi dell'Internazionale Comunista. Momenti di somma importanza di tali capisaldi - gli stessi a fondamento della nuova III Internazionale - sono: il centralismo democratico, che assicura l'unità di intenti e l'unità d'azione dei partiti comunisti, il massimo sviluppo della loro iniziativa e della loro autonomia; una rigorosissima disciplina di partito, fondata sull'adesione consapevole dei comunisti, sulla capacità dell'avanguardia di esprimere al meglio gli interessi delle masse, di avvicinarsi, di fondersi, come soleva dire Lenin, con le più larghe masse dei lavoratori, in primo luogo con le masse lavoratrici proletarie, ma altresì con quelle non proletarie; l'internazionalismo, che include la disciplina proletaria internazionale e l'autodisciplina nell'attuazione dei compiti della lotta rivoluzionaria, la comprensione da parte di ogni partito della responsabilità storica per il successo della propria attività nell'ambito nazionale, per i destini di tutto il movimento comunista; la realizzazione, in concreto, della vicendevole assistenza rivoluzionaria nelle forme le più efficienti e le più opportune in queste o quelle condizioni.
L'esigenza della nuova III Internazionale muove dalla necessità di ristabilire e consolidare i legami fra i lavoratori di tutti i paesi, di denunciare l'opportunismo in seno al movimento operaio internazionale, di rafforzare i giovani partiti marxisti-leninisti, di elaborare la strategia e la tattica del movimento comunista internazionale, di lottare efficacemente contro il deviazionismo, contro l'avventurismo estremistico piccolo-borghese, contro il settarismo.
La necessità dell'elaborazione collettiva dei fondamenti della strategia e della tattica è determinata altresì dal fatto che la teoria rivoluzionaria “nasce dall'insieme dell'esperienza rivoluzionaria e del pensiero rivoluzionario di tutti i paesi del mondo”(Lenin). La nuova III Internazionale "deve elaborare su scala internazionale la propria tattica"(Lenin).
La necessità di ciò è data non soltanto dalla oggettiva unità di interessi della classe operaia internazionale nella lotta contro il capitale, ma anche dal fatto che solo tenendo conto di tutta l'esperienza mondiale del movimento di liberazione ci si può garantire dallo scivolamento verso la via rovinosa della grettezza nazionale, verso una visione astratta - unilaterale - delle cose e rapportarsi invece all'unità dialettica dei momenti nazionali e internazionali.
E' la storia stessa, sono gli interessi stessi dei lavoratori di tutto il mondo, gli interessi di tutta l'umanità sofferente ad esigere oggi l'unità dei comunisti marxisti-leninisti, delle avanguardie rivoluzionarie in una nuova III Internazionale.


2. L’aggravarsi della crisi della società italiana

2.1. La società italiana, la sua politica, attraversano una crisi estremamente profonda. Tale crisi generale - che non si può comprendere al di fuori del suo contesto internazionale - presenta tratti specifici e più pericolosi che altrove. La crisi della cosiddetta "Azienda Italia" si caratterizza per la sua onnilateralità: economica, sociale, politica, istituzionale, etico-morale.
Sul piano economico e sociale è in atto una tendenza al restringimento della base produttiva; lo spreco di enormi risorse materiali va sempre più moltiplicandosi; gli squilibri toccano punte ulteriori. La contraddizione peculiare del capitalismo italiano - la "questione meridionale" - si è ulteriormente aggravata.
Ha pesato il prolungato malgoverno dovuto ai particolari collegamenti della DC e del PSI - in special modo - con determinati strati sociali, al parassitismo e al clientelismo che li hanno distinti, al modo con cui si è realizzato l'intervento pubblico nella vita economica.
Il fenomeno "Tangentopoli" - fenomeno connaturato al sistema capitalista ma particolarmente accentuato nell' "Azienda Italia" - ha quali unici responsabili i principali gruppi industriali e finanziari in combutta con il loro "personale politico" - i partiti al governo - divenuto via via sempre più 'esigente'. A tal punto da distruggere la gallina dalle uova d'oro, da pregiudicare lo stesso sistema capitalista. Lo scoperchiamento del vermicaio - favorito non solo dagli avvenimenti internazionali ma anche dalla persistenza della "crisi ciclica" - ha fatto esplodere il vecchio sistema politico basato su alcuni grandi partiti, quale si era storicamente configurato e assestato dal dopoguerra agli anni '90. Di qui una crisi della rappresentanza politica, dei vecchi partiti borghesi come pure di quelli "consociati". Di qui il trasformismo e il riciclaggio: non soltanto di singoli squallidi elementi, ma addirittura, in blocco, di forze sociali e politiche, di gruppi di potere e di pressione, di gruppi dirigenti dei vecchi partiti.
La degenerazione dei vecchi partiti borghesi, che per decenni hanno governato e dissanguato il Paese, ha provocato una profonda lacerazione nel rapporto tra i partiti e la cosiddetta "società civile", alterando profondamente le "regole del gioco" del sistema democratico borghese. Risultato di tutto ciò, la frantumazione del vecchio asse politico e sociale, del sistema di alleanze che ha dominato la scena politica italiana degli ultimi venti anni.
La nuova scena e il palcoscenico politici sono dominati da forze reazionarie con il loro codazzo di guitti che mirano al "rinnovamento della vita del paese" andando a ritroso. E' in atto una svolta reazionaria - che avanza a tutti i livelli - senza precedenti attraverso la quale settori dominanti della borghesia puntano a spostare definitivamente a destra - come 'naturale collocazione' - le basi dello Stato "democratico", sostituendo alla proclamata "repubblica democratica fondata sul lavoro" una repubblica autoritaria e presidenzialista fondata sul potere assoluto del capitale.
Le cause profonde di questa regressione bestiale, di questa involuzione reazionaria che investe con furia tutti i settori fondamentali della vita sociale e politica della rinomata "Azienda Italia" sono dovute alla crisi di sovrapproduzione, alla caduta del saggio di profitto e ai processi di internazionalizzazione e di accresciuta concentrazione dei capitali nelle grandi imprese e sodalizi monopolistico-finanziari. Fra i monopoli si è ormai scatenata una spietata concorrenza per il "miglior piazzamento" sul mercato europeo, per la penetrazione nei mercati asiatici ed americani e per la conquista dei nuovi mercati aperti dal ritorno del capitalismo o "ritorno della democrazia" nell'ex Unione Sovietica e negli altri paesi dell'Est.
Elementi particolarmente indicativi della svolta reazionaria in atto sono il carattere imperialistico sempre più aggressivo in politica estera e militare, con l'esercito italiano ormai "professionale", sottratto al controllo del Parlamento e inserito sempre più strettamente nella struttura aggressiva NATO/UEO per ogni "pronto intervento" negli angoli più remoti del pianeta; la dotazione di portaerei; la disponibilità a far installare nel paese basi ONU per ogni apocalittico "pronto intervento umanitario"; l'uso demagogico e strumentale dei referendum; l'introduzione del sistema maggioritario (un sistema del diciannovesimo secolo); l'unità del Paese in via di liquidazione (per meglio dividere il popolo lavoratore); "riforma elettorale" e "revisione" della Costituzione borghese in senso reazionario, e così via.
L'involuzione autoritaria delle democrazie borghesi ha trovato pieno riscontro anche nel nostro Paese.
Lo spostamento involutivo sempre più accentuato verso il centro-destra della politica della cosiddetta "sinistra" borghese o socialdemocratica, e l'abbandono di queste forze di qualsiasi forma di opposizione di classe e antagonista alla destra neofascista sempre più proterva e minacciosa, manifesta senza ombra di dubbio il loro ruolo politico rigidamente imperniato sui cardini borghese-istituzionali, parlamentaristico e di consociativismo col potere e gli interessi padronali dominanti, sì da precludere - nei fatti - ogni prospettiva di fuoruscita dal sistema capitalistico, conformemente alla loro natura di partiti borghesi "di sinistra". Allorquando siffatti partiti promuovono delle manifestazioni di piazza, non lo fanno per dare significato e seguito di classe alle mobilitazioni della classe lavoratrice, ma unicamente per incanalare lo sdegno e la rabbia delle masse lavoratrici e popolari, per darvi uno sbocco istituzionale e parlamentare e per usarla strumentalmente assieme ai vertici di CGIL-CISL-UIL sul tavolo dei cedimenti e dei compromessi con la classe sfruttatrice. Con ragione i lavoratori e, più in generale, le masse popolari non notano alcuna differenza sostanziale ideologica, politica, economica, sociale e di prospettiva tra la “sinistra” socialriformista,
il "centro" e la "destra": sono forze tutte omologate e appiattite sulla cosiddetta "economia di mercato" con tutto lo sfacelo che ciò comporta in termini sociali, nessuna forza elettorale propone uno sbocco diverso in grado di superare le tare micidiali del capitalismo e tutto ciò si traduce quindi nelle masse prive di coscienza di classe in bestiale egoismo, nel corporativismo più ottuso, nell'assoluto disimpegno, nella esiziale diseducazione di classe, nel qualunquismo più bieco e, per conseguenza, nell'acritico consenso alla destra arcireazionaria, squallida promettitrice del paradiso in terra o del ben noto "Arricchitevi!".
Lo “sdoganamento” dei vecchi e nuovi fascisti da parte di forze altrettanto reazionarie sedicenti "moderate" ha avuto la viva approvazione - in nome della speciosa “democrazia compiuta” - anche della borghesia che si autodefinisce “liberal” e “di sinistra”. E non poteva essere diversamente, dato che il neofascismo dichiarato e mimetizzato, al pari di quello sconfitto, non è che uno strumento del capitale monopolistico.
La serietà della minaccia fascista è dimostrata oggettivamente dalla realtà. Nel momento in cui la crisi del capitalismo monopolistico di Stato si aggrava, per difendere i propri gretti interessi la borghesia è disposta a soffocare gli istituti politici tradizionali della democrazia borghese da essa stessa creati e, in mancanza di una dura opposizione di classe, lascia campo aperto al fascismo. Non è certo un caso il fatto che, prima della dittatura apertamente fascista, i governi borghesi applichino tutta una serie di misure reazionarie.
Poiché il movimento fascista si sviluppa all'interno della democrazia borghese, i neofascisti di ogni risma vi si adattano e utilizzano al massimo le possibilità che lo Stato imperialistico apre dinanzi alle forze reazionarie. I tentativi di presentarsi come fautori della democrazia sono una componente della demagogia sociale del neofascismo cosiddetto "democratico" tendente ad occultarne la natura e gli obiettivi reali. Speculando sui fatti reali della corruzione tra i maggiori rappresentanti dei partiti borghesi al governo, sfruttando il decadimento dei partiti borghesi tradizionali avvertito dalle masse popolari e lavoratrici, i neofascisti e la sua garante “destra moderata” reazionaria si presentano contro il libero gioco delle forze politiche all'interno della società “pluralistica”. "La partitocrazia occupa lo Stato", dichiarano i reazionari. In questo campo l'ideologia reazionaria si nutre, per dirla con Lenin, “dei fiori posticci della democrazia borghese”. Il gioco alla democrazia dei partiti borghesi viene però criticato da destra e mira ad una forma di potere autoritario e totalitario.
Ovviamente l'anticomunismo interessatamente patologico è parte integrante della demagogia e dell'ideologia del vecchio e nuovo fascismo. Ma esso non è tipico soltanto dell'ideologia della destra reazionaria e neofascista. Di queste idee è permeata tutta la moderna ideologia imperialistica. Nell'ideologia del neofascismo e delle forze affini però l'anticomunismo trova la sua espressione estrema e più concentrata. In pratica, l'anticomunismo serve da 'argomento' per la teoria e la pratica del fascismo - aperto o camuffato - odierno sedicente “democratico”.
Il fascismo, forma cinica e crudele di dittatura del grande capitale, è sempre penetrato nell'arena della storia sotto mentite spoglie, sotto la copertura della demagogia più spudorata. Nel suo periodo iniziale il fascismo tenta sempre di camuffare la propria turpe faccia. Il terreno per le idee fasciste viene accuratamente preparato in anticipo. La coscienza delle masse viene manipolata gradualmente, raffinatamente, sistematicamente. Ed è quanto sta avvenendo oggi nel nostro Paese.
In Italia come nella “Grande Germania”, nell'ex Unione Sovietica come nei paesi dell'Est europeo, in Austria come in Belgio, in Francia come in Spagna, negli USA come in Inghilterra...: dappertutto neofascisti, neonazisti, estremisti “rispettabili” di destra, xenofobi, sciovinisti e razzisti rialzano la testa, sfilano impunemente con tanto di autorizzazione della “forza pubblica” per le vie della città, entrano perfino nei parlamenti “democratici” borghesi. Attentati a sedi, uffici e librerie di organizzazioni comuniste, antifasciste e democratiche, incendi di ostelli, lesioni personali gravissime nei confronti di immigrati, assassini, stupri, profanazioni di luoghi di sepoltura di ebrei e di monumenti antifascisti, furti di armi, assalti a banche ed altri atti criminali: queste le loro vili 'prodezze' sanguinarie.
Ma tutto ciò non impensierisce minimamente le classi dominanti. La magistratura e la polizia si mostrano alquanto disinteressate a punire gli atti feroci commessi dalla feccia neofascista/neonazista, trattandoli spesso come "azioni individuali di alcuni giovani politicamente immaturi". In pratica viene minimizzato il significato politico del neofascismo/neonazismo, che vengono presentati come “fenomeno marginale”. Questo spiega perché sia i magistrati che la "forza pubblica" fanno finta di non vedere quando si tratta di procedere contro le forze di estrema destra, mentre non vanno tanto per il sottile nei confronti dei comunisti, degli antifascisti e dei membri delle associazioni pacifiste. E questa è la tendenza anche in avvenire, se non ci sarà un radicale cambiamento non solo di rotta.
Le cosiddette “azioni individuali di alcuni giovani politicamente immaturi” sono originate dal sempre più smantellamento sociale (crisi, disoccupazione di massa con intervalli "interinali", carenza di alloggi, crisi della scuola e dell'università, “riforma” sanitaria, ecc.), il quale ha prodotto una considerevole fetta di “elettori di protesta” che hanno dato adito agli slogans demagogici dei neri/bruni cacciatori di voti. In Italia come negli altri paesi capitalistici "sviluppati" si mobilitano le organizzazioni dell'estrema destra, fasciste e militariste, viene propagata apertamente e impunemente - anche via “Internet” - l'ideologia disumana del neofascismo/neonazismo. L'ideologia del neofascismo si adatta alle condizioni della tappa attuale della crisi generale del capitalismo, alla nuova distribuzione delle forze all'interno del mondo capitalista e in campo internazionale.
Oggi più di ieri s'impone la necessità di una presa di coscienza antifascista da parte dei movimenti giovanili per impedire ai neofascisti di trasformare i giovani in loro base sociale. Determinati gruppi di giovani vengono a trovarsi sotto l'influenza dei neofascisti/neonazisti, i quali subdolamente si servono nella loro propaganda proprio dei vizi organici del sistema capitalistico. Molti giovani, provenienti in gran parte da ambienti piccolo-borghesi, tendono al neofascismo/neonazismo non per convinzione, ma proprio perché si oppongono a questo sistema, ma non riescono a vedere alcuna alternativa positiva, frastornati e disorientati come sono dalla tossica e incessante calunniosa propaganda anticomunista. Il PCIM-L ritiene indispensabile impedire che i giovani diventino una riserva del neofascismo/neonazismo e punta pertanto ad intensificare la sua azione tra i giovani al fine di dare un indirizzo socialista al loro movimento, collegarlo al proletariato, dargli un carattere organizzato, liberarlo dall'avventurismo, dall'estremismo piccolo-borghese e disfattismo.
Le forze arcireazionarie imperialistiche sono riuscite finora a portare nell'orbita fascista la piccola borghesia per il carattere bifronte e per la situazione instabile di questo ceto sociale. Il nuovo fascismo, al pari di quello vecchio, ha sfruttato e continua a sfruttare questa instabilità per mezzo di frasi demagogiche, dell'anticomunismo patologico, con la promessa illusoria di “mettere ordine”, di eliminare le difficoltà economiche, di “dare lavoro a chi vuol lavorare”, di "lavoro agli italiani”, di “ordine pubblico", di “sicurezza”, con parole d'ordine scioviniste e nazionaliste. Odiernamente i neofascisti "in doppio petto" sfruttano l'instabilità della piccola borghesia e degli altri ceti "medi" accentuata dallo sviluppo del capitalismo monopolistico di Stato e dalla rivoluzione tecnico-scientifica.
L’aggravarsi della situazione della piccola borghesia urbana, indebolita dall'impari concorrenza e dall'attacco a tutto campo dei grandi monopoli, il dissesto e il tracollo di gran parte dei coltivatori diretti e degli altri ceti lavoratori suscitano indubbiamente delle tendenze antimonopolistiche. Questo stato di cose, però, per un verso accresce gli alleati della classe operaia, ma dall'altro crea il terreno propizio per la demagogia neofascista aperta e mimetizzata. Presentandosi sotto mentite spoglie, i neofascisti riescono a trarre dalla loro una certa parte della piccola e della media borghesia, dei commercianti, dei piccoli bottegai, dei contadini. Nella politica seguita per conquistare le masse il neofascismo ‘rispettabile’ punta risolutamente sui ceti medi. Di qui la necessità, per il PCIM-L, di svolgere un costante lavoro capillare all'interno della piccola borghesia, dei contadini e degli altri ceti “medi” per spiegare quali sono i loro reali interessi e portarli all'alleanza con la forza sociale più avanzata: la classe operaia.
Riuscire ad influire politicamente sulla piccola borghesia colpita dal capitalismo monopolistico di Stato rimane dunque uno dei problemi di maggiore attualità nella lotta contro la minaccia neofascista aperta e camuffata. Solo col socialismo si potranno estirpare il neofascismo, il neonazismo, il razzismo, il nazionalismo, l'egemonismo, l'ignobile ‘cultura’ dei “popoli superiori”.
Il PCIM-L difende strenuamente tutti i diritti sociali e di libertà costituzionali conquistati dal proletariato italiano col 25 aprile 1945, ma non difende e combatte la natura borghese e capitalistica della Costituzione del 1948, perché si batte per la conquista di una Repubblica e di una Costituzione socialiste.

2.2. Sono in atto sempre più nuove forme di schiavitù del lavoro, conseguenza diretta di una draconiana politica economico-sociale neoliberista funzionale al grande capitale. I vari infami governi multicolori, con il puntuale sostegno dei sindacati collaborazionisti, hanno protervamente demolito le garanzie legislative del diritto al lavoro "sancito dalla Costituzione", deregolamentato e destrutturato il cosiddetto "mercato del lavoro" e le norme del collocamento pubblico, accelerata al massimo la multiforme "flessibilità" nei rapporti di lavoro e, per questo tramite, creato un precariato di massa - che sta sempre più dilagando - poco garantito e tutelato, senza diritti, ultrasfruttato.
"Adeguamento" ai cosiddetti - loro - "parametri di Maastricht" e alla - loro - "competizione internazionale" , capitalismo sempre più "selvaggio" o ultraliberismo: non è difficile capire perché ogni anno diminuiscono in media più di l00mila posti di lavoro stabili e, per converso, aumentano selvaggiamente i lavori cosiddetti "flessibili", a part-time, a tempo determinato, con contratto in affitto, oppure con un contratto parasubordinato.
"Nuovi lavori" o "lavoratori atipici": è chiaro che senza regole i milioni di giovani che entrano in questa marcia "new economy" del solito imperialismo si ritrovano del tutto privi di diritti, e le possibilità di regolare contrattualmente queste situazioni sono, evidentemente, inesistenti. Quanti siano, al momento, gli effettivi di questo esercito di "lavoratori atipici" non standardizzati e parasubordinati, come pure in quali tipologie di lavoro sono impiegati, ecc., è difficile dirlo per la frammentarietà delle notizie. Si parla di 6-7 milioni - ma in continuo aumento - di "atipici", con una sola certezza: sono senza diritti contrattuali, sindacali e previdenziali. Le definizioni con cui vengono chiamati questi lavoratori riflettono l'ambiguità della loro situazione: “collaboratori coordinati e continuativi”, “non contrattualizzati”, "para-subordinati", "socio lavoratore", "non standardizzati", “popolo del 10-12%” (cioè coloro ai quali viene operata la ritenuta previdenziale), "1avoratori autonomi di terzo tipo", "lavoro mobile", "lavoro autonomo di seconda generazione", e altre varie definizioni non di rado fantasiose come le forme di applicazione della “flessibilità”.
Le assunzioni avvengono ormai in gran parte mediante i contratti a termine e “atipici”. Le aziende adoperano questi contratti pure per fare la "selezione" delle assunzioni a tempo pieno. In pratica, chi si dimostra remissivo e accetta il ricatto aziendale ottiene il lavoro, gli altri, i "turbolenti", vanno a spasso.
Ma la tendenza dominante va in senso opposto: dal “posto fisso” al “posto mobile” o precario. Secondo i ripetuti dati INPS, infatti, emerge che le aziende costringono sempre più una quantità di lavoratori a contratto a tempo indeterminato a mutare il loro rapporto di lavoro come "collaboratore coordinato continuativo": in pratica continuano a fare il medesimo lavoro di prima ma sotto forma dì "lavoratore atipico", con tutte le conseguenze connesse.
I lavoratori "atipici" sono impiegati nei modi più disparati: nel campo dell'assistenza, dei servizi, del commercio, dell'editoria, dell'animazione, dell'informatica, della formazione, della comunicazione; ma altresì nel pubblico impiego e nell'industria. Lavoro "atipico" e massacrante a cui ricorrono non solo le piccole aziende, ma sempre più frequentemente e in quantità considerevoli le grandi, e non solo private, ma anche pubbliche.
Le aziende impongono a questi lavoratori - non inquadrabili né nel lavoro dipendente né in quello autonomo - condizioni di lavoro di illimitato sfruttamento e senza tutele: salari al di sotto del dovuto, orari “flessibilissimi” nella giornata e nella settimana, diritti inesistenti, libertà di licenziamento in qualsiasi momento, nessun versamento contributivo previdenziale, nessuna tutela della maternità.
Una situazione, insomma, che per molti versi ricorda l’epoca della prima nascente brutale “rivoluzione industriale”.
E va da sé che, al contrario di quella, che era in un certo senso “progressiva”, l’odierna arcireazionaria “rivoluzione industriale” imperialista riguarda in primo luogo la cosiddetta “nuova organizzazione del lavoro” e della produzione, ovvero la trasformazione della fabbrica fordista nella fabbrica integrata di “terza generazione”, automatizzata, informatizzata e flessibile, la quale si sta affermando sempre più come modello produttivo del capitalismo industriale. La transizione dal modello della “produzione di massa” alla cosiddetta “produzione snella” - più o meno mutuata dalle esperienze giapponesi - si sta, in effetti, sempre più consolidando, non solo nei settori della meccanica leggera, ma nel complesso della struttura industriale. Si tratta, in pratica, della necessità del superamento reale del modello fordista-taylorista - che ha segnato la storia industriale per buona parte del ‘900 - a partire non più dalle “turbolenze interne”, dalle tensioni con il sistema della forza-lavoro, ma dalle “turbolenze esterne”, dalle tensioni con il mercato e con una concorrenza a livello mondiale sempre più spietata.
Questa transizione alla “terza fase” è caratterizzata:
a) Nella sfera della produzione da un vero e proprio salto qualitativo tecnologico di vasta portata che segna il trapasso dal prevalere della tecnologia meccanica - rigida - a quello della tecnologia elettronica e informatica - flessibile -.
b) Nella sfera della circolazione dalla tendenziale prevalenza del “consumatore” sul “produttore” per quanto concerne volumi produttivi e caratteristiche del prodotto: in linea di principio, non sono più le condizioni del ciclo lavorativo a “decidere” dei volumi produttivi e delle caratteristiche del prodotto, ma sarebbero le “preferenze” del consumatore/cliente a “comandare” sulle modalità della produzione.
c) Dal superamento - nell’ambito delle caratteristiche merceologiche del prodotto - della standardizzazione fordista e dal continuo prevalere di criteri di spiccata differenziazione e personalizzazione accentuata.
d) Nella sfera organizzativa, infine, dalla crisi del decrepito modello burocratico centralizzato, basato sulla rigida scissura tra ideazione ed esecuzione, sulla formalizzazione e predeterminazione assoluta e complessiva delle operazioni lavorative, e sull’integrazione spinta dei vari e diversi segmenti del ciclo, con il passaggio a forme di sempre ulteriore flessibilità e relativa autonomia dei differenti livelli funzionali.
Tutto questo, ovviamente, congiunto a un nuovo rapporto con la forza-lavoro, a una “moderna” ricollocazione del lavoro vivo nel circuito di un rapporto di comando qualitativamente mutato: non nei suoi fini, ma nelle sue forme.
Il tentativo implicito nel sistema della "qualità totale" è quello di sostituire, nella coscienza dei lavoratori, a ciò che si produce il modo come si produce. Siffatto sistema ha come obiettivo, si dice, la qualità ed economicità del prodotto eseguito. Chi lavora, chi produce, partecipa a realizzare questo obiettivo padronale. In altri termini, si tende a far identificare il lavoratore non con il prodotto, ma con il modo di produrre. In questo tipo di sistema organizzativo l'escogitazione della "qualità totale" pretende di configurarsi come il contrario dell’alienazione. In realtà essa è un sistema totalizzante, poiché per funzionare necessita del coinvolgimento totale dei lavoratori e delle loro coscienze. Di fatto, un vero e proprio innalzamento di livello dell’alienazione, giacché crea o tende a creare nei lavoratori una falsa coscienza, una identificazione non con la classe ma con l'azienda. Affinché questo sistema funzioni, affinché la "qualità totale" funzioni compiutamente, è però - necessario "purificare" le coscienze dei lavoratori cancellando in esse l'idea stessa di una cultura antagonistica all'impresa, cancellando l'idea stessa di lotta di classe in concreto.
Alla "qualità totale" corrisponde in realtà un aumento dello sfruttamento dei lavoratori, un peggioramento delle condizioni di lavoro, un aumento nella gerarchia e dell'autorità sul lavoro. La "partecipazione" dei lavoratori - invocata e teorizzata ideologicamente - è finalizzata ai soli interessi del profitto e della competitività, e queste esigenze necessitano di una completa disponibilità nell’adattamento quantitativo e qualitativo della prestazione lavorativa. La massima flessibilità nelle mansioni e nell'orario, l'immediato e completo allontanamento dalla produzione dei "lavoratori eccedenti" sono apertamente citati nelle varie bibbie padronali sulla “qualità totale”.
Nei fatti, il "modello giapponese" - "qualità totale", "just in time" - è estremamente esposto al conflitto sociale.
Ma ancor più grave, in questo contesto, risulta essere la mancanza di un sindacato con una propria linea politica autonoma, non seppellita dentro le compatibilità del sistema, e sopratutto con inequivocabili valori di classe e di riferimento.
Il problema dell'avanguardia marxista-leninista, allora, è far crescere una coscienza di classe che nel frangente attuale - soprattutto per l'opera nefasta del vecchio e nuovo revisionismo - è a livelli molto bassi, far emergere una consapevolezza delle nuove forme e dei nuovi soggetti dello sfruttamento, fornire attraverso una programmatica formazione critica e rivoluzionaria gli strumenti per leggere le contraddizioni della fase odierna del capitalismo monopolistico di Stato nonché per costruire, su questa base e in sintonia con la lotta di classe, le rivendicazioni operaie in accordo con l'obiettivo strategico storico.

2.3. Non diversamente dagli altri paesi capitalistici "sviluppati", anche in Italia il capitalismo monopolistico di Stato sta sempre più rivelando la propria invalidità e la peculiare incapacità di risolvere i grandi problemi nazionali e internazionali e di dare uno sbocco alle esigenze sociali proprio in quanto indirizza il progresso tecnico-scientifico contro i lavoratori e frena questo stesso progresso. Tra la socializzazione e lo sviluppo, obiettivi delle forze produttive, che impongono una radicale trasformazione dei rapporti sociali, e l'incessante rafforzamento dell'egemonia monopolistica/oligarchico-finanziaria sulla società, che si oppone con tutti i mezzi a questa trasformazione, va sempre più scavandosi una contraddizione antagonistica.
Di qui la maturazione dei processi rivoluzionari che impongono la necessità del passaggio ad un nuovo, diverso, superiore ordine economico e sociale, il quale implica a sua volta l'eliminazione rivoluzionaria delle strutture economiche e politiche dell'oligarchia finanziaria, dei monopoli, la liquidazione dello Stato che li protegge e li sostiene molteplicemente, la collettivizzazione dei principali mezzi di produzione, l'accesso al potere della classe operaia e dei suoi alleati.
In effetti, per quanto reale sia la forza premente e pressante delle forze produttive materiali sui rapporti di produzione e per quanto necessario si riveli il loro rapporto reciproco, a decidere del passaggio rivoluzionario al socialismo sarà l'intervento consapevole delle forze operaie.
Ad esigere indifferibilmente questo intervento nel nostro Paese è lo stesso capitalismo monopolistico di Stato, i rapporti di produzione e le forme da esso generate, la loro relazione con le forze produttive e le sovrastrutture politiche ed ideali; e cioè il capitalismo con il permanere dei rapporti fondamentali di sfruttamento, il suo stadio odierno, un insieme organico che abbraccia tutti gli aspetti dell'attività sociale, con lo sviluppo dell'intervento statale e la sempre crescente interdipendenza tra monopoli/oligarchia finanziaria e Stato.
Un intervento che non ammette più dilazione imposto dalla rapidità dell'evoluzione del movimento sociale, dall'ampiezza delle trasformazioni in atto, dagli antagonismi sempre più acuti e dalle loro ripercussioni sull'esistenza umana; un intervento che non si può rimettere ad altro tempo medesimamente dettato dai grandi conflitti sociali che preannunciano la trasformazione rivoluzionaria della nostra società e il suo improcrastinabile passaggio al socialismo.
L'accelerazione del progresso tecnico-scientifico, l'internazionalizzazione della produzione, l'inflazione, la crisi monetaria nazionale e internazionale, le nuove forme ultrasfruttatrici della schiavitù salariale, il processo di formazione dei salari, la polarizzazione delle classi e degli strati sociali, la "nuova povertà" addizionata a quella ‘vecchia’, l'estensione delle lotte di classe...: questi fenomeni, la loro portata, la loro generale diffusione, il loro carattere permanente, la loro simultaneità conferiscono alle contraddizioni che ne derivano dimensioni tali che - al di là delle affermazioni trionfalistiche della classe sfruttatrice, dei suoi ideologi e del suo omogeneo "personale politico" - denotano senza ombra di dubbio una crisi profonda della cosiddetta “Azienda Italia”, una crisi globale del sistema: per l'intreccio, l'interdipendenza e l'interazione dei vari livelli, economico, politico, culturale.
Nei principali settori dell'attività economica è in atto un movimento di accelerata se non furiosa concentrazione del capitale e della produzione. I principali settori della produzione industriale si trovano ormai assoggettati al potere di pochi gruppi che, direttamente o indirettamente, controllano una parte rilevante e decisiva della produzione.
In pochi anni il processo di cartellizzazione ha assunto dimensioni sempre più considerevoli.
A fondersi non sono più soltanto medie società, ma società di peso massimo già a capo di veri e propri imperi industriali. Siffatte società tendono a formare dei colossali complessi dalle molteplici ramificazioni e con una potenza economica e politica altrettanto colossale.
Questo fenomeno di concentrazione monopolistica rende vieppiù incandescente e approfondito l'antagonismo già irriducibile tra coloro che, direttamente o indirettamente, posseggono i mezzi di produzione e ricevono il profitto del capitale nelle forme più diverse: utili d'azienda, interessi, ecc., e accumulano capitali (la fonte della valorizzazione dei capitali - vale a dire delle diverse forme di profitto capitalistico - è il plusvalore) e coloro che, per sopravvivere, dispongono solo della propria forza lavoro da scambiare contro un salario.
Ciò che caratterizza la nostra epoca, e la situazione italiana in particolare, è una più elevata funzione della classe operaia, produttrice dei valori materiali; intorno ad essa cresce obiettivamente in misura sempre maggiore e in tempi sempre più rapidi la massa dei lavoratori salariati che, con la classe operaia, rappresentano nel nostro paese i tre quarti della popolazione attiva. Strati sociali sempre più numerosi, un tempo costituiti da professioni indipendenti - artigiani, agricoltori, piccoli commercianti, ecc. - vanno ad ingrossare, per forza di cose, le file dei salariati. All'altro polo della società, il numero dei possessori dei mezzi di produzione tende a ridursi per il rapido concentrarsi del capitale e il rafforzamento dei monopoli capitalistici. In Italia come in tutti gli altri paesi capitalistici sviluppati i rapporti sociali, pur senza mutare in nulla i loro tratti caratteristici, la loro natura, sono quindi soggetti a profonde modifiche. Sia sul piano politico che su quello economico e sociale, dunque, va intensificandosi la polarizzazione dei rapporti sociali.
Se da una parte - nel “sociale” - lo Stato è sempre più assente, dall'altra è puntualmente onnipresente: il rafforzamento della sua funzione è caratterizzato in primo luogo dal finanziamento con mezzi pubblici della grande produzione monopolistica, orientato ad assicurare i profitti di monopolio.
Ciò che ne deriva è pertanto 1) una intensificazione dello sfruttamento della classe operaia e un'estensione dell'area di questo sfruttamento; 2) un rafforzamento della dominazione del capitale monopolistico sull'insieme degli strati sociali intermedi.
Di fatto, lo Stato contribuisce oggi sempre di più, in maniera decisiva, allo sviluppo dell'accumulazione capitalistica, alla concentrazione del capitale e della produzione fin su scala internazionale; esso è il decisivo apparato di sopravvivenza dei rapporti di produzione capitalistico-monopolistici.
Le 'esigenze' del capitale monopolistico si sono sfrenatamente accentuate negli ultimi anni non soltanto per effetto delle proprie leggi di sviluppo, ma anche a causa della più intensa e sempre più spietata concorrenza interimperialistica. La grande borghesia nostrana deve far fronte al continuo e sempre più incontenibile malcontento di masse sempre maggiori di popolazione. Ciò comporta, per la borghesia monopolistica/oligarchico-finanziaria, la necessità di accentuare tutti gli elementi costitutivi della sua politica.
A livello economico, ai fini della concentrazione monopolistica su scala internazionale, il settore non monopolistico è e dovrà essere sempre più completamente subordinato e sottomesso ai gruppi monopolistici dominanti (in particolare nell’agricoltura, in taluni settori del commercio, ecc.). In pari tempo si formano a ritmo serrato, con il sostegno attivo dello Stato, gruppi monopolistici cosmopoliti e aumentano considerevolmente gli innesti di capitali stranieri che minano le basi economiche essenziali dell'indipendenza nazionale.
Sempre più massiccio si fa l'aiuto diretto degli istituti finanziari pubblici o semipubblici alla produzione monopolistica. Il suo carattere selettivo si afferma ormai palesemente. I settori pubblici redditizi vengono aperti e sempre più ceduti al capitale privato (telefoni, autostrade, ecc. ecc.). Una parte rilevante del patrimonio pubblico viene sempre più trasferita al capitale privato o messa direttamente a sua disposizione. Di pari passo, si afferma la smaniosa voglia dei gruppi monopolistici di accumulare profitti mediante le attività estere e le esportazioni comprimendo il mercato interno.
Per un altro verso, il consumo popolare viene sempre più sistematicamente compresso. Le pressioni statali sui salari, l'aumento delle tasse per i salariati, il risparmio forzoso, il controllo della formazione professionale da parte dei monopoli, le molteplici forme dell'organizzazione della disoccupazione, ecc. sono fatti oggetto a continui interventi del "comitato della borghesia" o Stato.
Obiettivo prioritario, sempre più perfezionato e definito, è ormai il blocco di tutte le spese pubbliche che non servano immediatamente a fini di accumulazione del capitale monopolistico. Pensioni, prestazioni della previdenza sociale, spese di bilancio per la sanità, dei crediti pubblici per gli alloggi e i servizi civili collettivi, per l'istruzione, la ricerca scientifica, e così via, subiscono riduzioni su riduzioni e veri e propri azzeramenti.
Mentre gli ambienti dirigenti dei gruppi monopolistici e dello Stato s’interpenetrano più direttamente, le forze politiche massimamente reazionarie tendono a far blocco. L’aperta offensiva contro le "libertà democratiche" va sempre più generalizzandosi.
Per un altro verso, la malvivente borghesia oligarchico-finanziaria, la cui politica antisociale non può che generare malcontento popolare in continuo crescendo, intensifica i tentativi di integrazione ideologica dei lavoratori su tutti i piani, nazionale, locale, aziendale. A ciò si accompagna un'azione multiforme volta ad instaurare - grazie anche ai quietanzati sindacati collaborazionisti “co-gestionari” - una prassi di collaborazione di classe: il non nuovo e non ultimo truffaldino “azionariato operaio” dall'incidenza peraltro ridicola fa parte di questa strategia monopolistica.
Questa politica della grande borghesia, portata avanti e attuata dai suoi multicolori politicanti carrieristi, dai suoi multiformi governi e dal suo Stato, mascherando le vere cause delle difficoltà del sistema, e preoccupandosi unicamente di alcune loro conseguenze, non solo non attenua le contraddizioni, ma all'opposto: le accentua, ne crea di nuove, pone in essere le premesse per farle esplodere irrefrenabilmente.
La lotta di classe s'intensifica su ogni terreno. Prendendo coscienza delle possibilità di progresso offerte dall'odierno sviluppo tecnico-scientifico, organizzati nelle aziende e messi più direttamente a confronto con la potenza simbiotica dei monopoli e dello Stato nella lotta di tutti i giorni per le loro condizioni di lavoro e di vita, i lavoratori reagiscono con rinnovata tenacia e ferma determinazione contro il coacervo di "misure" e "provvedimenti" che tendono ad aggravare il loro sfruttamento. Scendono in lotta nuovi strati di salariati (insegnanti, ricercatori, ecc.). Larghi strati sociali non monopolistici, incluso il ceto medio urbano, sono in fermento e in movimento.
La stessa presunta "politica industriale" dei vari omogenei governi borghesi è, di fatto, una continua, crudele menzogna. L'accresciuta selettività, il passaggio più intenso al mercato internazionale, gruppi finanziari giganti, la pressante ricerca senza fine della redditività immediata, l'incessante eliminazione dei "settori sterili" e "morti": cos'è questa cosiddetta "politica industriale" se non la politica dell'oligarchia finanziaria, la politica dei monopoli sempre più 'fusi' e giganteschi? Cos'è questa "politica industriale" - fatta propria e furiosamente attuata anche dalla solerte cosiddetta "sinistra" - se non un vero e proprio nodo scorsoio che strangola sempre più l'economia italiana nella morsa di un pugno di grandi gruppi finanziari di dimensioni transnazionali?
Questo stato di cose e lo stesso progresso delle forze produttive, esigono quindi, sempre più imperiosamente nelle condizioni odierne dell'Italia, la fine del dominio della borghesia oligarchico-finanziaria, dei monopoli privati e del loro Stato.
Di fatto, il capitalismo monopolistico di Stato ha irreparabilmente imboccato la via della centralizzazione e della concentrazione intensa del capitale e della produzione, la via del rafforzamento della funzione economica e dei 'piani' e pianificazione monopolistica, la via del finanziamento pubblico della produzione monopolistica. La via, in altri termini, del riconoscimento di fatto del carattere sempre più globalmente sociale della messa in opera delle forze produttive nella nostra epoca e della necessaria, urgente e vitale trasformazione dei rapporti di produzione.
Ma su questa via ci sono 'confini', limiti che il capitalismo monopolistico di Stato non può oltrepassare senza mettere a repentaglio il profitto monopolistico e lo stesso monopolio capitalistico, senza mettere a repentaglio la base stessa del potere dell'oligarchia finanziaria, del dominio della grande borghesia monopolistica.
Precisamente perché non è in grado di varcare questi limiti il capitalismo monopolistico di Stato non può trasformarsi di 'moto proprio', di 'propria volontà', in modo graduale - secondo la non nuova idea e prassi degli odierni rampolli statalborghesi di quel tristo revisionismo secondinternazionalista che rispondono al nome di “Partito della Rifondazione comunista” e “Partito dei Comunisti Italiani” -, in socialismo ed è necessario l'intervento fermo e risoluto della classe operaia e dei suoi alleati per passare dall'antisociale, antiumano e disumano capitalismo monopolistico di Stato al sistema dei lavoratori, al sistema sociale umano in sommo grado: al socialismo.
Odiernamente nel nostro paese sono presenti tutte le condizioni materiali e sociali del passaggio al socialismo. Queste condizioni, però, non possono in alcun modo, di per se stesse, convincere le masse che il passaggio alla collettivizzazione socialista si impone come una necessità conforme agli interessi vitali dei lavoratori, del popolo, del paese, di tutta l'umanità. Quantunque sussistano le condizioni reali, oggettive (base materiale) del passaggio al socialismo, ancora non ne sono state realizzate le condizioni soggettive (presa di coscienza) a causa del nefando operato - passato e presente - del riformismo/revisionismo.
L'esistenza delle basi materiali del socialismo non può in alcun modo sostituirsi alla necessaria azione operaia sulla borghesia monopolistica; al contrario, l'azione delle masse lavoratrici è un fattore di fondamentale importanza. L'instaurazione di un nuovo e più avanzato regime può essere realizzato unicamente mettendo in movimento "l'immensa maggioranza a vantaggio dell'immensa maggioranza" (Marx-Engels).
In questa lotta il PCIM-L, l'avanguardia marxista-leninista ha una responsabilità di primo piano, in quanto è guida e direzione della classe operaia. Nella principale sfera di attività degli uomini - la produzione materiale -, il ruolo della classe operaia è determinante. E' la classe operaia che produce tutta la ricchezza sociale. Per naturale conseguenza essa è la prima e diretta interessata alla liquidazione dello sfruttamento capitalistico e del sistema imperialista, quali che siano le forme di cui si ammantano. Pertanto, la classe operaia è la prima interessata anche allo sviluppo delle forze produttive e all'organizzazione socialista della produzione e della società. In questo senso, la classe operaia agisce sì per la propria liberazione, ma in pari tempo per quella dell'intera società. Per tale ragione, per raggiungere i suoi obiettivi la classe operaia deve tener conto dei mutamenti continui che avvengono nella società, nella coscienza degli uomini e nelle condizioni della lotta.
Per assolvere questi compiti, il PCIM-L si sforza di applicare nella pratica i capisaldi del materialismo dialettico e storico. In forza di questa concezione del mondo, il PCIM-L è in grado di dimostrare che nella natura, nella società e nel pensiero tutto è in continuo movimento, e che la trasformazione sin dalle fondamenta, rivoluzionaria della società è possibile facendo leva sulle leggi che regolano tale movimento. Il PCIM-L si adopera tenacemente affinché tutte le forze operaie primieramente, e in generale tutte le forze antagoniste, prendano coscienza di questo indubitabile e inconfutabile fatto.
Il socialismo deriva la sua forza basilare dall'attività creativa delle masse lavoratrici stesse. Nel nostro paese, l'alto grado di socializzazione delle forze produttive, le lotte sempre più vigorose della classe operaia, l'approfondimento delle contraddizioni e della crisi generale del capitalismo monopolistico di Stato - la cui generalizzazione si manifesta in tutti i maggiori paesi imperialisti -, la simbiosi mutualistica tra economia e politica, tutti questi elementi pongono in essere le condizioni concrete, oggettive che rendono necessario e inderogabile il passaggio al socialismo.
E' sui dati fondamentali dell'analisi concreta del capitalismo monopolistico di Stato che si fonda il programma del PCIM-L, il cui obiettivo basilare è la rivoluzione socialista, la società sotto la direzione del proletariato.
Il capitalismo monopolistico di Stato, in quanto fase ultima, suprema del modo di produzione capitalistico nel suo stadio imperialista, esaurisce le potenzialità, le energie storiche del capitalismo.
La macchina mostruosa capitalistica, pur perdendo colpi, funziona ancora, a prezzo di sempre più vittime, ma è ormai superata dalla storia. Essa mette nelle mani del proletariato, di tutti gli sfruttati e oppressi gli strumenti materiali e sociali per la liquidazione dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, per mettere fine una volta per tutte all'oppressione dei popoli e alla rapacità dell'imperialismo. E i lavoratori si impadroniscono di tali strumenti per tradurre in realtà il grande anelito di liberazione che ispira i popoli, per instaurare una società in tutto e per tutto diversa e sommamente umana: il socialismo e poi ancora il comunismo, nel quale il regno della libertà succederà a quello della necessità.


3. Classe operaia: classe in crescita

I rilevanti mutamenti socio-economici che sono avvenuti nella società capitalistica - conseguenza diretta della rivoluzione tecnico-scientifica e dell'approfondimento del processo di socializzazione della produzione e del lavoro - hanno ulteriormente acuita e approfondita la contraddizione "borghesi-proletari". Questi mutamenti hanno toccato in primo luogo la classe operaia, che è cresciuta non soltanto numericamente, ma altresì sul piano spirituale e - per quanto riguarda la sua avanguardia - anche sul piano ideale e politico.
Con l'estendersi della sfera d'azione del capitale a settori di attività nei quali dominava un tempo la piccola borghesia, la piccola proprietà privata (agricoltura, artigianato, commercio, tempo libero, ecc.), contadini e ceto medio urbano vedono ridursi - incessantemente e a ritmi sempre maggiori - i loro effettivi e, per conseguenza, la loro funzione sociale.
In compenso, si ingrossano le file dei salariati: il loro numero va aumentando sensibilmente, soprattutto tra i giovani. Di fatto, i salariati rappresentano oggi - in particolare in Europa, Giappone, negli USA e nei paesi più sviluppati dell'America Latina - più dei tre quarti della popolazione attiva. Tra i salariati, la classe operaia costituisce la forza più rilevante: i suoi effettivi aumentano e il suo grado di concentrazione si eleva quanto più aumenta la funzione della grande industria, cardine dell'attività capitalistica. Inoltre, in forza della crescente socializzazione della produzione, nuovi settori divengono a pieno titolo produttori di plusvalore. La stessa complessità del processo produttivo tende, in misura sempre maggiore, a modificare la composizione della classe operaia rafforzando - pur se in modo contraddittorio nelle condizioni capitalistiche - la funzione del lavoro intellettuale direttamente legato alla produzione.
In sostanza, ha trovato piena conferma la previsione dei fondatori del comunismo scientifico sulla crescente proletarizzazione della società capitalistica: nel capitalismo il lavoro si trasforma sempre più in lavoro salariato e i mezzi di produzione in capitale. Nella fase del capitalismo monopolistico di Stato lo sfruttamento del lavoro si estende e si approfondisce e costituisce - di fatto - un sistema complessivo, a livello dell'intera società.
In effetti, la vita torna quotidianamente e inesorabilmente a confermare e a riaffermare in tutto e per tutto l'analisi marxista-leninista della sostanza e della dinamica di sviluppo delle classi principali della società capitalistica. Soltanto attraverso il metodo marxista-leninista è possibile interpretare i recenti mutamenti nella struttura sociale del capitalismo contemporaneo e la posizione, nel suo seno, della classe operaia.
Nella nostra epoca, vale a dire nell'epoca dell'imperialismo, la contraddizione tra borghesi e proletari assume di fatto un carattere internazionale. L'aumento numerico della classe operaia si registra non solo nei paesi capitalisti sviluppati e "in via di sviluppo", ma, in misura sempre maggiore, anche nell'ex mondo coloniale. Marx osservava che, in linea di principio, l'esistenza del proletariato è possibile soltanto “in senso storico universale”. Odiernamente la classe operaia esiste effettivamente su scala mondiale, "storico-universale", il mondo intero è diventato sfera della sua attività sociale. Ciò significa, in pratica, che tutto il mondo è diventato sfera d'azione della contraddizione "borghesi-proletari": non solo oggettivamente, ma anche soggettivamente.

3.1. I nemici odierni del progresso sociale dell'umanità, ovvero la grande borghesia e i suoi multiformi ideologi, tentano di dimostrare che le tesi marxiste-leniniste sulle classi della società capitalistica sarebbero "ormai invecchiate". La classe operaia, secondo costoro, avrebbe perduto la sua posizione oggettiva di principale antagonista del capitale monopolistico e di forza decisiva del processo sociale. In pratica l'operaio moderno avrebbe perso i tratti distintivi di proletario evidenziati da Marx ed Engels. Tali affermazioni, com'è noto, costituiscono l'asse portante della tesi della presunta "deproletarizzazione" della società capitalistica, fenomeno che dovrebbe smentire la tendenza messa in luce da Marx sulla crescente polarizzazione di classe.
In realtà ciò che caratterizza la posizione del proletariato nel sistema capitalistico è il suo rapporto coi mezzi di produzione. Esso è privo di mezzi di produzione, è l'oggetto dello sfruttamento capitalistico e, di conseguenza, nel processo di produzione gli è riservata una posizione subalterna. Proprio qui, secondo i fondatori del marxismo, stanno le radici oggettive del suo spirito rivoluzionario. Gli elementi componenti - distintivi - della condizione sociale del proletariato, messi in luce dal marxismo-leninismo, sono massimamente tipici anche dell'odierna classe operaia dei paesi capitalistici.
Marx, Engels, Lenin, Stalin non hanno mai considerato le classi sociali come categorie statiche. Nel mettere in rilievo la funzione di avanguardia degli operai industriali, essi - tra l'altro - hanno incessantemente ed energicamente combattuto i tentativi di definire "proletario" i soli operai industriali. Nel criticare le concezioni dei populisti Lenin diceva che la "missione" del capitalismo "viene adempiuta dallo sviluppo del capitalismo e della socializzazione del lavoro in generale, dalla creazione del proletariato in generale, nei confronti del quale gli operai di fabbrica e di officina assolvono solo la funzione di schiere avanzate, di avanguardia" (V.I. Lenin, “Che cosa sono gli ‘amici del popolo’”).
Le affermazioni interessate dei teorici della "deproletarizzazione" sono in palese contrasto con la realtà. Nei fatti proprio la rivoluzione tecnico-scientifica comporta una crescita numerica e qualitativa della classe operaia, una sua estensione in forza dell'accentuata differenziazione sociale del personale tecnico e impiegatizio e della proletarizzazione di una considerevole parte di esso nel capitalismo monopolistico di Stato.
Un'altra tesi che non trova e non può trovare riscontro nella realtà sarebbe quella in base alla quale la rivoluzione tecnico-scientifica, facendo decrescere l'incidenza del lavoro manuale, avrebbe di conseguenza ridotto la consistenza numerica - assoluta e relativa - della classe operaia rispetto a tutta la popolazione. La realtà è però tutt'altra, e cioè che i mutamenti intervenuti nella struttura della popolazione lavoratrice, incluse le nuove categorie professionali originate dalla moderna produzione, rafforzano, consolidano incessantemente le posizioni della classe operaia.
La fase odierna di sviluppo del capitalismo conferma pienamente anche le tendenze di sviluppo della classe borghese messe in luce dalla teoria marxista-leninista, in primo luogo la dissociazione della borghesia da una partecipazione diretta alla produzione, determinata dal ruolo dominante del capitale finanziario. Ciò rende chiara testimonianza dell'inutilità, dell'inessenzialità della borghesia ai fini della produzione sociale e non, ovviamente, della sua presunta scomparsa come classe.
I fatti - e i misfatti - del capitalismo dal XIX secolo sino ai nostri giorni hanno confermato punto per punto le conclusioni dei classici del marxismo-leninismo sull'inevitabile rovina e differenziazione economico-sociale dei contadini. Nella moderna agricoltura capitalistica si è registrata e continua a registrarsi una massiccia e accelerata emarginazione delle piccole e medie aziende agricole. Nel nostro paese tale situazione impone al PCIM-L un'opera capillare, in quanto essa crea, in effetti, le nuove premesse per l'alleanza dei contadini con la classe operaia.
Ai fondatori del marxismo-leninismo non sono passati inosservati i mutamenti allora appena delineatisi nella struttura dei ceti medi per effetto dell'aumento del personale impiegatizio e dell'espansione della sfera non produttiva. Nel tener conto della duplice e contraddittoria posizione economica e sociale degli intellettuali, del ceto impiegatizio, essi rilevavano perspicacemente le nuove tendenze che implicavano un loro accostamento al proletariato.
La realtà stessa, dunque, conferma e riafferma la giustezza e la pregnante validità dell'analisi marxista-leninista della sostanza e della dinamica di sviluppo delle classi principali della società capitalistica.
La vita stessa, in sostanza, smentisce in tutto e per tutto le interessate affermazioni di chi - gli ideologi della borghesia e del riformismo - vorrebbe 'demolire' e 'liquidare' l'analisi marxista-leninista oggettiva sulle classi nella società borghese, sulla funzione della classe operaia e sulla sua grande missione storica.

3.2. In Italia come in tutto il mondo capitalistico la classe operaia è una classe in continua crescita. Odiernamente essa comprende i lavoratori manuali produttori di plusvalore e quelli, sempre più in aumento, che contribuiscono alla produzione di plusvalore con il loro lavoro intellettuale o che esplicano operazioni ausiliarie diverse. La proposizione che risulta dalle premesse oggettive è dunque la seguente: a comporre la classe operaia non sono soltanto i proletari dei campi, delle fabbriche, dei cantieri e delle miniere, che ne formano il sostegno interno, ma anche il complesso dei salariati che partecipano direttamente alla preparazione e alla realizzazione della produzione materiale.
Dunque parliamo, ad esempio, di tecnici di fabbricazione, di una parte di occupati nel campo dell'ingegneristica, nonché dei lavoratori che contribuiscono a portare a compimento il processo di fabbricazione: imballaggio, immagazzinamento, telecomunicazioni, trasporti, ecc.
E' indifferente, per la loro appartenenza di classe, se un buon numero di questi operai abbiano come diretto padrone lo Stato, dato che questo, completando la borghesia monopolistica, interviene nel meccanismo della produzione materiale come in quello dello sfruttamento.
L'appartenenza alla classe operaia, quali che siano la natura - manuale o intellettuale - e la sfera - privata o pubblica - nelle quali si svolge tale lavoro, risulta dal fatto di non possedere alcun mezzo di produzione; dal fatto di produrre merci; dal non partecipare ad alcuna incetta di plusvalore. Queste indicazioni mettono in rilievo il principio dell'appartenenza alla classe operaia, vale a dire la creazione di plusvalore nella sfera della produzione materiale. Ora, determinare la natura della classe operaia in modo da distinguerla da altro, in base al criterio della produzione, implica altresì che, essendo strettamente legata alle moderne forme di produzione, la sua forza componente si evolve parallelamente al processo di perfezionamento delle forze produttive materiali ed umane.
L'odierno processo produttivo - sempre più complesso e intrecciato - tende ad accentuare la differenziazione della classe operaia, scandendone altresì il ritmo del rinnovamento. L'aumento numerico degli operai specializzati, senza una vera e propria qualifica, è caratteristica di questa differenziazione. Odiernamente essi rappresentano circa un terzo della classe operaia. Gli operai professionali, comprendendo più di un quarto della classe operaia, assorbendo nel lavoro manuale una rilevante parte del lavoro intellettuale, continuano nondimeno ad esplicare un ruolo di primissimo piano.
Ad originare il processo di differenziazione e rinnovamento, è anche lo stesso processo rigenerativo della manodopera nei servizi produttivi dei settori industriali in cui il lavoro si svolge in serie e a catena. Altrettanto si può dire per ciò che concerne l'apporto, sempre più consistente, di manodopera rurale, massimamente nelle aziende di nuova creazione, o anche dell'enorme rilevanza assunta in specifici settori e aziende dai lavoratori immigrati.
Ma l'analisi dei cambiamenti in atto nella composizione della classe operaia, non può prescindere dalla constatazione della profonda unità di aspirazioni e di azione di questa classe. Attualmente, nella classe operaia - in particolare italiana -, è in corso un processo contraddittorio di diversificazione e unificazione.
Nuovi strati di lavoratori salariati si integrano nella classe operaia; non solo: assumono un carattere produttivo sfere di attività che nel recente passato non facevano minimamente parte della sfera della produzione materiale e che divengono odiernamente, a pieno titolo, produttori di plusvalore. Per di più, numerose operazioni del settore della distribuzione rappresentano il diretto prolungamento del processo produttivo.
Al contrario di quanto sciorinato e propalato dai vari istituti statali di rilevazione con la loro restrittiva, addomesticata e funambolica "statistica" - da Stato, nel senso politico - e i loro "dati", gli effettivi della classe operaia aumentano considerevolmente ad onta dei "dati" e dei latrati dei mastini del capitale. Oggi - segnatamente in Italia -, la classe operaia, così come l'abbiamo specificata, rappresenta oltre la metà della popolazione attiva, incluse molte delle cosiddette "nuove professioni". L'incidenza specifica e sempre più determinante delle maggiori aziende industriali, risultato dell'accumulazione del capitale e dell'accresciuta interconnessione e interdipendenza delle attività sociali, aumenta nella vita del paese parallelamente all'incidenza delle grandi concentrazioni urbane; di qui il rafforzamento della funzione sociale e politica della classe operaia.

3.3. Scuotendo il modo di produzione feudale, e sostituendosi ad esso, il capitalismo ha introdotto una forte, accentuata specializzazione del lavoro. Di più: esso ha ridotto la gran massa degli operai a fornire solo, in tutto e per tutto, un lavoro semplificato, ripetitivo, parcellizzato. Per conseguenza l'attività intellettuale e scientifica si è trovata dissociata e isolata dal lavoro manuale.
Così stavano le cose in passato. Oggi invece con il progresso delle tecniche, con lo sviluppo del lavoro complesso nell'industria e la crescita numerica dei lavoratori non manuali, diviene sempre più difficile dissociare attività manuale e attività intellettuale. Per vero, lo sviluppo delle forze produttive conferisce presentemente un'importanza di primo piano al lavoro intellettuale, pur rafforzando - in modo contraddittorio nelle condizioni del capitalismo monopolistico di Stato - la meccanizzazione e il carattere parcellare dell'attività produttiva nel suo complesso.
A determinare e ad imporre sempre più la necessità di una nuova unità tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, è lo stesso livello di socializzazione dell'intera attività produttiva. Il modo di produzione capitalistico, però, non è assolutamente in grado di concretizzare questa unità, pur tendendovi oggettivamente. A riprova di questa incapacità è sufficiente rivolgere l'attenzione al duplice movimento del lavoro intellettuale nella grande produzione moderna: liquidato per un verso (parcellizzazione accentuata, isolamento della ricerca, ecc.), esso compare di nuovo sotto un altro aspetto (nuove qualifiche di certi lavori).
In effetti l'attività manuale rimane ancora l'elemento di maggiore prevalenza dell'intero processo produttivo. Teorici borghesi sostengono che "tra breve", il personale scientifico costituirà - nelle condizioni capitalistiche - all'incirca la metà, se non di più, dei lavori produttivi. Nel tempo presente, però, siamo ben lontani da questo punto di arrivo. A questo proposito va detto che tra lavoro intellettuale e produzione materiale c'è sempre un "terzo incomodo", cioè, fuor di metafora, esiste sempre un intermediario, vale a dire l'intervento della macchina o dello strumento. Di fatto uno studio, un piano, le linee principali di un disegno, ecc. non sono in alcun modo, di per sé, dei prodotti, ma elementi che concorrono alla produzione. Ciò che integra questi elementi nel processo concreto di produzione è sempre e solo il lavoro manuale.
Dimodoché via via che la produzione specificatamente capitalistica si perfeziona, diviene compiuta in ogni sua parte, il rapporto esistente tra il lavoro concreto e la produzione di merci tende inevitabilmente a modificarsi. Particolarmente il progetto - il disegno, lo studio, ecc. - diviene preparatoriamente, in misura sempre più crescente, una componente, un elemento del processo concreto di produzione, saldandosi con il lavoro produttivo e - al pari del lavoro manuale - tendendo a divenire, come scrive Marx, il "prodotto comune di un lavoratore complessivo […] le cui membra hanno una parte più grande o più piccola nel maneggio dell'oggetto del lavoro" (Il capitale, 1,2).

3.4. Gli ideologi del capitalismo monopolistico sostengono che oggi sarebbe in atto una "nuova svolta epocale" che si concluderà con l'affermazione di una "nuova società che sarà al tempo stesso non-socialista e post-capitalistica", una società in cui "non esisterà più la contrapposizione tra proletari e capitalisti", perché tutto ruoterà attorno alla "conoscenza applicata".
Ma qual è la realtà?
La presunta "nuova svolta epocale" sarebbe dovuta al dilagare dei computer, cioè all'informatica. Negli ultimi quarant'anni l'industria dei calcolatori elettronici è divenuta un settore decisivo dell'economia, un settore di fondamentale importanza per lo sviluppo delle forze produttive.
Gli stupefacenti sviluppi delle tecniche e del mercato, al contempo causa ed effetto dello sviluppo dei bisogni di informazione, interessano tutti i settori della vita sociale, produzione, gestione delle aziende, ricerca, lavori amministrativi, ecc.
Con il progredire dell'industria dei calcolatori è sorto parallelamente un nuovo ramo industriale: l'informatica, che sviluppa le tecniche di trattamento automatico dell'informazione e l'installazione di sistemi informatici.
La caratteristica di maggiore importanza del trattamento automatico dell'informazione consiste in una ben precisa specificata capacità: di integrare, di raccogliere informazioni varie per natura ed origine, per cavarne informazioni utili ad una determinata azione. In tal modo, non soltanto possono essere meccanizzati molteplici lavori, ma vengono a moltiplicarsi sia l'efficacia che la rapidità dell'azione umana.
L'impiego copioso dei calcolatori elettronici provoca un rinnovamento radicale delle strutture industriali e dei modi di gestione.
Il trattamento automatico dell'informazione tende ad integrare attività dissimili, diverse tra loro, quali la gestione dei processi industriali e la regolamentazione delle aziende, ovvero dell'economia del paese. Questa tendenza è il riflesso concreto della crescente socializzazione delle forze produttive.
L'informatica è in pari tempo fattore di concentrazione (in forza dei mezzi che vanno messi in opera) e fattore di decentralizzazione (in quanto libera i vari organismi da compiti materiali e ripetitivi).
Ora, pensare che l'informatica possa portare ad una sorta di "democrazia diretta", per la quale ogni informazione sia programmata o diffusa od ogni opinione personale registrata e totalizzata, significa semplicemente aver preso una cantonata.
L'informatica suscita non poche illusioni, anche in certi strati di lavoratori. "New economy", "Cyber-lavoro", "Internet-impiego": la spudorata cyber-retorica o cyber-mistificazione capitalistica non conosce limiti quando si tratta di far spendere danaro, illudere, ingannare, far deviare, supersfruttare. Per chi cerca lavoro, secondo la propaganda capitalistica, "non è moderno" la lotta organizzata contro questo marcio sistema: basta farsi il computer, e soprattutto "navigare in rete", e il lavoro, la "ricchezza" e il "benessere" si materializzeranno come per incanto dalla... "virtualità"! L'ideologia dominante inculca "nei giovani" l'idea che "viaggiare in rete" può rendere "miliardari". Ma se grattiamo la "new economy", vedremo spuntare la solita putrefatta "old economy" .
Queste illusioni, unitamente alla mistica del 'computer' e al mistero che circonda l'informatica, vengono infatti sfruttate sino alla feccia dal potere al servizio dei monopoli per condurre un'intensa attività ideologica, per imporre alle masse le linee programmatiche della pianificazione monopolistica; vengono sfruttate dall'ideologia tecnocratica per alimentare il mito di un piano "obiettivo" indipendente dagli antagonismi di classe in quanto messo a punto e posto in essere per mezzo di un modello matematico, risolto in forza di un mastodontico calcolatore.
L'evolversi dell'informatica introduce un cambiamento effettivamente qualitativo nella misura in cui il trattamento automatico dell' informazione permette di integrare la gestione, l'attività scientifica e i problemi industriali. Per mezzo della raccolta e del trattamento delle informazioni di ogni sorta vengono controllati tutti gli aspetti della vita aziendale.
Tutto ciò offre il destro, ai dirigenti delle aziende monopolistiche, per sottoporre in modo sistematico l'intera attività della ditta sul piano tecnico-economico-sociale ai comandi e ai comandamenti del profitto.
Già dalle sue origini la gestione capitalistica tendeva ad integrare tutti i livelli. Odiernamente diviene possibile - in forza dei calcolatori - combinare sempre più strettamente - pur se in modo contraddittorio - tutti questi fattori.
Questo stato di cose al livello aziendale rispecchia fedelmente il crescente dominio del capitale monopolistico su tutti gli aspetti della società.
Le nuove strutture che l'informatica genera, le sue forme di sviluppo, la sua incidenza sul piano economico e sull'aumento delle forze produttive, non possono venire isolate dalla finalità del sistema economico, politico e sociale.
Gli ideologi del riformismo, seguendo le orme dei difensori del capitalismo e in particolare della politica dei monopoli, sostengono che l'informatica, per la sua stessa logica, porterebbe alla "socializzazione" senz'altro. In realtà ad una "socializzazione" - ed è questo il punto cruciale su cui i riformisti sorvolano - che non intaccherebbe in nessun modo e in nessun caso la proprietà dei principali mezzi di produzione.
Proprio perché l'informatica è uno strumento di dominio del processo produttivo, il punto nodale da chiarire è uno solo: in mano a chi si trova questo strumento e in funzione di quali finalità esso viene impiegato.
In una società come quella italiana dominata dai monopoli, l'impiego dell'informatica e il suo sviluppo riflette una sola razionalità: quella dei rapporti di produzione capitalistici. A questo titolo, l’informatica è un fattore di inasprimento delle contraddizioni proprie del capitalismo monopolistico di Stato.
Sostenere, come fanno i riformisti-revisionisti, che la logica interna dell'informatica porterebbe - senza toccare la proprietà dei principali mezzi di produzione - dritti dritti al socialismo, ovvero, come sostengono gli ideologi del capitale, che la "conoscenza applicata" darà vita ad una "nuova società che sarà al tempo stessa non-socialista e post-capitalistica", che l'informatica sarà in grado, di per se stessa, di sopprimere l'antagonismo di classe e mutare la natura del capitalismo, significa semplicemente ingannare le masse.

3.5. I grandi pensatori del capitale sostengono che in una "società sviluppata" il centro del sistema produttivo non starebbe più nella grande industria, ma nel "sapere" e nelle "tecniche"; che il potere non sarebbe più legato all'accumulazione della ricchezza e del profitto ma a quella delle "conoscenze". In realtà, non nel sapere "in sé" risiede il fattore decisivo della produzione, ma nelle cognizioni di carattere tecnico-scientifico materializzate nei mezzi di lavoro; pur con tutta l'incidenza relativamente crescente del personale tecnico-amministrativo, la forza umana decisiva nella produzione su vasta scala rimane quella che lavora direttamente a contatto con questi mezzi di lavoro ed unitamente ad essi si sviluppa qualitativamente, vale a dire la classe operaia.
Al contrario di quanto tentano di dare ad intendere i ciarlatani ideologi borghesi, secondo i quali "il valore sarà creato dalla conoscenza applicata", l'importanza della produzione materiale è dovuta al fatto che, riproducendosi, la società non ricostituisce soltanto le proprie condizioni materiali di esistenza, ma ricostituisce pure i propri rapporti sociali. Chiaramente, questo non vuol dire affatto che i lavori produttivi siano i soli utili. E' bene sottolineare anzi che le attività relative all'organizzazione degli uomini, alle prestazioni dei servizi individuali e collettivi, all'elaborazione e alla trasmissione delle idee, hanno e avranno un'importanza sempre maggiore per la società moderna. In effetti, ogni società sviluppata comporta per forza di cose, necessariamente, attività produttive e attività non produttive.
Pur tuttavia, la società capitalistica odierna e, dopo di essa, la società socialista, rimangono fondate sulla produzione, e ciò si manifesta nella funzione esercitata dalla proprietà dei mezzi di produzione materiali nel contesto economico. In futuro come per il presente, la produzione materiale è e sarà la condizione necessaria per la sopravvivenza della società.
Sino a quando, per sopravvivere la società sarà costretta a raffrontare ciò che consuma e ciò che produce, i propri mezzi e i propri risultati, essa rimane socialmente organizzata sui fondamenti della produzione. Ora, quale classe fornisce la produzione materiale, e quindi la ricchezza sociale, il "valore"? E' incontestabile: soltanto la classe operaia. Dare ad intendere sin d'ora, come fanno gli squallidi ideologi del capitale, che la produzione materiale e le attività improduttive - sempre più indispensabili peraltro - siano equipollenti, cioè che si equivalgono, vuol dire: o mettere in ombra l'importanza della proprietà dei mezzi di produzione e dei rapporti di produzione nella società; o sostenere, contro ogni evidenza, che la società attuale è pervenuta ad un tal grado di abbondanza dei mezzi materiali di produzione e di consumo che le consente di spendere e spandere, senza limiti; in un modo o nell'altro, l'obiettivo è lampante: svilire, minimizzare la funzione della classe operaia.
Il futuro economico dei paesi capitalistici cosiddetti “sviluppati” dipenderà ancora per moltissimo tempo, innanzitutto, dall'incremento, dai progressi che la società saprà realizzare nella produzione. Non solo: all'inverso di quanto sostiene il mucchio nostrano e internazionale degli "economisti volgari", sociologisti, e simili, che insiste sulla “computerizzazione” dell'uomo moderno, lo sviluppo tecnico non annulla, non elimina la funzione dell'uomo, del lavoro vivo, nella produzione, ma lo disloca dalle attività ripetitive, meccaniche, verso lavori di maggior impegno intellettuale. Per tale ragione, la classe dei produttori di ricchezza materiale - la classe operaia -, con tutte le sue componenti - lavoratori manuali e alcuni lavoratori intellettuali - non è in alcun modo e maniera "superata" dal progresso tecnico-scientifico, al contrario: esso le fa assumere una funzione sempre più importante e accresce le sue capacità creative su scala sociale. Di fatto, la composizione della classe operaia si evolve a misura che si perfezionano le forze produttive materiali ed umane.
Pur evolvendosi nella sua composizione, la classe operaia rimane una classe in continuo sviluppo. Tale è la legge dello sviluppo del capitalismo. La rivoluzione tecnico-scientifica ha mutato le condizioni della lotta della classe operaia, ma non ha minimamente intaccato la necessità che la classe operaia adempia la sua missione storica di becchino del capitalismo. Di più: il progresso tecnico-scientifico esige dalla classe operaia l'immediata realizzazione della trasformazione socialista della società!
La combattività della classe operaia italiana e di tutto il mondo imperialistico conferma e riafferma la funzione fondamentale e vitale della lotta di classe nello sviluppo dell’umanità. Il progresso economico - e con esso lo sviluppo sociale - si realizza infatti soltanto attraverso dure e durature lotte di classe. E' soltanto nell'azione degli uomini che le leggi oggettive della società si realizzano. E la lotta di classe è precisamente l'azione degli uomini sulle leggi della società. Ma le lotte della classe operaia non hanno soltanto un mero significato di classe: lottando per la propria emancipazione, la classe operaia è destinata ad emancipare l'intera società.
Altrettanto palmare è il fatto che nella rivoluzione tecnico-scientifica la crescita della produttività del lavoro non è dovuta alle “macchine”, bensì ai lavoratori, alla classe operaia: essa rimane la prima forza produttiva della società, e non "le macchine"; non sono queste che generano gli uomini, ma questi che creano e attivano quelle secondo il grado di sviluppo conoscitivo tecnico e scientifico raggiunto.
Oggi, rendersi conto dei motivi determinanti e delle forme dello sfruttamento capitalistico, significa rendersi conto della propria condizione di salariato; del ruolo che si svolge economicamente, politicamente, socialmente, storicamente; significa quindi non rendersi a patti, ovvero non arrendersi agli sfruttatori. Significa, in altri termini, intendere la necessità di un cambiamento rivoluzionario dei rapporti capitalistici di produzione. In questo senso, nei vari settori lavorativi della produzione, nella società intera, è volta la molteplice opera del PCIM-L.


4. La necessità – dal basso – di un Sindacato di classe e rivoluzionario

Da lungo tempo ormai è in atto una crisi profonda e irreversibile della rappresentanza sindacale. La politica collaborazionista, il burocratismo che soffoca la vita democratica interna del sindacato, il crescente distacco dei vertici di CGIL-CISL-UIL - diventate ormai un sindacato corporativo, cogestionario, cinghia di trasmissione del sistema dei padroni e del loro Stato - dalla classe operaia e dalle masse lavoratrici, si sono tradotti in moltissimi lavoratori e lavoratrici in abbandono e rifiuto con un rilevante calo del tesseramento in diverse categorie; per molti altri lavoratori e lavoratrici in nuove esperienze di autorganizzazione.
Perché questo scadimento della rappresentanza sindacale?
Innanzitutto: il sindacato deve essere soltanto una semplice organizzazione per migliorare giorno dopo giorno la vita dei lavoratori? Per i comunisti la risposta è univoca: no! Per Marx ed Engels il sindacato aveva un significato più profondo: "L'organizzazione della classe operaia come classe, per mezzo dei sindacati […] è la vera organizzazione di classe del proletariato nella quale quest'ultima porta avanti le sue lotte giornaliere contro il capitale e si autoeduca".
Per che cosa si prepara la classe operaia? Senza dubbio per la lotta per salari più alti, per orari di lavoro più brevi, per condizioni migliori. Ma soprattutto per una lotta infinitamente più importante: quella per la totale emancipazione della classe operaia attraverso l'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione.
Marx chiarì una volta per tutte questo punto al Consiglio generale dell'Internazionale nel giugno de11865. Dopo aver dimostrato che se i sindacati non avessero portato avanti la loro lotta quotidiana essi sarebbero stati ridotti a una massa livellata di miserabili, annientati al di là di ogni possibilità di salvezza, egli continuò spiegando che dovevano avere un punto di arrivo ben più vasto, una mèta ben più ampia: "Nello stesso tempo e indipendentemente dalla schiavitù generale implicita nel sistema dei salari, la classe operaia non dovrebbe esagerare nel dare importanza al risultato finale di queste lotte quotidiane. Essa non dovrebbe dimenticare che sta combattendo con gli effetti e non con le cause, che ne sta ritardando il movimento discendente, ma non cambiandone la direzione, che sta applicando dei palliativi e non curando la malattia. Perciò essa non dovrebbe essere assorbita completamente in questa inevitabile guerriglia che sorge dalle incessanti intromissioni del capitale e variazioni del mercato.
“Dovrebbe capire che il sistema presente, oltre a tutte le miserie, genera simultaneamente le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per la ricostruzione economica della società. Invece dello slogan conservatore ‘Un giusto salario giornaliero per un giusto lavoro giornaliero’ si dovrebbe scrivere sulla propria bandiera la parola d’ordine rivoluzionaria ‘Abolizione del sistema salariale’ […]” (K. Marx, "Salario, prezzo e profitto").
Nel passo testé citato, Marx indica con estrema chiarezza, oltre alla necessità e agli effetti positivi della lotta per l'aumento dei salari, i limiti di qualsiasi azione tesa unicamente a "recuperare", cioè rivendicativa per miglioramenti economici parziali. Invero come i fatti stanno ad attestare, nessun completo affrancamento della classe operaia è possibile senza l’abbattimento del sistema del lavoro salariato. Per Marx il ruolo dei sindacati è chiarissimo: essi "devono servirsi della loro forza organizzata come di una leva per la liberazione definitiva della classe operaia, cioè per l'abolizione definitiva del sistema del lavoro salariato" (op. cit.).
Questo pensiero autentico di Marx, ovvero la sua lezione fondamentale, elimina ogni possibilità di equivoco: la sola via d’uscita è un cambiamento radicale nell'organizzazione economica, sociale e politica della società e che l’unico mezzo per realizzarlo è la rivoluzione della classe operaia.
Ovvero, poiché la causa fondamentale della crisi dell'economia capitalistica risiede nella contraddizione fondamentale del capitalismo, ossia tra il carattere sociale della produzione e la forma capitalistica privata di appropriazione dei prodotti del lavoro, 1’unica soluzione possibile alla continua disoccupazione è, secondo Marx, la soppressione della proprietà privata e l'instaurazione della proprietà sociale dei mezzi di produzione.
Una verità che cozza, ovviamente, con le menzogne e i travisamenti propalati dalla borghesia e dai suoi multiformi agenti, con le mistificazioni dei sindacati collaborazionisti e dei "cretini parlamentari" capi riformisti-opportunisti dello statalborghese “Partito-della-Rifondazione” sedicente "comunista" e del suo fratello gemello governativo “Partito-dei-Comunisti-Italiani”, entrambi adonestatori dell'imperialismo e veri e propri "partiti-taxi" a disposizione della grande borghesia.
"Il riformismo è l'inganno borghese degli operai che, nonostante i parziali miglioramenti, restano sempre schiavi salariati finché esiste il dominio del capitale.
"La borghesia liberale, porgendo con una mano le riforme, con l'altra mano le ritira sempre, le riduce a nulla, se ne serve per asservire gli operai, per dividerli in gruppi isolati, per perpetuare la schiavitù salariata dei lavoratori. Il riformismo, perfino quando è del tutto sincero, si trasforma quindi di fatto in uno strumento di corruzione borghese e di indebolimento degli operai. L'esperienza di tutti i paesi dimostra che prestando fede ai riformisti gli operai hanno sempre finito con l'essere gabbati.
Al contrario, se gli operai hanno assimilato l'insegnamento di Marx, cioè hanno riconosciuto l'inevitabilità della schiavitù salariata finché si mantiene il dominio del capitale, non si lasceranno ingannare da nessuna riforma borghese" (Lenin, "Marxismo e riformismo").
Ciò significa, che le battaglie di classe, affinché non rimangano allo stadio spontaneo e siano poi utilizzate, strumentalizzate, svuotate e quindi riassorbite dal governo, dalla borghesia e dai loro coperti e aperti agenti riformisti, hanno bisogno non soltanto di un sindacato di classe e rivoluzionario, ma anche e soprattutto di un forte partito rivoluzionario che le unifichi in funzione della lotta più generale per il socialismo.

4.1. Con gli infami accordi del luglio '92, del luglio '93 e del dicembre '98 sottoscritti col governo e le varie associazioni padronali, CGIL-CISL-UIL hanno apertamente sancito il definitivo cambio di rotta nelle "relazioni sindacali", Ovvero la sterzata a destra, neoliberale, neoliberista e neocorporativista. Al di là delle equivoche teorizzazioni propagandistiche e della fraseologia bellicosa, peraltro sporadica, di singoli esponenti, l'azione e la politica rivendicativa portate avanti dai vertici confederali hanno, di fatto, come punto di partenza e di arrivo la "centralità dell'impresa", il neoliberismo economico, la competitività delle aziende, i profitti capitalistici: tutto il resto è subordinato e in funzione di questa politica.
Il vasto e crescente dissenso dei lavoratori, che trae origine dalla crisi del sindacato, si tenta di incapsularlo e addomesticarlo con la creazione di nuove aggregazioni (per esempio la cossuttiana "Area programmatica della Cgil-Alternativa sindacale" e la bertinottian-rifondarola "Area programmatica dei comunisti in Cgil").Queste correnti sindacali si muovono, in ultima istanza, su un terreno prettamente riformista, sono fuori dall'ottica di un sindacato autenticamente di classe e, nella sostanza, coprono "a sinistra" la CGIL e soci.
La parte più cosciente della classe operaia ha ben chiaro che la politica dei sindacati confederali è totalmente di supporto alla politica del grande padronato, un supporto che in definitiva si traduce nell'impedire che le masse lavoratrici si ribellino alla dittatura della grande borghesia, dell'oligarchia finanziaria; in molti altri lavoratori, invece, non è ancora sufficientemente chiara l'analisi su quale contenuto di classe sia fondata la politica sindacale e, per conseguenza, la critica non va oltre l'attacco alla "mancanza di democrazia" nelle organizzazioni sindacali, non giunge, in pratica, a criticare tutta la politica di "cogestione" e a rompere risolutamente e definitivamente col collaborazionismo e col 'monopolio' di rappresentanza della Triplice.
I tentativi di modificare il sindacato nel senso di "più democrazia" sono destinati all'insuccesso, sono, a dirla franca, vani, perché non si tratta di cambiare qua e là qualche norma di democrazia interna. I misfatti perpetrati da CGIL-CISL-UIL hanno ormai prepotentemente messo sotto gli occhi di tutti i lavoratori i vizi organici della loro prassi, e cioè che non esiste un mandato vincolante, e ciò dimostra quanto la struttura stessa sia viziata gravemente sin dalle fondamenta: l'elezione dell'apparato decisionale avviene per cooptazione, e i limiti dei compiti dell'eletto non sono né fissati né controllati dal basso. Ma c'è di peggio: la mancanza di qualsiasi strumento di controllo da parte della base, quale ad esempio il potere di revoca del delegato eletto, che sommato alla non rotazione delle cariche e degli incarichi, al "distacco" continuo dalla produzione e dal luogo di lavoro, rende tutta la struttura 'blindata', inamovibile e immodificabile.
La linea politica viene congegnata e decisa dalle "alte sfere", la gestione delle vertenze che riguardano milioni di lavoratori vengono decise dalle segreterie e vengono condotte nelle stanze del Potere dove nulla è lasciato al caso, e cioè il classico "mettersi in bocca al lupo".
Ai lavoratori, di tanto in tanto, viene concesso di scendere in piazza con scioperi-farsa, e al termine di ogni mobilitazione spontanea o decisa strumentalmente dai vertici il ritornello è sempre lo stesso: "non si poteva fare/ottenere di più".
Non si tratta dunque - secondo il trito e ritrito caval di battaglia delle biforcute "Aree programmatiche" rifondarola/cossuttiana - di "ristabilire la democrazia interna" (dato che non esiste alcun meccanismo di controllo dal basso), ma di cambiare l'intera struttura sin dalle fondamenta; un'operazione, questa, che però non può essere gestita da coloro i quali hanno tradito la fiducia e la causa dei lavoratori.
Invero, il quesito cruciale è: quale linea politica deve perseguire un sindacato di classe? E' chiaro: la difesa intransigente degli interessi materiali e ideali dei lavoratori contro la politica della classe sfruttatrice; in altri termini la salvaguardia del potere d'acquisto dei salari, della qualità della vita e del lavoro, dell'occupazione, ecc., nonché lo sviluppo della coscienza di classe nell'approfondimento della critica al sistema capitalistico: tutti compiti fondamentali e vitali di un sindacato di classe in vista dell'abolizione dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
Qual è stata, invece, la linea politica perseguita da CGIL-CISL-UIL dal dopoguerra ad oggi? Quella del compromesso interclassista, dell'accettazione supina delle leggi del sistema capitalistico, del dissanguamento dei lavoratori, del più basso prezzo della forza-lavoro, delle peggiori condizioni di vita e di lavoro delle masse lavoratrici.

4.2. I movimenti autorganizzati hanno innegabilmente svolto un ruolo non secondario nella denuncia dell'asservimento dei sindacati confederali. Tuttavia il movimento dell'autorganizzazione non è riuscito - si pensi in particolare alla grande stagione di lotta dell'autunno '92 - e non riesce a rappresentare agli occhi dei lavoratori un'alternativa credibile ai sindacati collaborazionisti, e ciò non tanto per la fragilità e frammentazione delle strutture autorganizzate, quanto - ma non solo - per la loro visione angusta di categoria, per il loro spiccato particolarismo e per la loro natura sindacale non di classe e rivoluzionaria.
L'unica garanzia certa che i lavoratori hanno per salvaguardare i loro interessi è la ricostruzione dal basso di un forte, combattivo sindacato di classe capace di rilanciare la lotta per la difesa del diritto di sciopero, per la riapertura delle vertenze contrattuali, per la strenua difesa del potere d'acquisto dei salari, per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, ecc. Solo una rete organizzativa fortemente radicata sui luoghi di lavoro, con una chiara visione unitaria, può essere in grado di fronteggiare e di rispondere adeguatamente agli attacchi sempre più duri del padronato e dei suoi variegati omogenei governi "di destra", "di centro" e "di sinistra" variamente combinati.
Occorre dunque dar vita, da subito, e comunque in tempi molto rapidi, al processo di aggregazione delle forze per raccogliere il dissenso dei lavoratori nei confronti dei sindacati collaborazionisti.
Il PCIM-L ritiene fondamentale, quale primo passo da compiere, quello di dar vita a dei Comitati Proletari di Classe (CPC) che operino all'interno della fabbrica e sul territorio di competenza per condurre lotte sindacali dal basso e per contribuire a migliorare le condizioni di vita del quartiere. I CPC costituiranno i primi nuclei di classe che lavoreranno, in tempi altrettanto rapidi, ad un Organismo nazionale intercategoriale di classe articolato su scala nazionale e territoriale con una strategia comune ed unitaria (sulle iniziative di lotta e di mobilitazione, sulle parole d'ordine, sul programma, ecc.); tale organismo dovrà raccogliere le varie forze frammentate - comitati di lotta dal basso, movimenti di categoria autorganizzati… -, e dovrà sin da subito porsi il compito della costruzione del Sindacato di classe.
Il Sindacato di classe si muoverà su due direttrici fisse ed inamovibili: a) obiettivi immediati e tattici di conquiste salariali e di vita nell'azienda e sul territorio; b) obiettivi strategici di lotta di classe per abbattere il capitalismo e costruire il socialismo. Ogni altra visione della lotta operaia è piccolo-borghese ed estranea agli interessi delle masse proletarie.
In questa direzione, un valido contributo può essere dato - da protagonisti, in un confronto ampio, chiaro, costruttivo sui programmi, sugli obiettivi e sui metodi di lavoro - dai vari organismi di base.
Ben sapendo, tuttavia, che all'interno del movimento dei lavoratori autorganizzati esistono le concezioni più svariate e contraddittorie sulla natura dell'organizzazione sindacale (si pensi, ad esempio, alla 'teorizzazione', da parte dei Comitati di base della scuola, della "forma Cobas" come "forma suprema di organizzazione", dato che viene considerata "derisoria la stessa eventualità di costruzione di nuove macchine partitiche e sindacali generatrici [?] di nuovi ceti, magari sedicenti 'rivoluzionari', di professionisti della politica": così il giornale "Cobas scuola", n. l0, ottobre '92).
Per giunta non vi è accordo nemmeno sulla stessa natura degli strumenti organizzativi necessari ai lavoratori, il sindacato e il partito: organizzazioni distinte, con funzioni diverse, ma complementari. Il sindacato, di per sé, non può essere lo "strumento risolutore" politico-sociale che abolisce "il sistema dello sfruttamento": la lotta di classe si fonda incontestabilmente sulla grande mobilitazione delle masse, ma ha bisogno di un partito rivoluzionario che ne assuma la direzione per cambiare lo stato di cose presente. Farsi illusioni su questo, cercando "nuove forme", addirittura "superiori", significa semplicemente condannarsi all'impotenza politica.
La "burocratizzazione" o "degenerazione" delle organizzazioni dei lavoratori salariati - 'terrore' che pervade e invade tutti i movimenti autorganizzati aspiranti alla "forma superiore" - si spiega con un preciso fenomeno storico noto con il nome di “opportunismo”. L'opportunismo è il frutto di un patto scellerato tra capitale e lavoro salariato. Lo strato del proletariato che si fa 'mezzano' - mediatore - tra l'interesse del capitale e l'interesse immediato della stragrande maggioranza del proletariato - che in tal modo viene meno, per pochi miserabili spiccioli, alla sua funzione storica e si rende complice del sistema capitalistico - è stato definito con il termine di aristocrazia operaia. Questo strato 'aristocratico' domina l'apparato sindacale, e la sua prassi, sistematicamente, è volta ad un solo obiettivo: persuadere i lavoratori che tra capitale e lavoro non può esservi contrasto se... "amicamente associati". Esso costituisce il pilastro più solido del potere politico-economico della borghesia.

4.3. Uno dei compiti urgenti che s'impone oggi agli sfruttati è dunque quello di costruire dal basso il proprio Sindacato di classe capace di andare oltre l'angusto interesse di categoria e il bieco particolarismo, in grado di unire e combinare le necessità di ogni categoria del lavoro salariato privato e pubblico, dei braccianti agricoli, dei disoccupati, dei pensionati, capace di garantire con la sua azione una effettiva, concreta, efficace, forte difesa degli interessi materiali e ideali delle masse lavoratrici al di fuori della logica del Capitale ovvero delle "compatibilità" e della "codeterminazione".
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Di fronte all’attacco della classe sfruttatrice – che è pianificato, sistematico, coordinato e unitario – i lavoratori si presentano divisi per fabbriche, categorie, località; soltanto in un forte e combattivo Sindacato di classe – espressione stabile della contrapposizione degli interessi di classe del proletariato contro il Capitale – esteso, con una forte e consapevole autodisciplina e risoluto nelle azioni, possono presentarsi non frammentati, ma uniti nella lotta, come un sol uomo.
Il Sindacato di classe, lungi dal reclutare solo i lavoratori rivoluzionari o comunisti, accoglie in sé chiunque si trovi nella condizione oggettiva di lavoratore, indipendentemente dalle sue simpatie politiche, e ciò, allo scopo di raggiungere la massima mobilitazione possibile.
Il Sindacato di classe, poiché è un’organizzazione che promana dalla classe lavoratrice, deve rispondere solo ad essa; pertanto non si fa carico di nessuna “responsabilità” nei confronti della classe dominante e della sua economia, essendo la sua azione dichiarata quella della salvaguardia degli interessi dei lavoratori contro di essa.
Il Sindacato di classe tutela le condizioni di vita e di lavoro della classe lavoratrice (lavoratori manuali ed intellettuali, produttivi ed improduttivi, sfruttati da un singolo sfruttatore o da un consorzio di sfruttatori, dallo Stato), intesa nella sua accezione di insieme di forza lavoro, dunque di lavoratori privi – non proprietari – dei mezzi di produzione o strumenti di lavoro, indipendentemente dalla forma della loro retribuzione.
Il Sindacato di classe, nelle sue tradizionali rivendicazioni, tende alla salvaguardia dei salari, con particolare riguardo per i livelli più bassi, alla riduzione dell’orario di lavoro, alla tutela dei pensionati e dei disoccupati – organizzati nella rispettiva categoria di provenienza – per i quali si richiede un salario garantito e sufficiente alla sopravvivenza dei loro nuclei familiari.
Il Sindacato di classe, per tradurre in realtà le sue rivendicazioni, si serve degli strumenti tradizionali della lotta di classe e dell’azione diretta, adeguati all’intensità della resistenza della classe padronale e del suo Stato, fino alla mobilitazione generale ad oltranza di tutte le categorie: tutto all’opposto degli odierni limiti – scioperi limitati, con obbligo di preavviso, squadre comandate per assicurare i cosiddetti “servizi minimi”, divieto di sciopero simultaneo per categorie similari, sospensione della lotta nel corso delle trattative, ecc. – imposti dai padroni e dal loro Stato e accettati in blocco dai sindacati di regime.
Il Sindacato di classe poggia sulle sue articolazioni/strutture in fabbrica e sui luoghi di lavoro; tuttavia non si può fare a meno di una organizzazione territoriale esterna ad essi – luoghi di difesa sul modello, come suggerito da molti lavoratori, delle Camere del Lavoro – dove i lavoratori possono incontrarsi, discutere, stabilire e coordinare le forme di lotta, iniziative, ecc.
Infine, l’incessante mobilitazione di massa, il potere decisionale dei lavoratori nelle assemblee (sia all’interno che all’esterno delle strutture sindacali), la revoca immediata e inappellabile dei delegati in caso di mancato rispetto o tradimento del mandato, la rotazione degli incarichi, il controllo delle assemblee di base, ecc. dovranno costituire un pilastro essenziale della democrazia dei lavoratori nel rapporto con il Sindacato di classe e un attivo ‘dispositivo’ di controllo contro il pericolo di "corruzione" opportunistica del sindacato.
I lavoratori coscienti rivendicano oggi un sindacato deciso e combattivo. Richiedono la soluzione di tutta una miriade di problemi irrisolti a livello aziendale. E' in atto tra gli stessi lavoratori una ampia ricerca delle vie per contrastare l'offensiva antioperaia e giungere ad una efficace ristrutturazione dell'organizzazione sindacale, per risolvere i numerosi nuovi e complessi problemi che si trova ad affrontare il movimento operaio.
Il PCIM-L, adoperandosi molteplicemente per la costruzione dal basso del Sindacato di classe, saluta questo dibattito perché in esso vede la manifestazione di tendenze positive in tal senso.


5. Che cos’è il marxismo-leninismo, e quale ruolo vi svolge l’opera teorico-pratica di Stalin

In forza della sua scientificità e per il suo contenuto di classe, il marxismo-leninismo che informa il PCIM-L è la teoria e la tattica del proletariato in lotta per la trasformazione socialista della società, è il marxismo dell'epoca dell'imperialismo e delle rivoluzioni proletarie, del crollo del sistema coloniale, dell'epoca del passaggio dell'umanità dal capitalismo al socialismo.
Marx e Engels hanno scoperto le leggi oggettive di sviluppo della società, hanno creato un insieme metodologico che indica come sconfiggere il capitalismo e come creare un nuovo, diverso, superiore, profondamente umano ordinamento sociale: il socialismo; hanno dato una spiegazione materialistico-dialettica del movimento della storia universale, hanno elaborato la dottrina dello sviluppo e del succedersi delle formazioni socio-economiche; hanno creato la sola economia politica realmente scientifica, hanno scoperto la fonte dell'arricchimento della borghesia, il cardine su cui poggia la società sfruttatrice borghese-capitalistica: il plusvalore, dimostrando l'inevitabilità del suo abbattimento rivoluzionario; hanno motivato la missione storico-universale umanistica della classe operaia, chiamata a liquidare l'ultimo ordinamento sociale fondato sullo sfruttamento e a guidare l'edificazione del socialismo; hanno elaborato un metodo rigorosamente scientifico, il metodo del materialismo dialettico per la disamina, lo studio onnicomprensivo della natura e della società, la metodologia per una conoscenza classista dei processi e degli avvenimenti sociali, per un approccio scientificamente realistico ad essi.
In forza di queste scoperte - che hanno segnato e continuano a segnare un'èra memorabile nella successione degli avvenimenti umani - il socialismo fu trasformato da utopia in scienza.
Scienziati geniali, Marx e Engels furono però innanzitutto dei rivoluzionari: essi dedicarono tutta la loro vita all'opera volta a rendere la dottrina da essi creata in un potente mezzo in mano alla classe operaia per la sua liberazione e l'affrancamento di tutta l'umanità sofferente, oppressa e sfruttata dal capitale. L'opera teorico-politica di Marx è inseparata e inseparabile da quella di Engels.
Dal congiungimento del pensiero rivoluzionario e della prassi rivoluzionaria nacquero le grandi idee-direttrici politiche del marxismo che divennero la forza determinante dell'ulteriore progresso del mondo.
Esse sono:
- le idee e i capisaldi della creazione e dell'attività del partito proletario rivoluzionario, strumento-cardine senza il quale la classe operaia non può trasformarsi da "classe in sé" in "classe per sé" e per tutta l'umanità sofferente;
- la teoria della lotta di classe e della dittatura del proletariato;
- la scoperta dell'origine sociale e delle cause delle rivoluzioni e delle guerre;
- l'idea dell'alleanza della classe operaia con i contadini e gli altri strati di lavoratori;
- la motivazione dell'unità degli interessi sostanziali dei lavoratori delle metropoli e delle colonie;
- le ragioni pregnanti dell'internazionalismo proletario;
- la fondamentale previsione scientifica inerente le due fasi della formazione sociale comunista.
Erede fiduciario e prosecutore geniale della causa e della dottrina di Marx e Engels, Lenin fu l'unico che ristabilì la loro dottrina nello spirito dei fondatori del comunismo scientifico deformata e falsata dai revisionisti-opportunisti e la sviluppò creativamente nelle nuove condizioni storiche.
Lenin sviluppò le tre componenti primarie del marxismo: la filosofia, l'economia politica e il comunismo scientifico. Arricchendo di nuove conclusioni e tesi la dottrina marxista del ruolo storico del proletariato, della sua alleanza con i contadini e gli altri ceti dei lavoratori, della dittatura del proletariato e le sue forme, dell'essenza effettivamente democratica dello Stato proletario, delle questioni agraria e nazionale, Lenin elaborò altresì la teoria della rivoluzione socialista e la questione delle vie di edificazione del socialismo e del comunismo.
Tra gli altri meriti imperituri dell'ispiratore e capo della Grande Rivoluzione Socialista d'Ottobre - epocale avvenimento del XX secolo che cambiò radicalmente lo sviluppo di tutta l'umanità - e della gloriosa III Internazionale, quello di aver creato un partito proletario di tipo nuovo, bolscevico, il Partito comunista rivoluzionario che portò alla vittoria la Rivoluzione d'Ottobre; di aver motivato il suo ruolo storico di guida delle vaste masse lavoratrici, di averne elaborato la strategia e la tattica.
Ed è sempre a Lenin che va attribuito il merito della strenua lotta contro i traditori della II Internazionale e della lotta non meno strenua e tenace per gettare le fondamenta della III, dell'Internazionale Comunista; della teoria del marxismo nell'epoca dell'imperialismo e della rivoluzione proletaria, della teoria dell'ineguale sviluppo del capitalismo; della fondazione dello Stato sovietico, ponendo le basi della sua potenza; della teoria della costruzione del socialismo in un solo paese; della lotta contro la teoria della "spontaneità".
Lenin definiva l'odierno imperialismo “capitalismo morente” a causa delle intrinseche contraddizioni sempre più esplosive. I suoi lineamenti fondamentali sono: 1) la trasformazione della concorrenza in monopolio; 2) 1a fusione del capitale bancario con quello industriale e la formazione del capitale finanziario; 3) il predominio dell'esportazione di capitale sull'esportazione di merci; 4) la suddivisione del mondo tra i monopoli capitalisti; 5) 1a lotta tra le grandi potenze per la sempre nuova suddivisione del mondo già suddiviso: inevitabili, dunque, nel presente contesto, le guerre imperialiste di rapina.
Queste contraddizioni rendono necessarie e indifferibili le battaglie del proletariato per la rivoluzione socialista.
Chiarendo il significato del leninismo, Stalin così lo definisce: "Il leninismo è il marxismo dell'epoca dell'imperialismo e della rivoluzione proletaria. Più esattamente, il leninismo è la teoria e la tattica della rivoluzione proletaria in generale, la teoria e la tattica della dittatura del proletariato in particolare".
Dottrina e guida per l'azione vittoriosa del proletariato è pertanto il marxismo-leninismo.
Fedele esecutore testamentario, strenuo difensore e ulteriore sviluppatore del glorioso retaggio di Marx, Engels, Lenin; marxista-leninista conseguentemente classista, integro e inflessibile contro i nemici di classe, e perciò particolarmente odiato e calunniato dagli assassini imperialisti e dai loro lautamente quietanzati criminali 'ideologici', dai trotskisti, bordighisti e revisionisti-riformisti-opportunisti, Stalin ha dato vita con Lenin al Partito Bolscevico, lo ha condotto con Lenin al potere, con Lenin e dopo Lenin ha costruito il socialismo, ha diretto una grande guerra nazionale vittoriosa. In ognuno di questi momenti il compito particolare contingente era tutt'uno con l'insieme della lotta generale del proletariato, ad ogni momento ha dato la sua esatta prospettiva e precisa direzione al movimento operaio mondiale: questa è l'opera titanica di Stalin. Risolvendo problemi economici, militari e politici dinanzi ai quali mai nessun dirigente operaio s'era trovato prima, egli è meritamente il maestro del marxismo nell'epoca dell'imperialismo agonizzante e dell'aggravarsi della lotta di classe.
Edificatore del socialismo nell'Unione Sovietica, guida dei popoli verso la loro emancipazione, custode integerrimo dell'eredità leninista e strenuo difensore della rivoluzione contro i pericoli di destra e di "sinistra", organizzatore industriale e militare e vincitore della grande guerra patriottica contro il nazismo, Stalin ha arricchito magistralmente sotto tutti gli aspetti il marxismo-leninismo.
Di fondamentale importanza i seguenti principali contributi:
- la teoria dello Stato nella società socialista (in sostanza: la necessaria continuità dell'esistenza dello Stato, nella forma della dittatura del proletariato, per la difesa e il consolidamento delle conquiste rivoluzionarie, in un contesto di accerchiamento capitalistico, strettamente unita con la possibilità dell'edificazione del socialismo in un solo paese, già asseverata da Lenin, e da Stalin attuata, e con lo sviluppo ineguale del capitalismo). Teoria che ebbe nella Carta fondamentale dello Stato della dittatura del proletariato - la Costituzione "staliniana" del 1936 - la sua formulazione giuridica più alta;
- la teoria della questione nazionale (nel periodo dell'imperialismo questa lotta è parte integrante della rivoluzione contro l'imperialismo);
- la teoria circa la nuova politica estera e la diplomazia (coesistenza pacifica dei paesi socialisti e di quelli capitalisti, già propugnata da Lenin);
- la teoria della pianificazione socialista;
- la teoria dell'accumulazione socialista;
- la teoria della collettivizzazione.
L'opera teorico-pratica di Stalin è dunque fondamentale parte integrante del marxismo-leninismo, è da esso inscindibile.
Di più. E' precisamente grazie al contributo determinante di Stalin se oggi il marxismo-leninismo è sempre di più il nucleo razionale di tutto il sapere, di tutto il tesoro conoscitivo dell'umanità nuova, lo strumento infallibile e la guida invitta e invincibile per dirigerne scientificamente il cammino.
Marxismo dell'epoca contemporanea, l'epoca della transizione dal capitalismo al socialismo, il leninismo è lo sviluppo creativo della concezione proletaria del mondo in cui l'analisi marxista della presente epoca è organicamente connessa al retaggio di Marx e Engels. Ogni contrapposizione tra Marx e Engels, tra Marx e Lenin, tra Lenin e Stalin risulta essere, come dimostrano i fatti, più di una menomazione: una deliberata falsificazione del marxismo, un passaggio alle posizioni del nemico di classe.
Oggi essere marxista significa essere un risoluto seguace e prosecutore rigoroso dell'opera di Marx-Engels-Lenin-Stalin.
E' questo preciso criterio di classe che distingue e contraddistingue gli autentici marxisti - i marxisti-leninisti - dai volgari contraffattori, tutti della stessa risma, del marxismo.


6. Le ragioni che hanno portato alla nascita del PCIM-L

L'arma vitale del proletariato è il partito comunista marxista-leninista rivoluzionario. Il partito della classe operaia è il necessario cardine nel processo rivoluzionario del proletariato, il quale solo attraverso l'acquisizione di una coscienza politica può avanzare sicuro e condurre vittoriosamente la lotta per la propria emancipazione e l'avvento della società comunista.
In Marx e Engels un embrione della teoria del partito si incontra nel Manifesto del Partito Comunista: "I comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari per il fatto che, nei vari stadi di sviluppo che la lotta tra proletariato e borghesia va attraversando, rappresentano sempre l' interesse del movimento complessivo […] dal punto di vista della teoria, essi hanno un vantaggio sulla restante massa del proletariato per il fatto che conoscono le condizioni, l'andamento e i risultati generali del movimento proletario". Dove risulta chiaro ciò che caratterizza i comunisti: il momento della coscienza teorica. Altri tratti del partito del proletariato emergono in Marx nel corso dello scontro con l'anarchico Bakunin: per esempio, il carattere centralizzato della direzione. Negli Statuti dell'Ass. Internazionale degli Operai la necessità del partito rivoluzionario è ribadita con estrema chiarezza da Marx e Engels: "Nella sua lotta contro il potere unificato delle classi possidenti, il proletariato può agire come classe solo organizzandosi in partito politico autonomo, che si oppone a tutti gli altri partiti costituiti dalle classi possidenti. Questa organizzazione del proletariato in partito politico è necessaria allo scopo di assicurare la vittoria della rivoluzione sociale e il raggiungimento del suo fine ultimo, la soppressione delle classi". Lenin si muove precisamente su questa linea.
Se per gli opportunisti 'teorici' della II Internazionale la rivoluzione si configurava come la conseguenza 'naturale' ovvero "pacifica" dello sviluppo storico, per Lenin, al contrario, proprio il raggiunto grado di questo medesimo sviluppo storico presente fa emergere la rivoluzione proletaria come necessità dialettica immediata da realizzare. Conseguentemente il partito assume, in Lenin, precisamente come in Marx e Engels, un ruolo determinante sia sul piano teorico che su quello pratico-organizzativo per la conquista e la costruzione della nuova e diversa società.
"Senza un tale partito non si potrebbe nemmeno pensare a rovesciare l'imperialismo, a conquistare la dittatura del proletariato" (Stalin). Senza il necessario suo strumento primario - il partito -, infatti, il proletariato non può elevarsi sino alla lotta di classe cosciente, il movimento operaio non può assumere la missione storica di liberare se stesso e tutti gli altri lavoratori dalla schiavitù politica ed economica. Privo del suo partito il movimento operaio è preda dei partiti politici della borghesia; conducendo la sola lotta economica perde la propria indipendenza politica, diventa un'appendice delle varie frazioni-partiti degli sfruttatori e dei loro soci revisionisti-riformisti-opportunisti.
Il partito, nella concezione marxista-leninista, non è affatto, come al contrario tentano interessatamente di dare ad intendere i servi idolatri del capitale, un "feticcio", ma semplicemente lo strumento-cardine - composto dagli operai d'avanguardia o "operai intellettuali socialisti", secondo la significativa espressione di Lenin -, fondamentale e necessario, della lotta di classe.
E' compito del partito, cioè della parte cosciente del proletariato, portare la coscienza socialista nel movimento spontaneo della classe operaia. Allorquando Lenin dice che “la coscienza politica di classe può essere portata all'operaio soltanto dall'esterno”, egli intende semplicemente "dall'esterno della lotta economica, dall'esterno dei rapporti tra operai e padroni", vale a dire dall'interno dei rapporti politici.
Di qui l'importanza della teoria rivoluzionaria e del partito politico di classe. Soltanto degli imbecilli per principio, dei cialtroni quietanzati come gli ideologi della borghesia possono interessatamente propalare la miserabile e grossolana menzogna secondo cui Lenin affiderebbe agli "intellettuali " il compito di farsi la "coscienza" sui libri per poi trasmetterla, in veste di banditori della verità, a quei 'gonzi' di operai. Per Lenin è vero esattamente l'opposto: ogni operaio può essere un'avanguardia politica - fermo restando che il ruolo d'avanguardia non si esercita individualmente, bensì organizzando la parte più avanzata e cosciente del proletariato in partito - precisamente nella misura in cui abbia la possibilità, i mezzi e la capacità di comprendere il movimento reale della storia e sappia agire di conseguenza.
Se il partito rivoluzionario del proletariato è inteso correttamente come il momento della coscienza critica, come la sintesi politica del movimento spontaneo, che ne raccoglie le rivendicazioni, depura quanto di 'proteste' corporative possono contenere, ne corregge sia l'opportunismo che l'estremismo sterile, ne supera le contraddizioni per elevarle al grado di coerenza del programma politico teoricamente fondato, ebbene allora non si può non partire, nella costruzione del partito, dall'alto, e cioè dal momento della consapevolezza teorica e dell'iniziativa politica. E' precisamente questa la concezione marxista-leninista del partito. Questa concezione del partito come organizzazione centralizzata che si costruisce dall'alto in basso, deriva da Lenin direttamente dalla funzione-cardine, di punto fisso imprescindibile che egli attribuisce al momento della coscienza, alla consapevolezza teorica e all'iniziativa politica. E ciò si traduce, chiaramente, nella richiesta di precisi rapporti organizzativi e di consapevole disciplina.
Accusare tale concezione del partito come "autoritaria", "burocratica" e via elencando in definizioni borghesi-riformiste-anarchiche, significa per l'appunto privilegiare il movimento e la spontaneità nei confronti della coscienza critica, svilire il valore dell'iniziativa politica e, di fatto, aderire ad una 'visione' meccanicamente deterministica dello sviluppo sociale e, simultaneamente, abbandonarsi a peso morto alla politica "dell' accidentale", del "contingente", del "caso per caso", nella rinuncia, in concreto, all'autonomia politica della classe operaia. Significa, in altri termini, al di là della fraseologia "rivoluzionaria", essere menscevichi. Del resto, che cosa significa l'attenuazione - o addirittura il rifiuto! - della funzione di direzione del partito? A ben vedere, nient'altro che la sottovalutazione delle masse, sfiducia nella possibilità di portarle ad un superiore livello politico.

6.1. I due partiti che attualmente in Italia si spacciano per “comunisti” - i cosiddetti “Partito della Rifondazione Comunista” e il suo fratello gemello “Partito dei Comunisti Italiani”, doppione quest’ultimo dovuto alla rottura del nobile sodalizio tra i due incalliti raggiratori opportunisti Bertinotti-Cossutta e rispettivi codazzi -, sono semplicemente una brutta contraffazione dell'autentico partito comunista. Entrambi questi mostriciattoli fratelli carnali sono gli eredi naturali delle “migliori tradizioni” opportuniste del fu PCI; sono il 'riempitivo' dello spazio lasciato vuoto dai neoliberali-neoliberisti ieri PDS oggi DS domani chi sa; essi sono, nel pensiero e nella strategia politica dei loro cari gruppi dirigenti, l'ennesima gabbia costruita dai revisionisti vecchi e nuovi per imbrigliare e bloccare la lotta di classe del proletariato e per ostacolare prima la nascita e oggi la crescita del Partito Comunista Italiano Marxista-Leninista.
Basta scorrere il risibile "programma politico" di siffatti partiti doppi, il loro statuto, le loro “soluzioni” e “risoluzioni”, i loro "documenti", il loro giornale per rendersi conto di quanta riverenza e considerazione goda nei capi di questi istituzionali partiti sedicenti “comunisti” il sistema capitalistico: niente lotta di classe, niente rivoluzione, niente potere proletario, niente liquidazione del capitalismo, niente costruzione del socialismo figurarsi del comunismo, ma solo 'sottigliezze', cavilli, pretesti, 'distinguo' da azzeccagarbugli tendenti a togliere saldezza alle ragioni rivoluzionarie e, per converso, l'accettazione supina delle “regole del gioco” e giogo “democratico” borghese con tutta la retorica annessa e connessa: tutta la "prassi di cambiamento" dell'uno e dell'altro dei due si racchiude e si esaurisce nel ruolo congeniale di "cretini parlamentari" dei loro inveterati capoccia revisionisti, vale a dire nell'istituzionalismo, nell'elettoralismo e nel parlamentarismo borghese-capitalistico. La prassi di questi travestiti "comunisti" ha un nome inequivocabile: opportunismo. Essa è un vero e proprio oltraggio all'alto appellativo di 'comunista', subdolamente usato dai capoccia dei doppi partiti revisionisti per ingannare ancora una volta, e con perfidia, i lavoratori. “Il fine è nulla, il movimento è tutto”: come direbbe Lenin, queste parole del loro progenitore Bernstein esprimono meglio di tante lunghe disquisizioni l'essenza dei due biforcuti partiti "eredi" del PCI, veri e propri pilastri dell'imperialismo.

6.2. Il marxismo-leninismo è contro tutte le forme di terrorismo: bianco e presunto “rosso”.
Innanzitutto va ribadita con fermezza la verità storica. L'imperialismo e i suoi disparati ideologi, l'odierna umanitaria e giusta borghesia non amano ricordare la storia del termine "terrorismo" : il 1649 in Inghilterra e il 1793 in Francia sono da essi bellamente ignorati. "Il terrore era giusto e legittimo quando veniva esercitato a vantaggio della borghesia contro i signori feudali. E' diventato mostruoso e criminale nel momento in cui gli operai e i contadini poveri osano esercitarlo nei confronti della borghesia! Il terrore era giusto e legittimo quando veniva esercitato per sostituire una minoranza sfruttatrice con un'altra. E' diventato mostruoso e criminale quando si è cominciato a esercitarlo per rovesciare ogni minoranza sfruttatrice, nell' interesse della stragrande maggioranza della popolazione, nell'interesse del proletariato e del semiproletariato, nell'interesse della classe operaia e dei contadini poveri!" (Lenin, Lettera agli operai americani).
La borghesia ha sempre considerato il terrore rosso come "criminale" e il proprio terrore - "bianco" - come "legittimo". La borghesia qualificò “terrorismo” il terrore rosso sia durante le rivoluzioni sia nel periodo postrivoluzionario, quando il proletariato vittorioso si vide costretto a rispondere col suo terrore al terrore controrivoluzionario della borghesia. Il terrore rosso è sempre imposto dal terrore bianco. E' accaduto quando i bolscevichi risposero con il terrore rosso al terrore bianco, che regnava nella Russia zarista, e si trattava di un diritto legittimo del popolo insorto; è accaduto dopo la sorprendentemente incruenta Rivoluzione d'Ottobre, quando la borghesia russa e quella mondiale fecero di tutto per soffocarla nel sangue: quando il potere sovietico dichiarò lotta alla controrivoluzione (agendo all'inizio anche con estrema indulgenza: in un primo momento, infatti, i cospiratori venivano rilasciati persino sulla parola, con la promessa di non intervenire più contro la rivoluzione) venne ripetutamente accusato dalla borghesia mondiale di "terrorismo".
Ora, tra questo "terrore rosso" e l'odierno terrorismo spacciato per "rosso" non vi è nulla di comune, nessun interesse in comune. Il terrorismo e l'autentica lotta dei lavoratori per la loro liberazione dallo sfruttamento e dall'oppressione non hanno nulla in comune tra loro. Già il progetto di risoluzione del II Congresso dell'allora POSDR sul terrorismo, scritto da Lenin, esprime nettamente l'atteggiamento dei comunisti verso questo metodo di lotta politica: "Il Congresso respinge decisamente il terrorismo, cioè il sistema degli attentati politici isolati, metodo di lotta politica [...], che distoglie le forze migliori dal lavoro organizzativo e di agitazione, urgente e necessario, distrugge il legame dei rivoluzionari con le masse delle classi rivoluzionarie della popolazione, diffonde tanto fra i rivoluzionari stessi quanto fra la popolazione in generale le idee più sbagliate sui compiti e sui metodi della lotta contro l'autocrazia".
Ancora. “Economisti” - cioè coloro che negano ovvero riducono il ruolo del partito a mera contemplazione dell'evoluzione spontanea del movimento di rivendicazione economica, negando con ciò lo strettissimo rapporto tra rivendicazione economica e lotta politica, e quindi gli stessi risultati fondamentali dell'analisi di Marx - e “terroristi”: cosa hanno in comune queste due posizioni a prima vista opposte? Lenin ne indica la matrice comune: “la sottomissione alla spontaneità”. "Economisti e terroristi si prosternano davanti ai due poli opposti della spontaneità: gli economisti dinanzi alla spontaneità 'del movimento operaio puro', i terroristi dinanzi alla spontaneità [...] degli intellettuali che non sanno collegare il lavoro rivoluzionario e il movimento operaio" (Che fare?, "Che cosa hanno in comune l'economismo e il terrorismo?" ). Il "terrorismo stimolatore" dei deviazionisti amanti del cosiddetto "partito clandestino", che dovrebbe scuotere le masse 'addormentate', perde di vista la necessità basilare che è quella di rapportarsi alle masse, di collegarsi con esse e di organizzarle. Sia i "terroristi" – “che non credono nella vitalità e nella forza del proletariato e della sua lotta di classe" (Lenin) - che gli "economisti" cedono a quel che Lenin ha definito “primitivismo”.
La classe operaia abbandonò il metodo del terrorismo individuale - che pure era stato una forma istintiva ancora primitiva e disorganizzata di lotta dei lavoratori - non appena fu in grado di realizzare forme superiori di organizzazione e di lotta, in forza dello sviluppo della coscienza di classe e della comprensione della necessità dell'organizzazione politica (cfr. Engels, La condizione della classe operaia in Inghilterra).
Il terrorismo presunto "rosso" è, di fatto, una tattica nociva al movimento rivoluzionario: esso sostituisce alla lotta delle masse l'azione di singoli individui - o di gruppi insignificanti con la pretesa, tra l’altro, di formare un tutto - con l'unico risultato di rivelare, in tal modo, mancanza di fiducia nel movimento rivoluzionario popolare. Questa "propaganda del fatto" costituì larga base di azione soprattutto in Russia, dove la politica del terrorismo individuale si ispirava alla falsa e fuorviante 'teoria' populista degli "eroi" attivi e della "folla" passiva, che attende dagli "eroi" le grandi gesta.
A suo tempo, tutti i partiti di ispirazione marxista-leninista criticarono duramente ed espulsero dalle proprie organizzazioni gli esponenti che teorizzavano o praticavano il terrorismo o una "collateralità" con esso, poiché la loro attività forniva un pretesto magnifico per la repressione alle classi dominanti e finiva quindi per costituire un freno allo sviluppo della prassi politica dei lavoratori.
In effetti, sfruttando il carattere spesso insensato del terrorismo presunto “rosso” o sedicente "di sinistra", gli ideologi dell'imperialismo lo dichiarano un crimine puramente penale, estendendo questa valutazione a tutte le azioni dei lavoratori e delle loro organizzazioni che si battono per il socialismo e in difesa dei propri legittimi diritti ed interessi.
L'ennesima riconferma di questa verità politicamente indiscutibile è data, per limitarci all'Italia, dall'ultima ma non ultima "legge per combattere il terrorismo".
Il 7 maggio 2001, infatti, la benemerita Camera dei deputati ha convertito in legge il decreto del governo - cosiddetto di "centrosinistra" - che proroga da 18 a 24 mesi i tempi delle "indagini preliminari" ed estende sino a due anni la "custodia cautelare" per i cosiddetti "reati di terrorismo". Questo decreto, che il governo centrosinistro aveva varato ad integrazione del "pacchetto sicurezza", già precedentemente convertito al Senato, è passato grazie al voto unanime di “Ulivo” e "Polo" e con il voto favorevole della "Lega" ; i deputati di "Rifondazione" revisionista si sono astenuti.
Quali sono le conseguenze pratiche di questa smisurata "misura"? Partendo dal punto di vista del codice di procedura penale, la "misura" senza mezze misure appena varata equipara ai reati di “associazione a delinquere e mafiosa” i comunemente detti "reati di terrorismo", vale a dire "associazione sovversiva" (art. 270 e 270bis cp) e “banda armata” (art. 306 cp).
In pratica i magistrati inquirenti hanno la facoltà di poter condurre “indagini riservate” sui "sospettati" di tali "reati" senza previo avviso agli interessati per un periodo di due anni, anzichè di 18 mesi come prescritto finora dalla legge solo nei casi di strage. La "misura" a dismisura approvata il 7 maggio estende tale limite anche ai semplici partecipanti, e non soltanto ai dirigenti o promotori della cosiddetta "associazione" o dell'altrettanto cosiddetta “banda”.
Con il pretesto della "lotta al terrorismo", in realtà si mira a colpire chiunque si opponga alla classe dominante borghese, al suo “comitato d'affari” o Stato e alle sue istituzioni "democratiche" di classe. Difatti, palesemente pretestuosa e strumentale appare l'inclusione del "reato" di "associazione sovversiva" tra quelli di "terrorismo", così da giustificare l'azione borghesemente liberticida che si fa.
Un "reato" che nella sua sconfinata genericità e onnicomprensiva ampiezza oltrepassa chiaramente l'ambito del ristretto terrorismo e può essere contestato a tutti coloro che rifiutano di essere complici o conniventi di questo infame sistema fondato sullo sfruttamento della stragrande maggioranza degli uomini e delle risorse altrui e lottano strenuamente, non con i vani, inutili e dannosi metodi terroristici tipicamente borghesi, ma apertamente, per mezzo della socialmente progressiva lotta di classe, per una nuova e diversa società sommamente umana, per il socialismo: un "reato" dunque contestabile in primo luogo ai comunisti rivoluzionari marxisti-leninisti, che fondano il loro "programma" sulla dittatura del proletariato, dato che l'art. 270 del codice penale è rivolto anche contro le - testuale - "associazioni dirette a stabilire violentemente la dittatura di una classe sociale sulle altre", una chiara codificazione di stampo fascista che tutt'ora permane in quel che fu il prodotto giuridico più coerente ai programmi del fascismo in termini di repressione di ogni forma di deviazione e di dissenso: l'odierno codice penale.
La grande borghesia imperialista e il suo branco ideologico tentano di presentare le cose in modo da far credere che la teoria marxista-leninista approverebbe i metodi terroristici come mezzo per raggiungere obiettivi politici.
In realtà il marxismo-leninismo ha sempre energicamente respinto il terrorismo come metodo di raggiungimento delle finalità politiche.
Il PCIM-L respinge energicamente il terrorismo, i suoi metodi e ogni forma di collusione/collateralità con esso come mezzo di lotta rivoluzionaria.
Il PCIM-L condanna parimenti i tentativi dei circoli più aggressivi e arcireazionari dell'imperialismo: ostentando una completa trascuratezza nei confronti dei diritti e delle aspirazioni dei popoli, essi tentano di presentare la lotta di liberazione delle masse popolari come manifestazione di "terrorismo".
Con il solito pretesto della "lotta al terrorismo internazionale", si sta sempre più sviluppando e perfezionando un'offensiva frontale a tutti i livelli contro il movimento di liberazione nazionale e, soprattutto, contro i giovani Stati che hanno scelto e scelgono un orientamento sociale ed economico diverso da quello imposto dall'imperialismo. L'esportazione della controrivoluzione è stata elevata al rango di politica statale degli USA, i quali con il solito falso slogan della "lotta al terrorismo internazionale" tentano continuamente di legalizzare una sempre nuova folle spirale di corsa agli armamenti.
D'altra parte, la campagna calunniosa scatenata dall'imperialismo, in particolare dall'egemone yankee, attorno alla questione della "lotta al terrorismo internazionale", serve a distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale dal proprio "terrorismo internazionale" aperto o subdolo e vile come quello sedicente "umanitario" e dall' appoggio diretto e dall'aiuto prestato, come solo l'imperialismo è capace, agli aggressori ed ai regimi reazionari che stanno praticando largamente e impunemente atti di aperto terrorismo.
Non appena in un qualunque punto sperduto del globo terrestre sorge una minaccia reale al dominio del capitale monopolistico, l'imperialismo è pronto a tutto, gettando via ogni apparenza di qualsivoglia democrazia. Esso è sempre sul piede di guerra, pronto a calpestare la sovranità degli Stati e ogni forma di legalità, per tacere dei “princìpi umanitari”.
La manipolazione dell'opinione pubblica, la criminalizzazione dei comunisti, la propaganda di deformazione ideologica del socialismo, dei postulati e delle conquiste della classe operaia e la denigrazione dei suoi dirigenti e delle masse, la menzogna spudorata, il criminale blocco economico, il sabotaggio, la provocazione della fame e del dissesto economico, la corruzione più infame, le minacce, il terrore più brutale, l'organizzazione dell'assassinio di esponenti politici, il terrorismo economico, il terrorismo psicologico, gruppi o centrali eversive organizzati con la complicità dell'apparato statale borghese, autori di stragi o di omicidi politici, allo scopo di terrorizzare i cittadini e di rendere plausibile il ricorso a misure eccezionali di repressione e decapitare così i movimenti marxisti-leninisti e progressisti dei loro migliori dirigenti...: questo e altro ancora l'arsenale del terrorismo bianco, della controrivoluzione moderna, che agisce sempre in alleanza con la reazione imperialista internazionale.


7. Il PCIM-L e i suoi compiti immediati e in prospettiva, tattici e strategici

I

Il Partito Comunista Italiano Marxista-Leninista (PCIM-L) è la formazione politica che esprime gli interessi immediati e futuri della classe operaia, dell'intero proletariato e delle masse lavoratrici, e che ne guida la lotta su tre fronti - politico; economico-sindacale; ideologico-culturale - per l'instaurazione di quell'ordine sociale superiore profondamente umano e di quella civiltà nuova di cui la classe operaia e le masse lavoratrici sono le portatrici.
Il PCIM-L è, prima di tutto, il reparto rivoluzionario d'avanguardia della classe operaia, di cui ne assorbe i migliori elementi. La sua conoscenza delle leggi del movimento storico deriva dai fondamenti incrollabili su cui esso poggia: la concezione scientifica del marxismo-leninismo.
Reparto di avanguardia, il PCIM-L è in pari tempo una parte della classe operaia, parte profondamente legata ad essa con tutte le fibre della sua esistenza.
Reparto di avanguardia della classe operaia, il PCIM-L ne è altresì il reparto organizzato. Allo scopo di adempiere ai suoi compiti, il PCIM-L è la personificazione della disciplina e dell'organizzazione. In forza del centralismo democratico, il PCIM-L è in grado di assicurare una direzione organizzata e sistematica della classe operaia.
Forma suprema dell'unione di classe dei proletari, il PCIM-L estende la sua direzione politica a tutte le altre forme di organizzazione del proletariato.
Tuttavia il PCIM-L non è soltanto la forma suprema dell'unione di classe dei proletari: esso è lo strumento-cardine nelle mani del proletariato e dei lavoratori per la conquista del potere e l'estensione e il consolidamento di esso, nell'interesse della edificazione e della vittoria completa del socialismo.
Il PCIM-L si caratterizza per la sua coesione e la sua disciplina: requisiti necessari per la conquista - e il mantenimento - del potere. Senza unità di pensiero e di volontà da parte degli aderenti al partito non è possibile una forte disciplina. Quest'ultima - che non può che essere volontaria e ragionata - non solo non esclude la critica e il contrasto delle opinioni, ma li presuppone e li sollecita.
Nel PCIM-L la critica è un elemento essenziale della sua vita e del suo sviluppo. Senza critica non si può concepire il controllo, lo sprone alla vigilanza, l'incessante miglioramento del lavoro.
Ma, finita la discussione e presa una decisione, l'unità di volontà e di azione di tutti i militanti è condizione indispensabile per una valida ed efficace azione del partito.
In forza dell'esigenza imperiosa della sua unità, non è pertanto compatibile né ammissibile l'esistenza delle frazioni, di centri dissidenti organizzati. Il PCIM-L non tollera alcun tipo di opportunismo, di settarismo, alcun tentativo di spezzare l'unità delle proprie file, di corromperlo dall'interno e di privarlo in tal modo della possibilità di guidare la lotta di classe del proletariato.
Il PCIM-L educa costantemente in vaste masse di operai una coscienza socialista, preservando la classe operaia dall'influenza della tossica ideologia borghese. Esso conduce una implacabile lotta contro ogni tentativo di falsificazione e di revisione del marxismo-leninismo e lo sviluppa sulla sua propria base in stretta connessione dialettica con le più nuove acquisizioni scientifiche e della prassi storico-sociale.
L'attuazione delle grandi idee rivoluzionarie del marxismo-leninismo è il compito supremo, la ragion d'essere del PCIM-L.
Il PCIM-L, partito bolscevico armato della teoria marxista-leninista:
- rappresenta la guida politica collettiva della classe operaia, la forma suprema della sua organizzazione, l'avanguardia rivoluzionaria di tutti i lavoratori, di tutti gli oppressi e sfruttati; il legame strettissimo con le masse costituisce la fonte della sua inesauribile forza collettiva e combattiva;
- svolge ed imposta la sua attività sulla base del centralismo democratico, rafforza incessantemente l'unità ideologica e organizzativa delle sue file, la disciplina cosciente, sviluppa l'impegno dei membri del partito;
- è risolutamente intransigente con ogni tipo di frazionismo e spirito di gruppo, con le manifestazioni di revisionismo, opportunismo, dogmatismo;
- esamina con spirito critico i risultati dei suoi atti operativi rivoluzionari e trasformatori, considera e utilizza dialetticamente l'esperienza accumulata dal movimento comunista internazionale;
- applica con fermezza e coerenza i capisaldi dell'internazionalismo proletario;
- garantisce l'unità organica della teoria e della prassi rivoluzionaria.

II

Il programma fondamentale del PCIM-L è di guidare il proletariato industriale e agricolo - e le masse lavoratrici della città e della campagna, soprattutto i contadini, da esso diretti - alla conquista del potere politico:
- abbattendo il dominio della borghesia, privandola del potere politico, strappandole gli strumenti del dominio;
- spezzando la macchina statale borghese, l'apparato burocratico, poliziesco e militare dello Stato borghese e preparando il terreno per porre in essere un nuovo e diverso apparato, quello dello Stato proletario;
- creando infine il nuovo Stato: la dittatura rivoluzionaria del proletariato in una forma o nell'altra, allo scopo di realizzare gli obiettivi e i compiti della rivoluzione proletaria, della costruzione del socialismo.
Poiché ogni particolare è inevitabilmente legato al generale, ogni diversità presuppone l'identità, il periodo di transizione dal capitalismo al socialismo in Italia, pur nella sua impronta originale, prevede l'attuazione delle leggi del passaggio dal capitalismo al socialismo proprie a tutti i paesi, e cioè:
- la soppressione della proprietà capitalistica e l'instaurazione della proprietà sociale dei principali mezzi di produzione;
- la graduale trasformazione dell'agricoltura su basi socialiste;
- lo sviluppo pianificato dell'economia nazionale, volto alla costruzione del socialismo e del comunismo, all'elevamento del livello di vita dei lavoratori;
- l'attuazione di una rivoluzione socialista nel campo dell'ideologia e della cultura, che comprenda la rieducazione della vecchia intellighenzia, la formazione di una nuova intellighenzia proveniente dalle file del proletariato, fedele al popolo lavoratore e alla causa del socialismo, nonché un elevamento generale del livello culturale di tutto il popolo;
- la liquidazione dell'oppressione nazionale e l'instaurazione dell'uguaglianza di fatto, di una reale parità di diritti e di un'amicizia fraterna fra i popoli;
- la difesa delle conquiste del socialismo dagli attacchi dei nemici interni ed esterni;
- la solidarietà della classe operaia italiana con la classe operaia di tutti gli altri paesi sulla base dei principi dell'internazionalismo proletario.
Il PCIM-L ritiene che la soluzione di questi compiti sociali inerenti al periodo di passaggio sarà impossibile senza un'accresciuta lotta di classe contro le forze reazionarie che rappresentano il vecchio sistema basato sullo sfruttamento. In questo periodo cambieranno solo i compiti, le condizioni, le forme e i mezzi della lotta di classe. Il grado di inasprimento della lotta dipenderà dalle circostanze del momento, dalle condizioni concrete, dal grado di resistenza delle classi rovesciate.

III

Parimenti, nella conquista del potere politico, il grado di violenza rivoluzionaria dipenderà dal grado di resistenza violenta delle classi sfruttatrici che hanno fatto il loro tempo e dalle condizioni del momento, concrete, della lotta di classe. Quanto più accanita sarà questa resistenza tanto più acutamente rispondenti saranno le forme di lotta che il proletariato e le sue alleate forze progressive si vedranno costretti ad applicare.
Il PCIM-L, in forza del marxismo-leninismo, riconosce indiscutibilmente il ruolo progressivo della violenza rivoluzionaria nella storia, ma il marxismo-leninismo non è affatto fautore della violenza ad ogni costo. Il PCIM-L si batte per una nuova, diversa, profondamente umana società. Esso ritiene che se in questa lotta si può evitare la violenza, questa non deve essere impiegata. Per le forze rivoluzionarie, la violenza non è un fine a se stesso, ma solo un mezzo.
Del resto, l'imperialismo non genera forse la violenza su scala mostruosa? Lo stesso Stato borghese non è forse un organo di violenza? In realtà, la questione si pone in questi termini: che tipo di violenza si ammette e si impiega, la violenza reazionaria o quella rivoluzionaria? La borghesia imperialista ammette ed impiega incessantemente solo quella propria, la violenza arcireazionaria per la spartizione del mercato mondiale e le conquiste coloniali, ecc., ma per mezzo dei suoi ideologi d'ogni genere essa si presenta come fautrice, per i propri lordi interessi di classe, di "metodi umani che escludono la violenza": la borghesia, quello stesso "terzo stato" che è andato al potere con la violenza più belluina!
Il PCIM-L ritiene fondamentalmente, con fondata ragione, che il socialismo possa affermarsi in Italia solo in modo rivoluzionario. Per conseguenza esso combatte in pari tempo le 'tesi' dei revisionisti di destra e di "sinistra". I primi, perché sostengono che il socialismo possa nascere tranquillamente in seno al capitalismo (ma il socialismo in seno al capitalismo non può sorgere per la semplice ragione che il passaggio al socialismo presuppone la creazione di nuovi rapporti sociali, radicalmente differenti); i secondi, perché sostituendo al marxismo-leninismo la "teoria della violenza" volontaristica e l'interpretazione militaristica del processo storico di passaggio al socialismo, propugnano una rivoluzione socialista basata sull'esclusivo ricorso alla forza delle armi rifiutando la via pacifica di sviluppo della rivoluzione socialista. In realtà, la conquista del potere politico da parte della classe operaia e dei suoi alleati può avvenire in vari modi, ivi compreso quello pacifico, a seconda del rapporto delle forze contrapposte del proletariato e della borghesia. In Italia, a determinare la forma della dittatura del proletariato saranno le circostanze storiche, le condizioni concrete, l'esperienza in campo politico della classe operaia e delle altre forze rivoluzionarie e la profondità della lotta di classe. In URSS, la forma della dittatura del proletariato si chiamò "potere sovietico"; "potere della democrazia popolare" negli altri paesi socialisti.

IV

Il PCIM-L, in forza della sua analisi concreta dell'odierna struttura economica italiana e delle classi sociali oggi in Italia, nonché delle presenti condizioni storiche concrete interne ed internazionali, mette in primo piano, di volta in volta, in stretta connessione con l'obiettivo strategico principale del proletariato, quegli obiettivi intermedi di lotta, quelle formule organizzative, quell'azione politica per legare al proletariato le opportune alleanze, ecc. che meglio rispondono alle condizioni concrete della lotta di classe. Individuando, nella catena degli avvenimenti, "quell'anello particolare aggrappandosi al quale sarà possibile reggere tutta la catena", quell'obiettivo parziale il cui raggiungimento prepara le condizioni e avvicina la soluzione dei compiti strategici. Dunque, analisi delle circostanze storiche e contingenti in tutti i loro aspetti e delle possibilità di azione del proletariato di fronte ad esse; agitazione dei problemi e degli obiettivi più impellenti e propaganda della linea del partito con lo scopo di legare ad esso, attraverso la difesa e la lotta per le loro rivendicazioni, le masse lavoratrici.
Il PCIM-L considera la lotta per le rivendicazioni immediate dei lavoratori inscindibile dalla direzione dell'obiettivo primario del proletariato, dalla sua prospettiva generale. La lotta per le rivendicazioni immediate dipende ed è parte della strategia, nella misura in cui non si svolge scollegatamente ed isolatamente, ma come lotta inserita nel contesto strategico, che ne fissa i presupposti e le prospettive.
Il tatticismo è proprio dell'opportunismo, è l'espressione più ripugnante della volontà di collaborazione con le classi dominanti. Una concezione della tattica che la riduca in volgare tatticismo significa, in pratica, una sopravvalutazione della necessità di accettare dei compromessi in determinate condizioni e di adeguare la strategia e la prospettiva di ampio respiro ai fatti del "giorno per giorno" , alle circostanze quotidiane più infime, dimenticando in tal modo la necessità della lotta per la realizzazione degli obiettivi rivoluzionari.
Ma proprio questa è la "politica" - direttamente ereditata dal defunto campione revisionista PCI - attuata dagli odierni revisionisti-opportunisti. Scindere la tattica dalla strategia oppure negare la prima e tenere in considerazione solo la seconda, come è tipico del dottrinarismo e del dogmatismo, non significa affatto 'salvare' i princìpi, ma anzi avere di essi una visione crassamente "idealistica", astratta, proprio in quanto non se ne individuano i passi politici effettivi che li concretizzano nelle diverse fasi storiche.
Svuotandola dei suoi contenuti tattici, la strategia viene privata di significato. In altri termini, significa riprodurre di fatto quel distacco fra obiettivo finale e pratica politica che fu tipico degli opportunisti-revisionisti secondinternazionalisti.

V

All'opposto dei velleitari "rivoluzionaristi" anarchici-trotskisti-bordighisti, piccolo-borghesi sedicenti "comunisti" o astensionisti eroi della "sesta giornata", il PCIM-L è fondatamente convinto che la lotta rivoluzionaria non possa essere considerata come la lotta armata di un sol giorno o addirittura dell'ultim'ora, ma deve essere una lotta capillare quotidiana vigorosamente preparatoria: lotta politica, economica, ideologica e propagandistica anche - se sussistono i presupposti e a determinate condizioni - sul terreno elettorale e parlamentare.
Si badi: lotta sul terreno anche elettorale e parlamentare, non co-gestione del sistema di sfruttamento ed esercizio virtuosistico del "cretinismo parlamentare", tipica ambizione e condotta dell'opportunismo di ieri (PCI) e di oggi ("PRC" e "PdCI" ). La fondamentale differenza ideologica fra marxismo-leninismo e opportunismo è inequivocabile: mentre il marxismo-leninismo attua la sua lotta politica elettorale e parlamentare con fine rivoluzionario, l'opportunismo fa di taluni benefici così ottenuti il suo scopo ultimo, stimando possibile un graduale e pacifico passaggio dal regime capitalistico al sistema socialistico per mezzo dell'azione parlamentare; mentre il marxismo-leninismo considera il Parlamento borghese solo come mezzo della sua lotta politica in regime capitalistico, da liquidare e sostituire con nuovi e diversi organi nel momento della presa del potere, l'opportunismo lo considera come organo definitivo, addirittura da rafforzare per meglio far fronte alle nuove esigenze del diverso sistema sociale, evoluzionisticamente raggiunto.
La dottrina della non partecipazione alla lotta parlamentare ha un nome preciso: astensionismo. Essa rientra nell'armamentario anarchico e fu storicamente sostenuta - negli anni successivi alla prima guerra mondiale - dall'ala estremista "di sinistra" di alcuni partiti comunisti (per l'Italia, i cosiddetti "bordighisti"). Tali errori furono aspramente condannati da Lenin nella sua opera L’estremismo, malattia infantile del comunismo (scritta nell'aprile-maggio 1920: le tesi fondamentali e le conclusioni furono poste alla base delle decisioni del II Congresso dell'Internazionale Comunista). In essa Lenin dimostra inconfutabilmente che negli Stati capitalistici il parlamentarismo non è ancora, "nella realtà obiettiva", superato "se milioni e milioni di proletari non soltanto sono per il parlamentarismo in genere ma sono addirittura controrivoluzionari". "La partecipazione alle elezioni parlamentari - continua Lenin - e alla lotta dalla tribuna parlamentare è obbligatoria per il partito del proletariato rivoluzionario; precisamente al fine di educare gli strati arretrati della propria classe; precisamente al fine di risvegliare e di illuminare le masse rurali, non evolute, oppresse, ignoranti" (sottolineature di Lenin). E questa lotta dalla tribuna parlamentare è indispensabile fin quando i partiti comunisti rivoluzionari non siano “in grado di sciogliere il parlamento borghese e le istituzioni reazionarie di ogni altro tipo”. E se dei cosiddetti “capi” - i quali vanno sperimentati "anche nell'agone parlamentare" - tradiscono il loro compito, la critica non deve essere diretta "contro il parlamentarismo o contro l'attività parlamentare, ma contro quei capi che non sanno - e ancor più contro quelli che non vogliono - sfruttare in modo rivoluzionario, comunista, le elezioni parlamentari e la tribuna del Parlamento".
L'istituto parlamentare permette, in ogni caso, alle classi lavoratrici di utilizzare nella lotta politica ed economica le possibilità legali (le ben note "libertà democratiche"), mentre ciò è impedito da un'aperta dittatura terroristica fascista.
Ma, al contrario dei neorevisionisti-opportunisti, il PCIM-L non semina illusioni e inganni sulla vera finalità della "democrazia" borghese: quella di servirsi del Parlamento come strumento della sua dittatura di classe, come “una macchina per la soffocazione della classe operaia da parte della borghesia, delle classi lavoratrici da parte di un pugno di capitalisti” (Lenin).
Ugualmente per quanto riguarda le istituzioni municipali o comunali della borghesia: anch'esse fanno parte del meccanismo di dominazione della borghesia e vanno pertanto distrutte dal proletariato rivoluzionario e sostituite dai Soviet dei deputati operai.
Ma anche in questa sede, se i marxisti-leninisti otterranno la maggioranza nelle municipalità, non gestiranno certo il potere per conto della borghesia, ma all'opposto: formeranno un'opposizione rivoluzionaria nei confronti del potere centrale della borghesia; favoriranno con misure economico-sociali la popolazione lavoratrice e in special modo quella parte di essa più povera; denunzieranno in ogni occasione gli ostacoli contrapposti dallo Stato borghese a ogni radicale riforma; svilupperanno, su questa base, una indomabile propaganda rivoluzionaria, senza temere lo scontro con il potere borghese. Il PCIM-L considera la prassi, ogni azione dei marxisti-leninisti nelle municipalità, come parte integrante dell'opera generale di disgregamento del sistema capitalistico.
In forza dell'insegnamento, dell'esempio dei bolscevichi e della loro azione - nella Duma dello zar, alla Conferenza democratica e al pre-parlamento di Kerenskij, all'Assemblea costituente, nelle municipalità -, il PCIM-L attribuisce all'azione parlamentare - consistente soprattutto nell'usare la tribuna parlamentare a fini di agitazione rivoluzionaria, denunziando le manovre dell'avversario di classe, raggruppando intorno a certe idee le masse ancora irretite dalla "democrazia" borghese - il posto che le compete nel sistema capitalistico, e cioè di essere totalmente subordinata ai fini e ai compiti della lotta extraparlamentare delle masse.